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«Conosciamo la via da seguire»

«Conosciamo la via da seguire» Torna a Ripartenza Stati Uniti Cina Europa?
Martedì, 31 Agosto 2021

Il punto di vista ottimista di Franco Mosconi, tra i principali esperti di politica industriale europea

Franco Mosconi

Gli scenari più catastrofisti non lo impressionano. Franco Mosconi, professore ordinario di Economia e politica industriale all’Università di Parma, cattedra Jean Monnet, autore di The New European Industrial Policy. Global competitiveness and the manufacturing renaissance , (Routledge nel 2015), è uno dei principali esperti di politica industriale europea e vede il bicchiere mezzo pieno.

Professore, crede che l’Ue uscirà da questa crisi perdendo ulteriore terreno rispetto a Cina e Stati Uniti? 
No, è un rischio che non vedo. O meglio, da un lato è corretto prendere atto di ritardi e gap che la pandemia ha squadernato nel confronto con gli Usa e la Cina. Se si guarda ai dispositivi di protezione individuale e ai vaccini, i divari sono evidenti. Ma, dall’altro lato, la stessa Commissione europea inserisce quello che chiama «l’ecosistema della salute» tra le cose da potenziare. Di più: la reazione europea, timida nelle fasi iniziali, ha prodotto il Next Generation EU, cioè un insieme di politiche e di strumenti che rafforzeranno la cooperazione sovranazionale tra gli Stati membri. E, quindi, penso che da questa terribile pandemia l’Ue possa uscire rafforzata.

Dispositivi e vaccini a parte, la pandemia ha evidenziato la centralità del digitale. Anche qui, l’Ue è senza player di rilievo: da cosa dipende? Il ritardo è colmabile?
Sulle piattaforme digitali credo proprio di no: su questo fronte l’Europa può fare ben poco. Dove invece ha margini importanti di miglioramento e può sviluppare una sua capacità endogena, è in quella che chiamiamo la transizione digitale, che non è fatta solo di tre o quattro piattaforme social, ma di industria 4.0, delle reti 5G, della trasformazione del panorama industriale grazie all’introduzione nei processi produttivi delle tecnologie abilitanti (intelligenza artificiale, stampante 3D, ecc.). Non si può riprodurre a tavolino Google! Serve invece fare una grande rete paneuropea 5G e aiutare tutte le imprese Ue ad abbracciare la quarta rivoluzione industriale.

 Più di un analista ha sottolineato come l’Ue non disponga di suoi campioni industriali.
Dipende dai settori. Fino a ora abbiamo parlato del macrosettore della farmaceutica e delle biotecnologie e di quello

hardware/software e del relativo ecosistema, e qui non abbiamo campioni europei a vocazione globale. Ma in altri settori l’Europa è ottimamente posizionata. Guarda caso, in quelli in cui ci sono state delle fusioni e acquisizioni transfrontaliere che hanno fatto nascere campioni europei, per iniziativa dei governi – come nel caso di Airbus, colosso dell’industria aerospaziale – oppure per iniziativa delle imprese, per esempio nell’automotive, con lo shopping portato avanti dalle grandi case tedesche e con l’italo-francese Stellantis. La via da seguire lo sappiamo qual è: è quella del rafforzamento del livello sovranazionale, della creazione di campioni europei e – sul piano della policy – della realizzazione di quella lungimirante iniziativa dell’Ue che va sotto il nome di Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo il cui acronimo è IPCEI. Quest’ultimo probabilmente è lo strumento più innovativo degli ultimi anni: partner, pubblici e privati, dei vari Paesi si mettono insieme. Ne sono già stati lanciati nella micro elettronica, nelle batterie, nell’idrogeno.

All’Unione serve una nuova politica industriale?
Dall’inizio degli anni Duemila, le ultime Commissioni (Prodi, Barroso, Juncker e von Der Leyen), in perfetta continuità, hanno sviluppato il cosiddetto approccio “integrato”, con cui nel gergo di Bruxelles si riferisce a una politica industriale che è sia orizzontale, cioè pensata perla generalità dei settori produttivi e fondata sulla completa attuazione del single Market, ma contiene anche un approccio verticale, che riservi cioè un’attenzione specifica a determinati settori produttivi e a certe tecnologie abilitanti. L’approccio verticale era stato totalmente dimenticato negli anni del pensiero unico, cioè il “Washington Consensus ”, perché si pensava bastassero le liberalizzazioni e la deregulation . Ma, come si è visto, così non è.

La cooperazione sarà anche aumentata, ma rimangono differenze di carattere culturale: i cosiddetti falchi sono piuttosto nervosi. Non è che il Next Generation EU più che la nuova stella polare dell’Europa sarà l’ennesima stella cadente?
Il rischio c’è. Non è scontato che, una volta superata la fase acuta della pandemia, i Paesi del Nord vogliano proseguire su questa strada, ma allora la domanda è un’altra: in un mondo con tre giganti economici, cioè l’Europa, gli Usa, la Cina, cosa pensano di fare da soli?

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