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La buona notizia è che il treno è partito. Quella meno buona è che viaggia con almeno die­ci anni di ritardo. Si può rias­sumere così l’attuale ecosiste­ma italiano delle start up, che nell’ulti­mo anno ha sì visto crescere esponen­zialmente il numero di imprese innova­tive nel nostro Paese, così come i fon­di a esse destinati, ma che deve fare an­cora tanta strada. Oggi il termine start up è diventato sinomino di ripresa, in­novazione. Ma perché seguire il so­gno di fondare un’impresa di succes­so quando si potrebbe, invece, investi­re su quelle esistenti? Perché studi in­ternazionali, come quello di Kauffman Foundation, preso in considerazione anche dallo stesso ministero dello Svi­luppo economico, parlano chiaro: le imprese innovative hanno un maggiore impatto sui livelli di produttività e oc­cupazione rispetto a quelle tradiziona­li. Un esempio? Il 40% del pil degli Sta­ti Uniti viene realizzato da imprese che non esistevano 20 anni fa; di questo 40% circa la metà è prodotto da azien­de digitali come Google, Apple e Face­book. Non solo. Mentre Oltreoceano le aziende mature cancellano un milione di posti di lavoro, le start up ne creano 3 milioni l’anno. In un’economia avan­zata come la nostra c’è poco da fare: crescita del pil e occupazione si crea­no con le nuove imprese. «Ben venga­no l’apertura di un bar o di un’azienda manifatturiera», sottolinea Andrea Ran­gone, responsabile degli Osservato­ri Digital Innovation del Politecnico di Milano, ateneo che ha realizzato il pri­mo osservatorio italiano dedicato alle start up. Il valore aggiunto, però, sono le nuove imprese hi tech. «Sono quel­le che reinventano le regole del gio­co, quel motore di novità e produttivi­tà di cui il nostro Paese ha bisogno». Un punto di vista condiviso anche dal­la politica, che già dal 2012, attraverso il decreto Crescita 2.0 (poi rinconverti­to nella legge n. 221/2012), ha istituito un regime agevolato per quelle impre­se che si occupano di sviluppo, produ­zione e commercializzazione di pro­dotti o servizi innovativi ad alto valo­re tecnologico. In altre parole, start up innovative.

ECOSISTEMA TRICOLORE
Negli ultimi tre anni attorno a questo termine si è creato terreno fertile per lo sviluppo di tali imprese. Solo nel 2014 l’osservatorio start up della School of management del Politecnico ha regi­strato un aumento del 120% di start up innovative, che oggi sono più di 3.200, si trovano per il 60% al Nord (il 21% al Centro e il 22% al Sud) e danno lavo­ro a circa 13 mila persone, tra soci e di­pendenti. A crescere sono state anche le start up finanziate (+74%), gli inve­stitori istituzionali (+16%) e gli incuba­tori (cento in Italia); in aumento di circa il 60% le competizioni dedicate e quasi raddoppiati gli spazi di coworking (62). «Il ciclo è partito», commenta Rango­ne. «Cresce l’interesse da parte della politica, della stampa e della finanza, che si avvicina a piccoli passi. C’è più attenzione anche da parte delle univer­sità, che fino a ieri avevano presentato ai giovani altri modelli di successo: me­glio manager o consulenti piuttosto che imprenditori». Di questo è convinto an­che Andrea Di Camillo, ex imprendito­re e oggi fondatore della società di ven­ture capital P101; nel corso della sua carriera ha investito in più di 40 azien­de (tra cui Yoox, Venere, Viamente) e co-fondato Vitaminic e Banzai, que­st’ultima appena quotatasi a Piazza Af­fari. «L’ecosistema sta migliorando e non è solo una questione di numeri. Più se ne parla e sempre più persone valutano l’avvio di una start up come un’opportunità: posso decidere se man­dare un cv a un’azienda o fare la mia azienda», spiega Di Camillo. «Così il mercato si migliora a livello qualita­tivo e culturale, arrivano più soldi e si innesta un circolo virtuoso. Rispetto a tre anni fa, quando c’era il Medioevo, le cose sono cambiate».

Le skill necessarie 

UN BUSINESS SOSTENIBILE?
Agli aspiranti Zuckerberg va ricordato che non è tutto rose e fiori. «Le start up sono società appena nate il cui percor­so di crescita dipende dalle capacità degli imprenditori e dei manager che le gestiscono», ricorda Di Camillo; e du­rante questo percorso di crescita «alcu­ne diventano belle aziende, altre limi­tano le loro ambizioni, altre ancora non vedranno mai la luce. È un fatto norma­le». Tassi di mortalità superiori all’80, se non al 90%, un dato che vale sia per gli Stati Uniti che per l’Italia. Per mol­ti il successo è una chimera, anche se bisogna distinguere due livelli.

