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Il vero tesoro del made in Italy non è il settore agroalimentare, bensì quello dei macchinari. Lo raccontano i numeri, spesso nascosti sotto la tanta pubblicità che si fa al Food&Beverage tricolori. Se questo settore infatti vale appena il 7% dell'export, il vero predominio della Penisola è nei macchinari che valgono 74 miliardi di euro all'anno, praticamente il triplo.

POTENZIALE IMMENSO. A fronte della crescita dell'export alimentare, negli ultimi tre anni ha frenato nel settore dell'Italian Tale (iTale) come raccontano i dati del Sace. L'istituto che assicura le esportazioni, ha voluto raccontare un mondo spesso troppo poco conosciuto. E che dovrebbe crescere del 5% l'anno fino al 2016, sfiorando i 90 miliardi, ma che se avesse lo stesso sostegno di alimentari e bevande potrebbe arrivare fino a 12 miliardi di euro in più per i prossimi quattro anni.

OPPORTUNITA' CINESE. I mercati più importanti per i nostri prodotti sono Stati Uniti, Cina, Germania, Regno Unito e Francia, ma anche mercati in forte espansione come Messico, Thailandia, Turchia, Arabia Saudita e Polonia. Ma raggiungere mercati lontani è difficile e costoso, soprattutto a fronte della pressione competitiva dei prodotti cinesi in Estremo Oriente, America Latina e Africa sub-sahariana. Ora che la frenata cinese, però, sta svelando il vero volto dello sviluppo di Pechino, secondo i tecnici della Sace c'è l'opportunità per guadagnare in fretta terreno. L’anno scorso l’Italia ha esportato oltre 74 miliardi di euro in macchinari, circa un quinto dell’export del nostro Paese. Quasi un terzo è andato nell’Eurozona, seguita dall’Asia orientale (11,6%) e Paesi europei non Ue (come Russia, Turchia e Svizzera; per il 10,8%).

 

LIMITI ALL'ESPANSIONE. Tuttavia la scarsa propensione a nuovi investimenti, gli impatti della crisi finanziaria sui consumi e la difficoltà a tracciare piani industriali coerenti hanno ridotto gli spazi di manovra della nostra politica commerciale di medio-lungo periodo, anche per i macchinari. Gli scambi hanno viaggiato a ritmi inerziali in molti comparti dei beni intermedi, mentre i beni di consumo (alimentari, moda, anche nei segmenti lusso) stanno vivendo un momento estremamente favorevole, spinti anche da politiche di marketing mirate anche a contrastare la contraffazione e l'Italian sounding.

VERSO IL FUTURO. Dal 2009 al 2014 l’import mondiale di meccanica strumentale è cresciuto del 7,6% medio annuo, superando i 1.500 miliardi di euro, pari all’11,8% dell’import totale. Le macchine italiane nello stesso periodo hanno tenuto il passo con una crescita del 6,2%. Per il futuro, considerando il rallentamento della domanda internazionale (+0,2% medio annuo la crescita attesa del fatturato), la Sace stima una crescita del 4,8% all’anno fino al 2018, con una domanda intensa proveniente non solo dai partner dell’Unione europea, ma anche asiatici e dell’area Medio Oriente e Nord Africa.

NATE PER ESPORTARE. La caratteristica principale dei beni strumentali è quella di essere anello strategico in molte filiere produttive dell’industria manifatturiera, consentendo al sistema produttivo italiano di promuovere e incorporare innovazione e know-how tecnologico. Specificità delle aziende italiane del settore è una forte propensione all’export (l’incidenza del fatturato estero su quello totale è del 52%) e un elevato orientamento alle esigenze dei clienti. Un altro tratto distintivo delle aziende del settore è la centralità del capitale umano, che risulta essere un fattore competitivo di primaria importanza tanto da giustificare la dizione “Made by Italians” al più classico “Made in
Italy”.