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Pizza, gnocco fritto o caponata? Al Mercato Metropolitano di Londra, che ha da poco aperto i battenti vicino alla stazione di Elephant and Castle, c’è sempre l’imbarazzo della scelta e non mancano mai le migliori prelibatezze culinarie del nostro Paese. Perché in tutta la Gran Bretagna, e non soltanto nella sua cosmpolita capitale, il made in Italy fa ancora andare in visibilio molti sudditi di Sua Maestà. Piacciono i cibi italiani, le automobili italiane, i vestiti italiani, gli arredi italiani e persino i macchinari industriali e i farmaci fabbricati nella Penisola: tutti prodotti che nel 2015 sono stati importati nel Regno Unito per un valore complessivo di oltre 22 miliardi di euro, un record mai toccato prima.
Quanto durerà questa luna di miele dei cittadini d’Oltremanica con l'Italia? Sono in molti a chiederselo, almeno a sud delle Alpi, dopo il referendum del 23 giugno con cui i britannici hanno votato a maggioranza a favore della Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Per gli analisti di Sace, società controllata dal Tesoro che fornisce coperture assicurative alle aziende che esportano, il valore delle merci che dall’Italia si dirigono ogni anno in Gran Bretagna potrebbe ridursi nel 2017 di una quota compresa tra il 3 e il 7%, per una cifra complessiva che oscilla tra 600 milioni e 1,7 miliardi di euro. Colpa appunto della Brexit, che potrebbe far ripiombare l’economia inglese in recessione e spingere Londra a innalzare nuove barriere doganali come quelle esistenti nel secolo scorso, quando la Comunità Europea era soltanto nei sogni di pochi visionari.

Rapporti Italia-Uk 

Almeno 210mila gli italiani residenti in Gran Bretgagna

86 mila circa i lavoratori italiani occupati in multinazionali britanniche

67 mila i lavoratori britannici occupati in multinazionali italiane

5,2% la quota dell'export italiano che va in Gran Bretagna

L'EXPORT DELL'ITALIA NEL REGNO UNITO

ASPETTANDO THERESA
Per adesso, tuttavia, di questa contrazione dell’export non si vede neppure l’ombra. Anzi, nel 2016 le esportazioni italiane hanno buone chance continuare a crescere. Non è facile, però, fare previsioni perché la Brexit, a quasi un semestre dal referendum britannico, è ancora assai lontana dal diventare realtà. Per abbandonare l’Unione Europea, infatti, il governo di Londra dovrà seguire le complicate procedure previste dall’articolo 50 del Trattato costitutivo dell’Ue. La neo premier inglese, Theresa May, dovrà cioè presentare una richiesta formale di uscita dall’Unione e poi avviare delle trattative con Bruxelles che possono durare fino a due anni. Saranno molti gli aspetti da mettere a punto nei negoziati, definendo in primis le condizioni che regoleranno gli scambi commerciali (oggi completamente liberi) tra il Regno Unito e i Paesi europei. Torneranno i dazi doganali sulle sponde del Canale della Manica? E come possono attrezzarsi le aziende italiane che esportano in Gran Bretagna di fronte a questo rischio? Ecco altri due interrogativi che al momento non trovano risposta, neppure tra gli esperti più navigati delle società di ricerca. Persino le associazioni di categoria brancolano nel buio, almeno per adesso, non potendo conoscere neppure quel che accadrà da qui a fine anno. «Credo che i primi effetti del referendum britannico cominceranno a vedersi concretamente a partire dal 2017», dice Fortunato Celi Zullo, direttore dell’ufficio di Londra dell’Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Sostanzialmente dello stesso parere è anche David Doninotti, segretario generale di Aice - Associazione italiana commercio estero, organismo che fa capo a importanti sigle di categoria come Confcommercio e Rete Imprese Italia. Doniniotti, tuttavia, mette in evidenza un aspetto importante: «Benché la Brexit sia ancora una prospettiva lontana, c’è già un fattore che può pesare in maniera non trascurabile sull’export italiano nel Regno Unito: la svalutazione della sterlina». Nell’ultimo anno, in attesa del referendum, l’euro si è apprezzato di oltre il 13% nei confronti della moneta britannica, facendo ovviamente perdere appeal alle merci provenienti dal Vecchio Continente e dirette al di là della Manica. «Ma spesso le aziende con un’alta vocazione all’export sono attrezzate ad affrontare il rischio che si verifichino scenari come questo», sostiene ancora Doninotti. «Di solito, in tali occasioni, gli imprenditori cercano di limare un po’ i margini di profitto per non perdere quote di mercato, in attesa di muoversi in un contesto più favorevole in futuro». Nulla di drammatico, insomma, se la sterlina perde terreno sul mercato valutario. Del resto, è successa la stessa cosa in passato con l’altalena di altri tassi di cambio, a cominciare da quello tra euro e dollaro.

