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Ancora “luci e ombre” quando si parla di calcio italiano. Il valore della produzione delle tre leghe professionistiche (serie A, B e Lega Pro), nel campionato 2011/12, è stato pari a 2,7 miliardi di euro (l’82% di questo valore è collegato alla prima divisione, il 14% alla B e il restante 4% alla Lega Pro), in crescita del 7% sulla stagione precedente (2010/2011). In aumento dell’8,8% anche i debiti della serie A, vicini a sforare il tetto dei 2,9 miliardi di euro, che rappresentano l’83% delle passività di tutta la massima divisione. In sintesi, si spende, come al solito, più di quanto si riesca a generare come introiti. Nella stagione 2011-2012 la serie A ha registrato un calo dell’1,6% di spettatori, mentre la B (guidata da Andrea Abodi e dal d.g. Paolo Bedin) ha presentato un aumento del 22,6%. Questi dati sono dovuti principalmente all’inadeguatezza degli stadi, di cui 15 sui 36 totali, tra A e B, non possiedono i requisiti per accedere al livello minimo imposto dall’Uefa (organo di governo del calcio in Europa).
Nella scorsa stagione il costo della produzione è cresciuto del 4,9% e lo sviluppo dei ricavi non è stato sufficiente per far raggiungere alle società un risultato positivo. Tuttavia le perdite, aumentate negli ultimi cinque anni, hanno fatto registrare un calo del 9,8% nell’ultimo anno.

LO STATO DI SALUTE
Si intravedono segnali di “non continuità” con il passato e molti club stanno modificando le proprie strategie per creare nuovo valore. Questo è il primo dato confortante nonostante la crisi che attanaglia il Paese dal 2009 a oggi. Analizzando i principali dati economici finanziari, in un periodo che va dal 2007 al 2012, è possibile osservare che la svolta c’è stata nella stagione 2009, anche grazie all’introduzione dei principi del fair play finanziario. La stagione 2011/2012 si è anche contraddistinta per l’inversione di tendenza riscontrata in termini di stabilità finanziaria, con il patrimonio netto delle società che, dopo anni di continue erosioni, è sensibilmente migliorato. I diritti Tv continuano a rappresentare la principale fonte di ricavo dell’industria calcio (990,7 milioni nel 2011/2012), pari a circa il 37 % del totale del valore della produzione.
Ma nel futuro bisognerà investire sul rafforzamento della base giovanile, senza dimenticare le problematiche legate all’anzianità degli impianti italiani. Non si ferma infatti la flessione progressiva dei ricavi da stadio, scesi a 230,2 milioni (186,4 milioni in serie A), ma se la prima divisione ha fatto registrare, nell’ultima stagione, un nuovo calo del 6,5 % di presenze, nella “cadetteria”, guidata da Andrea Abodi, gli spettatori sono cresciuti del 22,8%. Resta evidente l’inadeguatezza degli impianti, che tra serie A e B hanno un’età media di 57 anni. Troppo per non provare, su base parlamentare, a far approvare, una volta per tutte, la legge sugli stadi (più volte sul filo del traguardo nell’ultima legislatura, grazie all’impegno del deputato di Fli Claudio Barbaro); questa volta finita sul tavolo di diversi parlamentari vicini all’area politica, nel Pd, di Matteo Renzi (attuale sindaco di Firenze). Nonostante le difficoltà infrastrutturali non bisogna dimenticare, però, che siamo al sesto posto nel mondo come presenza negli stadi davanti a Paesi come Brasile, Argentina e Stati Uniti.

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Non bisogna, pertanto, nascondere i nostri problemi, ma è necessario avere fiducia nel futuro, senza entrare in una logica di pessimismo sterile. Il calcio professionistico versa all’erario un miliardo e 70 milioni, ed è importante sottolineare anche i segnali confortanti che arrivano dai dati sulla sicurezza, con la stagione 2011/2012, che ha visto un significativo calo delle partite in cui si sono verificati incidenti (-7,7% ) e una forte diminuzione del numero di persone denunciate e arrestate (-21,6% e -44%).

