© iStockphoto.com/ Mikey_Man

La notizia magari non avrà portata storica, ma di certo mette buon umore. E infonde ottimismo. Nonostante la lentezza con la quale si sta diffondendo la banda larga, nonostante poco più del 50% della popolazione acceda regolarmente al Web (contro il 70% della media europea), nonostante l’ecommerce, il Web marketing, la raccolta di pubblicità online eccetera, per una volta l’Italia si trova al primo posto in una classifica che riguarda Internet, l’innovazione, i nuovi media e la finanza. Il 31 marzo scorso, infatti, si è concluso con successo il collocamento del primo equity crowdfunding al mondo regolato da un’autorità di vigilanza del mercato. Quello della start up veneta Diaman Tech che in tre mesi ha raccolto 160 mila euro di capitale di rischio grazie alla prima (e unica, al momento) legge varata da uno Stato sull’argomento (il cosiddetto Decreto crescita 2.0 dell’ottobre 2012), e al regolamento di un’autorità di vigilanza (la Consob) che punta a garantire la trasparenza di un mercato appena nato ma dalle grandi potenzialità.
Il fenomeno del crowdfunding, a dire il vero, esiste già da qualche tempo, come spiega Daniela Castracaro, che si occupa del settore dal 2010, quando ha cofondato la società di ricerca e consulenza Twintangibles Ltd, che assiste le organizzazioni nel generare valore dall’applicazione delle tecnologie social e collaborative. Castracaro gestisce il maggiore blog sul crowdfunding in Italia (www.crowdfundingitalia.com), è coautrice dell’Analisi delle piattaforme italiane di crowdfunding, documento di riferimento dell’intero settore in Italia, ed è presidente di Italian Crowdfunding Network, un’associazione senza scopo di lucro che ha come maggiore obiettivo quello di promuovere lo sviluppo corretto e la conoscenza adeguata del fenomeno in Italia, facendo informazione e offrendo supporto. «Il crowdfunding si è sviluppato molto rapidamente », afferma. «Basti pensare che le prime piattaforme mainstream, come Kickstarter e IndieGoGo (entrambe americane, ndr )», sono nate tra il 2008 e il 2009, e in Italia il vero e proprio boom si è avuto solo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Il suo sviluppo è andato in parallelo con la nascita e la diffusione dei social network, e la loro graduale integrazione nelle nostre vite. Quello che è mancato, e tuttora manca, è la diffusione del crowdfunding a livello tanto capillare quanto quello dei social media».
Ma che cos’è il crowdfunding? E come funziona? La parola deriva dall’unione dei termini inglesi crowd, folla, e funding, finanziamento. E indica la raccolta fondi dal basso con lo scopo di sviluppare un prodotto o un servizio. Ne esistono diverse tipologie. Quelle che finora hanno spopolato sono del tipo donation-based e reward-based. La prima consiste in donazioni senza contropartita, fatte per puro mecenatismo: una volta si sarebbero chiamate collette. In questo modo sono stati finanziati reportage e inchieste giornalistiche che nessun editore voleva, o poteva, pubblicare (il sito di riferimento è www.spot.us), e iniziative benefiche come il Born2fly Project (born2fly.org) che si prefigge di combattere il traffico sessuale dei bambini nel mondo. Il secondo tipo, invece, prevede una contropartita. Ma mai in denaro. Piuttosto, una copia del libro che con il proprio finanziamento (piccole somme in genere) si è contribuito a far pubblicare, la maglietta della band che è riuscita a organizzare un concerto o un tour, uno dei primi pezzi funzionanti del prototipo finalmente entrato in produzione.
«Il crowdfunding», aggiunge Daniela Castracaro, «se è di qualità, grazie all’aiuto e alla partecipazione di molti (e quindi condiviso da una comunità più o meno larga di persone), permette di fare qualcosa che prima non era possibile fare. Il coinvolgimento della comunità, il perseguimento di obiettivi comuni e socialmente utili, sono i suoi principali elementi distintivi, sono ciò che lo rende lo strumento eccezionale che è». E anche i numeri lo dimostrano: secondo le stime dello European Crowdfunding Network (www.europecrowdfunding.org), nel 2012 oltre 1 milione di campagne di crowdfunding in tutto il mondo hanno raccolto 2,7 miliardi di dollari. E per l’anno scorso le stime prevedevano oltre 5 miliardi di dollari, il doppio. La parte del leone l’hanno fatta le donation e reward-based. Ma ora si sta imponendo l’equity-based, che consiste in un’operazione finanziaria vera e propria, che punta a cercare su Internet non mecenati, ma azionisti. E l’Italia, a quanto pare, è in prima fila.

