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Cambiare il mix

Cambiare il mix Torna a Rilanciare consumi sì ma come
Giovedì, 07 Gennaio 2021

Intervista a Fabio Fulvio, responsabile marketing, innovazione e internazionalizzazione di Confcommercio

Fabio Fulvio-Confcommercio

Come sarà la nuova normalità? 
Abbiamo vissuto un frangente storico che non si vedeva dai tempi dell’influenza spagnola. Cos’è successo un secolo fa? Non essendoci grandi alternative, le persone hanno ricominciato a vivere e a comprare nei negozi un po’ alla volta. Oggi invece il Covid-19 ha accelerato dei processi già in corso: il digitale, la fuga dalle grandi superfici e la riscoperta dei negozi di quartiere, l’attenzione alla salute. Nel frattempo, crescono l’età media della popolazione e le famiglie mononucleari che chiedono un’offerta diversa. Le conseguenze di questi fenomeni erano l’attenzione all’esperienza d’acquisto, qualità e assaggio negli alimentari e in qualche caso personal shopper per l’abbigliamento: è questa interazione personale che è sparita adesso, ma la consideriamo una frenata di breve periodo. In un orizzonte di medio-lungo periodo, però, non tutto tornerà come prima.

Che cosa ci porteremo dietro? 
La paura che possa tornare, per esempio. Quindi, l’attenzione alla sicurezza sanitaria rimarrà fondamentale. Ai nostri associati diamo tre indicazioni: il primo è appunto far sentire sicuri clienti e dipendenti. Poi c’è il caring , il far vedere al cliente che ci sei e mantieni la relazione: molti lo hanno fatto nel lockdown con la consegna a casa, si poteva fare anche prima ma ora è esplosa. Mascherina, guanti, magari il Pos contactless sono elementi che aumentano quella sensazione di sicurezza di cui parlavamo prima. Infine, c’è la parte più complicata: cambiare modello di business. E qui arriva il difficile, anche se forse ancor più importante. Una manovra abbastanza comprensibile è quella di spostare il proprio assortimento verso elementi più basic: se di solito questi sono al 50%, del mix, in questo orizzonte temporale con un reddito disponibile minore o percepito minore sono da privilegiare. Perché i consumi discrezionali vengono tagliati: c’è chi ha paura di perdere il lavoro, ma anche chi in smart working rinuncia a comprare dei bei vestiti per l’ufficio e mangia a casa.

Lo smart working diffuso sembra il grande spauracchio per il mondo del commercio. È davvero così?
Sono convinto come tanti osservatori che una quota di 25-30% di smart working si consoliderà nella vita di gran parte dei lavoratori dopo la fine dell’emergenza. Cambierà le regole del gioco, ma potrebbe anche cambiare la geografia del commercio. Smart working vuol dire a casa, ma ovunque: a Roma come a Norcia, a Todi. Potrebbe essere una bella scommessa aprire attività in città non lontane dei grandi centri, se ben collegate con infrastrutture e reti veloci. E investire in strumenti di ecommerce per raggiungere il proprio cliente ovunque egli sia. È un lavoro complicato e siamo indietro: il 36% dei negozi non ha un sito web, e solo il 15% di chi ce l’ha fa attività Seo per sfruttare davvero questo strumento. E il 53% non usa i social come negozio. Altro che le vetrine digitali di cui si parla tanto... Vendere online non vuol dire chiudere il proprio negozio, ma significa raggiungere un nuovo pubblico, diverso da quello che entra dalla porta.

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