“Non può che esserci un’unità di vita. l’uomo diviso tra casa e bottega nel modo in cui pensa, si comporta e crede per me arriva all’isteria” Ettore Gotti Tedeschi

Dottor Gotti Tedeschi, lei ha detto a proposito dell’enciclica Caritas in Veritate che il Papa meriterebbe il Nobel per l’economia. Ci può spiegare qual è il contenuto originale di questa enciclica?
Il Papa è una figura straordinaria, di difensore dell’uomo in ogni cultura, in ogni momento storico, in ogni condizione. Ci vorrebbe un premio apposta. Le ragioni per cui ritenevo che il Papa avesse diritto a essere insignito del premio Nobel per l’economia sono sostanzialmente sono due. La prima è che tutta l’enciclica è permeata da un obiettivo strategico: dimostrare che uno strumento come l’economia non può assumersi la responsabilità di avere un’autonomia morale. Quando uno strumento assume un’autonomia morale danneggia l’uomo. Il secondo motivo è che l’economia - e se questo fosse scolpito nei cervelli dei grandi governanti e dei grandi banchieri, sarebbe un fatto storico - non può avere un senso per l’uomo se la vita non ha senso per l’uomo. Non si può chiedere al banchiere, all’economista di dare il senso all’economia se nella nostra cultura la vita non ha senso.
Lei è considerato un ultra liberista, però l’ultra liberismo non si accompagna bene con la dottrina sociale della chiesa cattolica. Come concilia questi due aspetti?
Credo nella libertà responsabile dell’uomo. E la mia etica è quella del Papa. Io non ho un’etica mia. Indubbiamente il mercato è l’unico contesto in cui la libertà responsabile può essere espressa, ma aggiungo che le encicliche di carattere sociale non sono nate ultimamente o con la rivoluzione industriale, ma hanno 2 mila anni e la prima è il discorso della montagna. È quella l’etica a cui mi riferisco io.
Come può fare un manager stretto tra il dover essere imposto dalla sua condizione o dallo sta tus aziendale e il voler essere dettato dalla sua propria cultura o dalla sua educazione a conciliare questi due aspetti. Il dover essere e il voler essere?
Non può che esserci un’unità di vita, quindi l’etica è la medesima in casa, in famiglia e nella bottega. L’uomo diviso tra casa e bottega nel modo in cui pensa, si comporta e crede per me arriva all’isteria. Inoltre credo che dobbiamo imparare a influenzare l’ambiente in cui ci troviamo a tutti i livelli. Una segretaria può influenzare il comportamento del suo capo. Ognuno può influenzare l’ambiente con il suo comportamento, con i suggerimenti, però bisogna essere preparati, formati, bisogna crederci. Il problema è che spesso abbiamo un gap di formazione anche personale delle cose in cui crediamo e della forza con cui ci crediamo. Noi cattolici, poi, abbiamo una mania persecutoria: crediamo di essere sempre discriminati in tutto. Cosa che non tollero assolutamente. Molto spesso utilizziamo questo per scusare le nostre incapacità, i nostri fallimenti, dobbiamo avere il coraggio di affermare quello in cui crediamo vivendolo, non solo raccontandolo.
Lei commentando la Caritas in Veritate ha detto che il Papa è l’unico a mettere in relazione le regole, la solidarietà e la fiducia. Ma la solidarietà e la fiducia sono un corollario dell’agire economico o ne sono un motore?
In tutti i discorsi che fanno gli economisti si parla di leggi, contesti, globalizzazione, prospettiva, strategia, governance. Poi si giunge a comprendere che c’è un problema chiave: manca è la fiducia. Di conseguenza non funzionano le leggi, le governance, le strategie. E che cos’è la fiducia se non l’aspetto morale? È necessario tornare a distinguere tra fini e mezzi. Chi pensa che esistano le banche etiche, i fondi etici, i maglioni etici, gli orologi etici? Uno strumento non può essere etico. Si può fare uno strumento che abbia un obiettivo etico - come un ospedale o una scuola - però se poi le persone che lo gestiscono, che insegnano e che operano non raggiungono l’obiettivo etico è perché non ci credono.
Un’ultima domanda sulla crisi economica. Sta montando la preoccupazione per una nuova bolla speculativa alimentata sia dalla debolezza del dollaro sia da tassi tenuti artificialmente bassi. Non abbiamo proprio imparato nulla da questa crisi?
Gli ultimi anni di crescita economica sono stati falsati, non erano sostenibili perché costruiti sul debito, che di per sé non ha nulla di male, ma deve essere coerente con lo sviluppo reale dell’economia e mettere in grado chi lo richiede di poterlo pagare. Questa formula ha spinto le famiglie in una situazione di debolezza e di vulnerabilità. Negli Stati Uniti in dieci anni il debito delle famiglie è passato dal 68% al 97-98% del 2007, questo significa che quasi 30 punti percentuali in più di crescita economica sono dovuti all’indebitamento delle famiglie. L’economia è cresciuta in maniera drogata e la famiglia è diventata enormemente vulnerabile perché ha perso oggi gran parte dei suoi investimenti, dei fondi pensioni, del valore della casa. La lezione è che dovremmo tornare a vivere con una maggiore sobrietà. Eppure si sta pensando a nuove bolle. Per una ragione molto semplice, il deleveraging, cioè il ritorno a una normalità di debito del sistema fa paura. Tutti hanno paura di tornare non dico poveri ma meno ricchi di prima e questo vale per le famiglie, per gli individui, per le imprese, per le banche, ma soprattutto per i governi.