L’OMBRA DEI DAZI
«Quel che preoccupa di più è lo scenario di medio e lungo periodo», aggiunge Celi Zullo, che conversa spesso con imprenditori italiani presenti nel Regno Unito «i quali, subito dopo il referendum, non hanno certo rinunciato a proseguire o a completare gli investimenti messi in cantiere nei mesi precedenti», conclude il direttore dell’Ice di Londra. Bisognerà vedere, però, cosa accadrà appunto dal 2017 in poi, quando i negoziati per la Brexit saranno in fase più avanzata. «Nei prossimi due anni tra Londra e Bruxelles dovranno essere ratificati 54 accordi commerciali e, salvo sorprese, le transazioni torneranno a essere soggette ai dazi doganali e al pagamento dell’Iva», prevede Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, la confederazione degli artigiani di Mestre. Anche dalle parole di Zabeo, come da quelle di Celi Zullo, trapela un po’ di preoccupazione sugli scenari che si apriranno nel medio e lungo periodo, quando la Brexit diventerà realtà. «Non è escluso che vengano introdotte alla dogana anche barriere non tariffarie», aggiunge ancora il capo-analista della Cgia, «che potrebbero ostacolare l’attività commerciale, imponendo per esempio agli esportatori dei particolari livelli di sicurezza e una severa certificazione dei prodotti». Proprio per questa ragione, Zabeo prevede che la trattativa tra il Regno Unito e l’Unione Europea sarà lunga, complessa, estenuante e dagli esiti imprevedibili. Intanto, in attesa di capire meglio quale piega prenderanno gli eventi, la sua associazione rimane alla finestra o non ha adottato per adesso iniziative particolari in vista della Brexit: «Stiamo pensando di organizzare entro la fine dell’anno un convegno con alcuni esperti in materia di commercio internazionale per fare il punto della situazione», sottolinea l’esponente della Cgia. «Abbiamo tracciato un quadro di massima per i nostri associati, ma aspettiamo anche noi di vedere come si evolve la situazione», gli fa eco Doninotti.

I numeri 

L'EXPORT ITALIANO IN GRAN BRETAGNA

2014: 20,9

2015: 22,5

2016: 24,2*

2017: 25,7*

2018: 27*

2019: 28,4*

* Valore in miliardi di euro. Fonte: Sace

RISCHIO BOOMERANG
Ragionando in un’ottica di medio e lungo termine, il segretario generale di Aice suona però il campanello d’allarme per le imprese italiane ed europee. Alla fine, secondo lui, la Brexit potrebbe portare a uno scenario su cui molti osservatori non avrebbero scommesso un centesimo, almeno fino a pochi mesi fa. Per Doninotti, infatti, a guadagnarci nelle trattative sull’uscita dall’Unione Europea potrebbe essere paradossalmente Londra, come suggerisce il rimbalzo dell’economia britannica spinta dalla sterlina debole. «Il mio timore», dice il segretario di Aice, «è che la Gran Bretagna diventi un grande polo di attrazione per gli investimenti internazionali, ancor più di quanto non sia oggi». Non va dimenticato, infatti, che l’uscita dall’Unione Europea dovrebbe liberare il Regno Unito da molti vincoli sul fronte fiscale, offrendogli così la possibilità di adottare politiche economiche su misura per le imprese che vogliono insediarsi sul suo territorio. Soprattutto perché la Gran Bretagna ha ancora diversi punti di forza da non sottovalutare: una lingua madre che domina in tutto il mondo, forti legami con le ex-colonie, un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e la significativa presenza di gruppi multinazionali. E così, anche nei decenni a venire, il regno di Sua Maestà potrebbe conservare le proprie caratteristiche di paradiso per fare affari, persino in un terreno impensabile fino a qualche anno or sono: quello dell’industria manifatturiera, che è quasi scomparsa dal Regno Unito dopo l’era thatcheriana, ma che di recente ha dato segni di una inversione di tendenza col fenomeno del back reshoring (il ritorno in patria di produzioni delocalizzate in passato nei Paesi emergenti). Chissà, dunque, che un giorno le auto, i macchinari o i vestiti di alta gamma britannici non facciano una concorrenza sfrenata ai prodotti tedeschi e francesi o a quelli italiani. La luna di miele degli inglesi col made in Italy, insomma, potrebbe non durare in eterno.