Rischi e vantaggi (fiscali) dell’investimento
Unicaseed e Diaman Tech, i pionieri dell’equity crowdfunding “Un compagno di viaggio”

«Ci sono alcuni Paesi che fanno equity crowdfunding senza avere una vera e propria regolamentazione, come l’Olanda, la Germania e soprattutto il Regno Unito. In questi Stati si sono cercate formule per aggirare le legislazioni vigenti, o per lo più non scritte, su una materia che rimane molto nuova e con la quale le istituzioni faticano a mettersi al passo. Gli Stati Uniti sono ancora in fase di esame della normativa contenuta nel Jobs Act, passato ad aprile 2012», spiega Castracaro. «L’Italia è il primo Paese a essersi dotato di una normativa sull’equity. Il punto di forza maggiore del regolamento è forse il fatto stesso di esistere, perché ha visibilmente aumentato la consapevolezza di questo strumento. E perché ha avviato un processo importante, quello di risolvere il conflitto tra un mondo finanziario tradizionale chiuso e riservato a pochi e un mercato sempre più connesso, aperto e collaborativo, frutto del Web 2.0». Ma c’è anche qualche aspetto negativo. «Il regolamento Consob è certamente limitante sotto alcuni punti di vista: possono usufruirne solo le start up innovative e i criteri per qualificarsi come portale di crowdfunding sono molto restrittivi. Ma ciò», sottolinea l’esperta, «non esclude che si possa fare di più: il regolamento attuale deve essere considerato un test che va migliorato costantemente, e già si comincia a parlare di farlo».
Insomma, siamo agli inizi, ma i vantaggi della democratizzazione del capitale si possono già intravedere. Per gli imprenditori, che possono godere di condizioni di finanziamento più favorevoli grazie a un mercato più aperto; hanno minori costi, grazie alle commissioni più basse applicate dalle piattaforme di crowdfunding; e possono avere un feedback immediato dai potenziali clienti su mercato, prezzo e prodotto, ancor prima di iniziare la loro attività imprenditoriale. E per gli investitori, che possono diversificare il loro portafoglio a basso costo e in tutti i settori; possono effettuare una due diligence rapida ed effettuare un controllo online sugli imprenditori e i progetti che hanno già presentato (per questo naturalmente ci vorrà qualche tempo); possono essere investitori attivi fornendo commenti e contributi in tutte le fasi del finanziamento.
Naturalmente ci sono anche dei rischi, che anzi sono più alti che in un normale investimento in Borsa (vedi box). Per guadagnarci bisogna fare come i business angels e le società di venture capital: comprare con l’obiettivo di rivendere. Prima però bisogna individuare l’idea giusta e il team vincente, e aspettare il tempo necessario affinché la startup acquisti valore. E comunque, come conclude Castracaro, «non si può diventare miliardari con un investimento di cento o mille euro. Ma non deve essere neanche questo l’obiettivo, c’è il gioco d’azzardo per quello. Però tutti hanno la possibilità di diventare investitori nella prossima Apple o Facebook, e questo non necessariamente significa ritorno di denaro (o di tanto denaro, ndr ), quanto piuttosto partecipazione, community, perseguimento e conseguimento di obiettivi comuni».