CRISI PRESA DI PETTO
Diritti Tv in crescita, grazie al lavoro dell’advisor della Lega calcio, il gruppo internazionale Infront, che sul mercato “domestico” incassa più della Premier league (un piatto ricco da oltre un miliardo di euro annuo). Nella prossima stagione un’altra voce in rialzo sarà quella delle sponsorship di maglia. Nel campionato appena concluso, i club italiani più ricchi sono stati la Juventus, l’Inter, il Milan e il Napoli. I campioni d’Italia hanno ricevuto da Jeep (gruppo Chrysler) 13 milioni di euro, senza considerare i due milioni di euro di bonus per la conquista del titolo. L’Inter ha incassato 12,9 milioni di euro dalla Pirelli, Milan e Napoli 12 milioni di euro a testa, rispettivamente da Fly Emirates e dal binomio Acqua Lete e Msc Crociere.
Questo poker di club da solo raccoglie 50 degli 84 milioni di euro totali incassati dalle società di Serie A. Dai sei milioni della Roma con Wind (contratto scaduto quest’anno) si scende ai 3,6 milioni (Mazda) della Fiorentina, ai 2,25 milioni dell’Atalanta (Axa e Minolta), ai due milioni del Cagliari (Regione Sardegna e Tirrenia), agli 1,8 milioni del Parma (Folletto), agli 1,7 milioni del Chievo (Banca Popolare di Verona e Paluani), agli 1,6 milioni di euro di Palermo (Eurobet) e Sampdoria (Gamemet), a 1,4 milioni di Bologna (NGM Mobile), Pescara (Acqua Santa Croce) e Udinese (Dacia) e al milione di euro (Arancia rossa di Sicilia) del Catania, che è senza sponsor come Roma e Lazio (i biancocelesti lo sono da ben sei stagioni).
Nel 2013/14 si prevede che il mercato delle jersey-partnership possa superare i 90 milioni di euro, grazie proprio all’ingresso di nuovi marchi sulle divise di gara dei club capitolini e alla crescita dell’investimento di Pirelli, ultimo sponsor mecenate del calcio italiano (ogni anno decide autonomamente l’importo da investire senza guardare mai il dato del fatturato).

APPROFONDIMENTI GERMANIA ÜBER ALLES
Quanto valgono le maglie delle squadre italiane
SFIDA A COLPI DI UTILE
Per vincere i top club sono condannati a vincere. Non c’è altra strategia che aumentare la leva dei ricavi, sperando di poter contenere l’indebitamento folle generato negli ultimi anni. È la dura legge del gol, anzi del bilancio, se parliamo di società di calcio. Scovare club in attivo in Europa è come cercare un ago nel pagliaio. Il Barcellona, per esempio, al 30 giugno 2012, è riuscito, nonostante i salari pagati a Messi e compagni, a generare guadagni per 48,7 milioni di euro. L’Arsenal si è fermato a +45,3 milioni, il Borussia Dortmund, finalista di Champions, a +36,5 milioni. Nella top five anche il Real Madrid (+32,3) e il Bayern Monaco (+18,2).
Il caso del Real Madrid è emblematico. È l’unico club di calcio al mondo ad aver superato il tetto dei 500 milioni di euro di fatturato e il rapporto salari giocatori/giro d’affari è del 57%, pur avendo tra le file giocatori di classe come il portoghese Cristiano Ronaldo, mentre le società italiane sono tra il 60 e il 75%. Le “Merengues” non esplodono solo perché hanno un livello di ricavi elevatissimo ed è per questo che, ancora oggi, si possono permettere il CR7 (la sigla con cui tutti conoscono Ronaldo). In Europa, fa eccezione, in negativo, il Manchester City che ha un dato del 110%. Praticamente i salari dei giocatori erodono tutti i ricavi, ma a salvare il ManCity è la capacità finanziaria dei nuovi padroni (il fondo emiratino Adug dello sceicco Mansour).