È raro assistere a società che arrivano a quo­tarsi con grandi Ipo come Yoox o Vola­gratis, per queste si parla di percentua­li decisamente inferiori all’1%. Ma av­viare una nuova impresa non significa per forza realizzare una nuova Paypal o Uber, soprattutto in un Paese che fa del­la piccola e media impresa il suo caval­lo di battaglia. E se il successo viene vi­sto semplicemente come la nascita di un business sostenibile, allora le per­centuali cambiano e raggiungono an­che il 20%. «È molto importante par­lare ai ragazzi anche di questo livello», spiega Rangone. «Start up non signifi­ca solo provare a creare “Facebook 2 la vendetta”, start up è poter fare un lavo­ro che si ama, anche se si arriverà a soli dieci-20 dipendenti, senza quotazione o venture capitalist alle spalle, ma di­vertendosi e contribuendo all’innova­zione del sistema».
Ma se almeno il 70% delle imprese che ricevono i finanziamenti non vedrà mai la luce, il business è conveniente per gli investitori? «Ovvio! Se non lo fos­se, non farei questo lavoro», sorride Di Camillo, che aggiunge: «Una domanda del genere negli Stati Uniti non verreb­be neanche fatta. In un mercato norma­le questa è una fase naturale di investi­mento, che serve a ricambiare il tessu­to economico di un Paese».

A.A.A. RISORSE CERCANSI
Nel 2013 i finanziamenti complessivi in start up hi tech – provenienti sia da investitori istituzionali che da business angel e venture capitalist – hanno rag­giunto i 129 milioni di euro (+15% sul 2012); nel 2014 gli ultimi dati dispo­nibili parlano di un bilancio in calo a 110 milioni di euro, dovuto in buo­na misura alla chiusura dei fondi con target di investimento sul Sud Italia. Il lato positivo è che si è comunque re­gistrato un netto incremento del ruo­lo svolto dagli investitori non istituzio­nali (business angel, acceleratori e in­cubatori), che a oggi pesa per il 50% delle risorse. Numeri che rimangono ben lontani rispetto a quelli di Germa­nia, Francia, Regno Unito e Spagna: Roma investe in start up un ottavo ri­spetto a Parigi e Berlino, un quinto ri­spetto a Londra e meno della metà ri­spetto a Madrid. Il problema, spiega il ricercatore del Politecnico, è che «per almeno un decennio ci siamo comple­tamente dimenticati delle start up hi tech. Dopo la bolla di Internet negli anni 2000, non le abbiamo più con­siderate, pensando fosse tutta una fre­gatura; non abbiamo considerato che un pezzo del nostro futuro potesse es­sere legato a esse». In altri Paesi que­sto non è avvenuto e ora possono con­tare su un ecosistema collaudato, con alle spalle almeno 15 anni di esperien­za sul campo.

«È come se fossimo un ragazzino alle elementari, mentre Pae­si come Francia, Germania e Svezia sono studenti universitari». C’è quin­di un gap temporale enorme da recu­perare. Ma il “ragazzino” ha iniziato il suo ciclo di apprendimento e studia, anche se con poche risorse a di­sposizione. Ovvio, servono imprendi­tori di qualità e più innovazione – dal 2010 si registra un costante calo nel numero di brevetti e l’European Patent Office ci inserisce all’11esimo posto in Europa per invenzioni depositate – senza si rischia solo uno spreco di ri­sorse; ma se in questo percorso ci fos­se un po’ più di finanziamenti per le start up, probabilmente l’ecosistema crescerebbe più velocemente. «L’Ita­lia avrebbe bisogno di un maggior nu­mero di soggetti investitori, oggi sono una trentina, sarebbero meglio 70», spiega Rangone. Un pensiero condivi­so anche da Di Camillo: «Per raggiun­gere i livelli di Francia, Germania e Regno Unito mancano le risorse. Se io sono un bravo imprenditore e per tro­vare un milione di euro devo vendermi la casa, mentre a Londra fanno la coda per darmeli, la cosa fa una certa diffe­renza». Colpa della crisi economica? Per il venture capitalist è più una que­stione di mentalità. «Non penso che in Italia non ci siano 300-500 milioni di euro disponibili. Sì, siamo un Paese che è stato in recessione e si sono con­tratti gli investimenti, ma da lì a dire che i privati non sono in grado di fare almeno dieci volte quello che stiamo facendo, anche in piena crisi econo­mica, direi un’inesattezza. La ricchez­za c’è. L’attenzione alla spesa di que­sti tempi non giustifica questa aridi­tà». Chiudiamo con un dato: se oggi investissimo in Italia 300 milioni nella fase iniziale delle start up, alcuni stu­di, («da prendere un po’ con le pinze», sottolinea Rangone) sostengono che a distanza di dieci anni i ritorni sul pil sarebbero di circa 3 miliardi, pari a una crescita del 0,2%. Che di questi tempi può fare la differenza tra ripresa e recessione.