Si chiamano reverse charge e split payment: sono due meccanismi delicati, preziosi per lo Stato ma pericolosi per le aziende. E stanno tenendo in fermento il mondo del B2B. Perché comportano infatti una piccola rivoluzione nella gestione dell'Iva da parte delle aziende. Non il 22% scaricato sui consumatori, ma i versamenti relativi ai fornitori. Non saranno più questi ultimi a pagare l'intera somma, ma un 20% della quota sarà di competenza dell'acquirente. Una mossa da 1 miliardo di euro in termini di minore evasione.

Merito della compliance fiscale, cioè la fedeltà al fisco: secondo i dati portati dalla relazione tecnica del governo, chi compra è meno incline ad evadere di chi vende. Ecco perché viene ribaltato l'onere del versamento come già accaduto per una serie di categorie e per la pubblica amministrazione. Saranno così chiamati a "trattenere" l’imposta sul valore aggiunto dei fedelissimo del fisco: le società controllate dallo Stato, dagli enti locali e le loro controllate dirette ed indirette, le società private quotate in Borsa all’indice Ftse Mib e le loro controllate. Da luglio nell'elenco entreranno anche professionisti come avvocati, architetti ecc.

Con quali risultati? Nel 2018 l’Iva che entrerà nel sistema dello split payment ammonterà a 5,4 miliardi, recuperando appunto almeno un miliardo. A pieno regime si arriverà a 18,5 miliardi, cioè un quinto dell'intera imposta nazionale (108 miliardi). Sarà tutto oro? No, visto che i fornitori - professionisti o venditori di materie prime o semilavorati o altro - finora incassavano l'Iva e trattenevano quanto scaricato. Il sistema così si incrinerà, causando possibili problemi di liquidità in attesa del rientro dell'Iva già pagata. E spesso i rimborsi sono in ritardo.