IL SISTEMA FISCALE SVIZZERO
7,5% L’Iva applicata
18-20% la pressione fiscale sugli utili d’impresa
3 mila euro circa. È lo stipendio netto di un impiegato di medio livello

Sul tavolo di Gianluca Marano, fondatore della società di consulenza Sva Swiss Advisory, con sede a Chiasso, oggi c’è una pratica che, fino a qualche anno fa, nessuno si sarebbe mai aspettato: il progetto di un imprenditore caseario pugliese, il cui nome rimane top secret, di aprire un’attività a Zurigo. Sembrerà strano ma, anche nel Sud Italia, che certo non è tra le aree geografiche più ricche d’Europa, c’è qualcuno che sta pensando di investire in Svizzera, un Paese che ha un Pil pro-capite tra i più alti del mondo (oltre 63 mila dollari) e dove il costo della vita supera di almeno il 30 o 40% quello della Penisola. La scelta dell’imprenditore pugliese, però, non è assolutamente campata in aria. Anzi, è soltanto il segno più evidente di un fenomeno iniziato oltre dieci anni fa, di cui molti osservatori si sono accorti soltanto di recente, non appena i rialzi del franco, sul mercato valutario, hanno portato alla ribalta della cronaca la “felicissima” Repubblica elvetica.

Marano

Gianluca Marano, fondatore della società di consulenza Sva Swiss Advisory di Chiasso

Oggi, infatti, la Svizzera sembra davvero un “paradiso” per le aziende, comprese quelle del made in Italy. Non un paradiso fiscale, però, come spesso è stata descritta, bensì il luogo ideale dove avviare un business in diversi settori, dall’industria manifatturiera più tradizionale sino all’alta tecnologia, passando per le energie alternative. «È ora di finirla coi luoghi comuni », dice Marano, «che dipingono la Repubblica Elvetica soltanto come la nazione della cioccolata o degli orologi a cucù, o come il centro della finanza internazionale, in cui i ricchi di tutto il mondo vogliono portare i soldi, e metterli al sicuro, magari violando anche le leggi del proprio Paese».

Macrì

Fabrizio Macrì, responsabile marketing ed eventi speciali della Camera di Commercio italiana per la Svizzera

IL MIRACOLO DI BERNA

In realtà, appena sopra le Alpi, c’è una nazione industriale avanzata che ha un un tasso di disoccupazione pari al 2,8%, un debito pubblico inferiore alla metà della ricchezza nazionale e un pil che, nell’intero 2011, crescerà a un ritmo dell’1,5-2% su base annua. Non è moltissimo, ma si tratta senza dubbio di un ottimo risultato se si tiene conto di due fattori: gli apprezzamenti del franco, che hanno tolto un po’ di competitività sui mercati all’industria svizzera, e il cattivo andamento dell’economia europea e statunitense, che rischiano di finire di nuovo in recessione. Inoltre, non va dimenticato che la Confederazione Elvetica è al primo posto nel mondo nel Global Innovation Index, l’indice che misura la capacità di innovazione industriale dei Paesi, creato dalla prestigiosa business school internazionale Insead. Dietro a questo piccolo miracolo economico all’ombra delle Alpi, ci sono però ragioni profonde. «Innanzitutto», dice Fabrizio Macrì, responsabile marketing ed eventi speciali della Camera di Commercio italiana per la Svizzera, che ha sede a Zurigo, «c’è una rete di infrastrutture molto avanzata e un sistema burocratico e amministrativo assai efficiente». Per creare un’impresa in uno dei 26 cantoni, infatti, occorrono addirittura pochi giorni o poche ore.

Poretti

Roberto Poretti, coordinatore del Centro di Promozione Start-up presso l’università della Svizzera italiana

Lo sa bene Roberto Poretti, coordinatore del Centro di Promozione Start-up, un incubatore di aziende, attivo presso l’Università della Svizzera Italiana di Lugano e Mendrisio, che aiuta gli imprenditori in erba a realizzare i loro progetti. «Qui da noi, per costituire una società, basta recarsi da un notaio e sbrigare qualche pratica in poco tempo», dice Poretti, che aggiunge: «da qualche anno, questi adempimenti sono diventati ancora più semplici e si possono svolgere addirittura on line, grazie alla nascita di società che forniscono servizi di assistenza legale e amministrativa via Internet».

AL LAVORO A 16 ANNI

Il coordinatore del Centro di Promozione Start-up, però, sottolinea un altro elemento che consente alla Svizzera di viaggiare con una marcia in più: un sistema d’istruzione molto formativo ed efficiente, che agevola l’ingresso dei giovani sul mercato del lavoro. A parte le università, che sfornano laureati con un’alta preparazione scientifica o umanistica, in tutto il Paese ci sono ottime scuole superiori, capaci di forgiare validi tecnici, artigiani e operai specializzati, che iniziano a lavorare già a 15 o 16 anni, prima del compimento della maggiore età. Una volta terminata la scuola dell’obbligo, cioè il quarto anno delle medie inferiori, i giovani elvetici che frequentano gli istituti tecnici possono infatti iniziare dei tirocini nelle aziende, abbinando studio e lavoro. Il tutto grazie a dei contratti di apprendistato che prevedono il coinvolgimento di tre parti: la famiglia dello studente, se minorenne, le autorità cantonali e le stesse aziende che offrono gli stage ai giovani. Inoltre, come ricorda Macrì, nella comunità elevetica esiste una forza-lavoro multilingue, abituata all’integrazione di diverse culture, tradizioni ed etnie, sia al proprio interno che nei confronti di chi proviene dall’estero. Si tratta ovviamente di una qualità molto apprezzabile nel mondo di oggi, dove l’economia si muove con logiche globali.

