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Per la Dynamic Technologies di Udine, un gruppo che produce componenti per moto­vetture, la crisi dell’auto italiana e le diffi­coltà del gruppo Fiat non rappresentano cer­to una buona notizia. Ma non sono neppu­re una disgrazia, perché il business dell’azien­da friulana, che ha 200 dipendenti e ricavi per circa 200 milioni di euro all’anno, è in gran parte al di fuori dei confini nazionali. Dal Brasile al Cana­da fino alla Cina, Dynamic Technologies esporta ben il 90% del proprio fatturato, servendo alcuni noti marchi delle quattro ruo­te come General Motors e Volkswagen. In una situazione simi­le si trova anche la NeoMobile di Roma, piccola multinaziona­le del made in Italy, che fattura circa 100 milioni di euro e dà la­voro a 250 professionisti in tutto il mondo (da San Francisco a Bombay). NeoMobile vende contenuti di intrattenimento per i dispositivi mobili, come le suonerie per i cellulari o altre appli­cazioni per gli smartphone e realizza al di fuori della Penisola il 60% del proprio giro d’affari. Stesso discorso per la Kiian di Lui­sago (Co), che produce inchiostri per tessuti e fattura 48 milioni di euro, di cui il 70% arriva dall’estero, cioè da ben 96 paesi di­versi in tutto il globo. Anche Kiian, come NeoMobile e Dyna­mic Technologies, è una media azienda italiana che sta fronteg­giando la crisi economica, grazie alle capacità del management ma anche per un altro fattore che non va trascurato: la presenza, tra gli azionisti, di una nutrita schiera di investitori istituzionali che aiutano le imprese a investire e a crescere, apportando capi­tali freschi. Sono i fondi di private equity e di venture capital che oggi, nel nostro Paese, hanno un portafoglio di partecipazioni del valore di quasi 20 miliardi di euro, più altri sei miliardi ancora da investire (si vedano i grafici nelle pagine seguenti, che riportano i dati aggiornati al 2012). Senza il carburante del private equity e del venture capital, insomma, non poche pmi incontrerebbero difficoltà a trovare le risorse sufficienti per espandersi e per compiere un salto di qualità. Peccato, però, che in Italia questa categoria di investitori non abbia la stessa forza e consistenza che ha invece in altre nazioni. Venture capital e private equity, cosa sono e cosa fanno
Questo, almeno, è ciò che pensano gli esperti dell’ufficio studi di Confcommercio che, in un’analisi recente, hanno messo in evidenza alcuni ritardi strutturali del nostro Paese. L’indagine di Confcommercio si è concentrata su un particolare segmento di mercato, quello dei fondi di venture capital che investono prevalentemente nelle aziende appena nate (le start up) o in quelle che stanno attraversando ancora una fase di forte espansione, mentre l’intero settore del private equity si concentra per lo più sulle pmi che hanno già una storia consolidata alle spalle e vogliono mettere in campo delle operazioni straordinarie: per esempio un cambio nell’azionariato, una ristrutturazione aziendale o dei piani di espansione all’estero che necessitano di finanziamenti. Secondo le rilevazioni di Confcommercio, il settore del venture capital italiano è affetto da una sorta di nanismo e nel 2012 ha investito nel nostro Paese non più di 70 milioni di euro, corrispondenti ad appena lo 0,04% del Pil nazionale. Si tratta di una somma pari alla metà di quella che si registra in Spagna (156 milioni) e a circa un decimo rispetto a quella della Francia (636 milioni) e della Germania (oltre 700 milioni). Se invece le dimensioni del venture capital tricolore fossero simili a quelle di altre realtà continentali, a detta di Confcommercio, il Pil italiano sarebbe cresciuto nell’ultimo decennio di oltre 10-15 punti in più, rispetto ai livelli attuali. Secondo gli addetti ai lavori, però, è meglio evitare delle analisi troppo sbrigative poiché la realtà del nostro Paese presenta molte sfaccettature che vanno analizzate nel dettaglio. È vero, infatti, che a sud delle Alpi la presenza degli investitori istituzionali nel capitale delle pmi è scarsa o insufficiente. Ma i motivi di questo ritardo hanno radici ben profonde, che non possono essere rimosse in tempi brevi.
«I ritardi dell’Italia vengono da lontano e sono precedenti all’ultima crisi economica, che certo non ha favorito gli investimenti finanziari», dice per esempio Marco Canale, direttore generale di MPVenture, società di private equity che fa capo al gruppo Monte dei Paschi di Siena e che è presente nel capitale di molte medie aziende del made in Italy, tra cui le stesse Dynamic Technologies e NeoMobile. Alla base del ritardo italiano, secondo Canale, ci sono spesso dei motivi di ordine culturale. Molte pmi del nostro Paese, infatti, sono saldamente guidate dalla famiglia proprietaria che spesso non vede di buon occhio la principale conseguenza di un eventuale “matrimonio d’interesse” con il mondo del private equity: l’ingresso nel capitale di nuovi soci, che portano nuove logiche manageriali all’interno dell’azienda, costringendo i fondatori e gli azionisti di maggioranza a fare un passo indietro.
