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Diciamo all’Europa cosa siamo stati capaci di fare

Diciamo all’Europa cosa siamo stati capaci di fare Torna a Rinascimento in vista per l’Italia
Venerdì, 13 Giugno 2014

Intervista a Marco Fortis, vicepresidente Fondazione Edison e professore di Economia industriale all’Università Cattolica di Milano

Da tempo Fortis studia le analisi della Commissione europea sulle ragioni che portano il nostro Paese a essere poco competitivo. E non esita a dire che si tratta di documenti «pieni di fesserie, scritti da economisti che non hanno la minima idea di come è fatto il sistema industriale italiano e di cosa è accaduto nei distretti produttivi di tutta la Penisola durante gli ultimi 15 anni».

Che cosa è accaduto, professore?
Un processo di cambiamento profondo in cui le aziende del made in Italy hanno affrontato la sfida della globalizzazione, spostandosi da produzioni a basso valore aggiunto verso beni di alta qualità. Questa trasformazione si è realizzata per un mix concomitante di fattori: le imprese italiane hanno dovuto affrontare, innanzitutto, la concorrenza di Paesi emergenti come la Cina, che hanno attaccato la nostra manifattura facendo leva soprattutto sul fattore prezzo e sui bassi costi di produzione. Inoltre, l’arrivo dell’euro ha impedito di contare sulle svalutazioni della lira per recuperare competitività. Di fronte a queste sfide, molti imprenditori hanno dimostrato grande capacità di adattamento e trovato la strada per restare al passo, puntando sulla qualità. Il risultato di questo processo sta tutto nei numeri: oggi, assieme a Germania, Giappone e Corea del Sud, l’Italia è uno dei pochi Paesi con un un surplus commerciale manifatturiero superiore ai 100 miliardi.

L’Europa non si è accorta di questi dati?
Direi proprio di no, visti alcuni documenti ufficiali, che purtroppo influenzano anche i giudizi delle agenzie di rating e, cosa ancor più sorprendente, sono stati scritti in parte da economisti italiani. La Commissione sostiene che non siamo competitivi perché troppo ancorati a settori tradizionali e a basso valore aggiunto come il tessile e l’abbigliamento, dove subiamo la concorrenza cinese. Di fronte a questi strafalcioni, Roma dovrebbe protestare vivacemente.

E allora perché la nostra economia non cresce?
In un sistema maturo come il nostro, il contributo dell’export alla crescita del pil è per forza di cose limitato. I problemi degli ultimi anni sono tutti legati al crollo della domanda interna, aggravata dall’austerity voluta dall’Europa.

C’è chi vorrebbe uscire dall’euro. Cosa ne pensa?
Supponiamo, per assurdo, che un viaggiatore si accorga all’improvviso di aver preso un aereo sbagliato. Cosa può fare per rimediare o? Non può certo buttarsi giù dal velivolo durante il volo, magari senza il paracadute. Ecco, è un po’ quello che accadrebbe uscendo dall’euro adesso: sarebbe un salto nel vuoto.

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