TASSE SUPER-LEGGERE

La vera forza competitiva della Svizzera deriva, però, soprattutto da un sistema fiscale molto snello, dove la pressione tributaria sui redditi da lavoro e d’impresa è davvero ridotta all’osso. L’imposta sul valore aggiunto (Iva) applicata dal governo di Berna, ad esempio, è attorno al 7,5%, contro il 21% dell’Italia e il 19-20% del resto d’Europa. Poi, gli utili delle imprese vengono tassati su tre livelli (federale, cantonale e comunale) con aliquote molto basse. Un primo prelievo del 9% circa spetta al governo centrale della Confederazione, ma vengono riscosse materialmente sul territorio dai singoli Cantoni, che tengono per sé una parte minoritaria del gettito e lo versano poi alle autorità nazionali. Un ulteriore prelievo spetta invece ai singoli comuni e arriva fino a un massimo del 9% circa. Sulla base dei principi del federalismo fiscale, però, le autorità municipali possono anche ridurre l’aliquota dell’imposta loro spettante per attirare investimenti. Di conseguenza, la pressione fiscale sugli utili d’impresa in Svizzera arriva di regola sino al 18-20% ma, in alcune zone del Paese, può essere ancora più bassa.

SALARI ALTI E PACE SOCIALE

Anche sulle persone fisiche, il peso delle tasse e dei contributi previdenziali è molto contenuto. Gli oneri sociali sui salari, ad esempio ammontano a circa il 10% della retribuzione lorda. Esiste poi un’imposta sui redditi da lavoro, con aliquote progressive ma abbastanza contenute, che toccano un massimo di circa il 20%. Risultato: il divario tra salario lordo e netto dei cittadini elvetici non supera complessivamente il 30-40%, garantendo retribuzioni soddisfacenti a gran parte degli occupati. Un impiegato di medio livello, ad esempio, percepisce di solito uno stipendio netto di circa 3 mila euro al mese, almeno il doppio rispetto a un collega italiano. L’ottimo livello retributivo ha avuto come conseguenza un bassissimo grado di conflittualità sociale. «A mia memoria, non ricordo di aver visto uno sciopero in Svizzera», dice Marano, che ha scelto di insediare la propria attività di consulente a Chiasso ma è un italiano doc, nato a Milano e residente nel nostro paese, a poca distanza dalla frontiera. Secondo il fondatore di Sva Swiss Advisor, persino il diritto del lavoro elvetico è un modello da prendere ad esempio, grazie al suo elevato grado di flessibilità. La contrattazione collettiva è infatti ridotta all’osso, se non per la definizione dei diritti fondamentali dei lavoratori, mentre è lasciato ampio spazio alla negoziazione salariale tra le imprese e il singolo dipendente.

Con tutti questi punti di forza, non è un caso dunque che anche nel 2011 l’economia rosso-crociata sia stata posta al vertice della classifica sulla competitività dei Paesi, redatta dal World Economic Forum. E non è un caso neppure che molte multinazionali abbiano scelto di insediare i propri quartier generali europei o mondiali sul territorio svizzero. Sul Lungolago Paradiso, a poca distanza da Lugano, c’è ad esempio Fiat Group International, la divisione internazionale della casa automobilistica del Lingotto. Vicino Ginevra, invece, ha messo le proprie radici il colosso statunitense dei beni di largo consumo, Procter&Gamble, e lo stesso hanno fatto altre grandi corporation d’Oltreoceano come Hewlett Packard. A varcare le Alpi sono state anche alcune medie aziende del made in Italy, stabilendo degli insediamenti produttivi o degli uffici commerciali che gestiscono le loro attività internazionali. È il caso di The North Face, gruppo veneto dell’abbigliamento sportivo, oppure di nomi dell’alta moda come Gucci e Prada. «Non bisogna però pensare», dice ancora Macrì «che la Svizzera sia soltanto un paese fatto di multinazionali o di aziende di medie e grandi dimensioni, in arrivo dall’estero». Sul territorio esiste infatti anche un ampio tessuto di piccole imprese, non molto dissimile da quello che c’è in Italia. A differenza di quanto avviene da noi, secondo Marano, i medi imprenditori dialogano sempre in maniera proficua con le istituzioni, in particolar modo con le autorità cantonali e municipali. «In Svizzera c’è poca evasione fiscale», dice il consulente, «e gli episodi di corruzione degli amministratori pubblici sono rarissimi». Per questo, a detta di Marano, gli imprenditori italiani che investono in Svizzera e hanno l’occasione di parlare con dei funzionari pubblici, rimangono letteralmente esterefatti dalla loro cortesia, competenza e concretezza, e dalla velocità con cui riescono a rilasciare delle concessioni o delle autorizzazioni amministrative, anche per operazioni complesse come la costruzione di uno stabilimento produttivo. Per somigliare alla Svizzera, dunque, secondo Marano una nazione come l’Italia dovrebbe piuttosto mettere in atto una vera e propria rivoluzione culturale, basata sul senso civico, ancor prima di pensare a imitare i sistemi fiscale e scolastico della Confederazione.