Dello stesso parere di Canale è anche Fabrizio Medea, partner di Wise sgr, società di private equity (partecipata con una quota di minoranza dalla Banca Popolare di Milano), che investe dal 2000 in molte piccole e medie aziende ed è entrata di recente nel capitale di Kiian. «Il problema del private equity italiano non è la mancanza di risorse», dice Medea. «Piuttosto, c’è una difficoltà nel far incontrare la domanda con l’offerta, cioè gli investitori istituzionali con le imprese potenzialmente appetibili».
L’ingresso di un fondo di private equity o di venture capital nel capitale di una piccola e media società, infatti, si basa su un procedimento complesso (che dura di solito qualche mese) in cui il proprietario dell’azienda deve avere ben chiari gli obiettivi strategici che lo portano a compiere un passo così importante e non sempre si riesce a far combaciare alla precisione gli interessi dei fondi di private equity e quelli delle società che, potenzialmente, potrebbero rientrare tra i loro obiettivi di investimento. Nel caso dei venture capital, secondo Canale, va invece messo in evidenza un altro problema che da sempre attanaglia il nostro Paese. Tradizionalmente, si sa, i fondi di venture capital investono in prevalenza nelle start up particolarmente innovative che operano in settori ad alto contenuto Hi Tech e che spesso nascono da degli spin-off universitari, cioè da centri di ricerca accademici che cercano di trasformare in un business qualche particolare scoperta tecnologica o scientifica. Su questo fronte, però, purtroppo l’Italia può dare ben poche lezioni all’Europa, visto che il dialogo tra il mondo universitario e quello produttivo nel la Penisola è molto faticoso, mentre le attività di ricerca hanno spesso difficoltà a beneficiare di un sostegno pub­blico. Anche per i venture capital, insomma, il problema non è nella mancanza di risorse, ma nella scarsa conside­razione che l’Italia, come sistema-Paese, riserva da sempre al mondo della ricerca e all’innovazione. A complicare le cose, poi, negli ultimi anni è arrivata anche la crisi finan­ziaria internazionale che, per motivi inevitabili, ha ridotto notevolmente gli investimenti effettuati dal private equity e dal venture capital un po’ in tutto il mondo, Italia com­presa. Nel primo semestre del 2012, infatti, il valore com­plessivo delle operazioni messe in atto da questi fondi nel nostro Paese non ha superato i 900 milioni di euro, contro i 3,5 miliardi dell’intero 2011. Sembra ormai lontano anni luce il biennio 2007-2008, quando gli investimenti com­plessivi sul mercato (che per l’80% circa vanno alle pmi con meno di 50 dipendenti e meno di 250 milioni di euro di fatturato) hanno toccato un picco di quattro-cinque miliardi di euro ogni 12 mesi. Tuttavia, va riconosciuto che la crisi finanziaria ha lasciato in dote anche qualche insegnamento prezioso. Fino al 2008, infatti, tanti fondi facevano parecchie acquisizioni facili, sfruttando spesso a dismisura la leva finanziaria, cioè facendo ricorso all’indebitamento in maniera un po’ troppo disinvolta. «Oggi», dice Medea, «mentre i volumi delle operazioni si sono ridotti, c’è però una maggiore attenzione alla validità e alla sostenibilità dei piani industriali delle aziende».
Intanto, sembra profilarsi all’orizzonte una svolta importante: un forte impegno nel settore del private equity e del venture capital da parte della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), il colosso finanziario pubblico che ha un patrimonio di circa 300 miliardi di euro. Innocenzo Cipolletta, che ha da poco assunto la guida dell’Aifi (associazione italiana del private equity e del venture capital), in un’intervista al Corriere della Sera ha detto di non essere affatto preoccupato da questa prospettiva. Anzi, per Cipolletta si tratterebbe di un fatto positivo, visto che altri Paesi come la Francia o la Germania si sono mossi da tempo nella stessa direzione (vedi anche servizio precedente). L’importante, secondo Cipolletta, è che la Cdp si muova con una logica del mercato. Per svolgere questo ruolo, a detta del presidente dell’Aifi, sarebbe bene che la Cassa depositi e Prestiti venisse quotata in Borsa. Chissà se qualcuno, dopo le elezioni, gli darà ascolto.