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È una questione culturale

È una questione culturale Torna a Piccole imprese italiane non crescono
Giovedì, 12 Settembre 2019

 PAROLA DI ANGELO DI GREGORIO, ORDINARIO DI MANAGEMENT ALL’UNIVERSITÀ MILANO-BICOCCA 

Angelo-di-Gregorio-Milano-Bicocca

 

Le imprese italiane sono piccole perché non hanno accesso al capitale. Condivide quest’analisi? 
Ricondurre il loro mancato sviluppo a un problema finanziario è enormemente riduttivo, perché oggi esiste la possibilità di attingere a finanziamenti esterni. Il fenomeno del credit crunch è stato abbondantemente superato. Per me, si tratta di un problema di carattere culturale più che finanziario. Le faccio un esempio: spesso i problemi nascono dal voler utilizzare gli strumenti sbagliati, perché per un investimento a lungo termine come può essere quello su una nuova linea di produzione, su un nuovo stabilimento o su una diversificazione delle attività, si ricorre a forme di finanziamento come lo scoperto di conto corrente o altre soluzioni che non sono pensate per il lungo termine. Come vede, è sempre un problema di carattere culturale nel senso che certe decisioni non sono guidate da cultura finanziaria. La questione, però, ha implicazioni molto più ampie e più gravi di qualsiasi aspetto legato solo alla finanza. 

In cosa si traduce questo problema culturale? 
Nell’enorme fatica che fa l’imprenditore medio italiano ad aprire il proprio centro decisionale a chi porta capitali e finanziamenti e da qui deriva il problema più grave: quello della mancata delega a esperti d’area. Per esempio, nell’impresa italiana spesso manca la figura del Cfo. Ma se io imprenditore non faccio crescere degli specialisti nel commercio digitale, nella gestione finanziaria o in quella logistica, non mi devo meravigliare se poi l’azienda rimane ferma a quelle che sono le mie competenze. Questo, però, accade perché chi ha avuto successo, vuole mantenere la sua centralità, anche per ragioni che nel profondo sono di natura psicologica. E sono le stesse ragioni che portano a sottovalutare una questione decisiva: il passaggio generazionale. Raramente mi è capitato di conoscere degli imprenditori che volessero affrontare seriamente, e soprattutto per tempo, questo problema. 

Insomma, quello del finanziamento non è un aspetto dirimente. 
Non lo è. Ci sono realtà che vanno male e attribuiscono al dato finanziario la loro incapacità di crescere, ma le cose non stanno proprio così. Quelli finanziari sono, in sintesi, problemi di entrate e uscite, con le seconde che sono maggiori delle prime e questo crea uno sconfinamento dalla regione di sopravvivenza dell’impresa. Ma una situazione del genere o una crisi monetaria, in cui l’azienda non ha soldi per gli stipendi e i fornitori, è l’epilogo, la fine della storia. Prima, però, c’è tutta una serie di passaggi che normalmente durano anni e che non hanno natura finanziaria, ma che riguardano la gestione del business e il coordinamento fabbrica-mercato. 

Alla fine, però, il nanismo dell’impresa italiana è un vantaggio o uno svantaggio? 
Dipende. In alcuni momenti storici, è stato un grandissimo vantaggio. Penso agli anni 70, primi 80, quando, in un contesto internazionale veramente complesso – segnato dagli shock petroliferi e, più in generale, dalla crisi della grande impresa – le piccole aziende italiane, con la loro flessibilità e con la loro capacità di adattamento, hanno sicuramente tenuto in piedi il Paese. Adesso la situazione temo sia radicalmente cambiata. 

A che cosa si riferisce? 
Alla rivoluzione digitale, che ha reso sempre più importante e possibile un collegamento col mercato finale, che consente di controllare la domanda, e quindi di avere margini più elevati, dai quali derivano maggiori risorse per coprire i costi di R&D, la quale genera innovazione di processo e innovazione di prodotto. In poche parole, l’industria italiana, in moltissimi casi, rimane ancorata alle sole fasi del processo produttivo, per cui è capace di produrre componenti eccezionali che poi finiscono negli smartphone, sottosistemi che poi ritroviamo nelle auto delle principali case automobilistiche oppure di dare un contributo in termini di design e caratteristiche del prodotto, ma poi quest’ultimo non lo realizziamo noi, perché abbiamo una dimensione troppo piccola per raggiungere il mercato finale. Nell’epoca della Quarta rivoluzione industriale, con l’avvento di colossi che sono in grado di intervenire nella distribuzione e controllare le leve di mercato, questo problema sarà sempre più grave. La cosa non dovrebbe lasciarci tranquilli. 

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