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Nonostante la crisi metta a dura prova i portafogli delle famiglie italiane, l’indice di povertà dell'Istat registra un miglioramento rispetto al 2012. L’indicatore nasce dalla combinazione tra il rischio di povertà (basato sui redditi 2012), la bassa intensità di lavoro e la grave deprivazione materiale, e individua quella fascia di popolazione che vive uno di questi tre disagi.

MENO SOLDI AL MESE. Quest’anno è stato stimato che il reddito disponibile percepito dalle famiglie è pari a 29.426 euro, circa 2.452 euro mensili. Dal momento che la distribuzione del reddito è poco omogenea, molte famiglie hanno conseguito meno di 2 mila euro. Calcolando il valore mediano si evidenzia come il 50% dei nuclei italiani ha percepito un’entrata minore o uguale a 24.215 euro (2.017 al mese). Nel 2012 il reddito familiare netto è rimasto stazionario rispetto al 2013 ( sia in media che in mediana).

Al Sud e nelle Isole metà delle famiglie dispongono appena di 19.995 euro annui (1663 euro mensili), mentre il loro reddito mediano corrisponde al 74% di quello dei nuclei del Settentrione (al Centro Italia questo valore sale al 96%).

QUALCHE MIGLIORAMENTO. L’indicatore di povertà, rispetto al 2012, ha segnato un -1,5% in seguito alla contrazione della quota di gruppi gravemente deprivati (da 14,5% a 12,4%); la fascia di famiglie a rischio povertà è stabile (19,1%), mentre è in leggero aumento per quelle a bassa intensità lavorativa (da 10,3% a 11%).

La flessione della grave deprivazione rispetto al 2012 è dovuta alla diminuzione della quota di nuclei che non possono permettersi un pasto sano almeno ogni due giorni (da 16,8% al 14,2%), sia di quella fascia che non può sostenere uscite improvvise di 800 euro (dal 42,5% al 40,3%) o che non può pagare il riscaldamento per la casa (dal 21,2% al 19,1%).

NORD, SUD E FAMIGLIE NUMEROSE. Il rischio di povertà o esclusione sociale è in marcata flessione al Centro (-7,7%) e al Nord (-5,9%), mentre al Sud e Isole il valore registra un -3,7%, attestandosi al 46,2% ( più del doppio rispetto al resto d’Italia). Ci sono picchi alti anche in famiglie numerose: per quelle con più di tre figli c’è un peggioramento dal 39,8% al 43,7% (per l’aumento dell’esposizione alla povertà dal 32,2% al 35,1%).

Difficoltà anche per famiglie “extralarge” monoreddito (46,1%), per quelle con entrate principali come pensione o altre fonti (34,9%) e con rendite non lavorative (56,5%). L’incidenza di povertà è più alta in famiglie le cui entrate dipendono da un lavoro autonomo (30,3%) rispetto a quelle con reddito da lavoro subordinato (22,3%).

ANZIANI. L’indicatore, rispetto al 2012, cala per gli anziani soli (dal 38% al 32,2%), per i monogenitori (dal 41,7% al 38,3%), per le coppie con un solo figlio (dal 24,3% al 21,7%) e per famiglie con a carico un bambino (dal 29,1% al 26,8%) o un over 60 (dal 32,3% al 28,9%).