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Innovazione, investitori, impresa. Sembrano queste le magiche tre “i” attorno a cui ruotano genesi e sviluppo delle start up. Una parola che è entrata ormai nel lessico imprenditoriale, ma che ha trovato spazio nella nostra normativa solo di recente, con l’approvazione del decreto legge Crescita 2.0 solo lo scorso ottobre. Con grande ritardo – almeno di un decennio – rispetto ai modelli di riferimento Oltremanica e Oltreoceano. Attenzione, però. Chi pensa che hi tech faccia rima unicamente con Web e social commette un passo falso. «Non c’è Mark Zuckerberg e basta», sottolineano i fondatori delle neonate imprese, ricordando come, per un Facebook che fa boom, ci siano centinaia di realtà digitali che nascono e muoiono alla stessa velocità. Anche occuparsi di beni tangibili, e lo dimostrano le storie che seguono, può portare a risultati altrettanto “palpabili”…

IL VALORE DEGLI INCUBATORI

Nel decreto 2.0 c’è una parte dedicata agli incubatori delle imprese innovative: soggetti – che dovranno essere certificati – col compito di accompagnare il processo di avvio e crescita di tali società, lavorando parallelamente al loro sviluppo, segnalandole a potenziali investitori o finanziandole essi stessi. Realtà tutt’altro che secondarie, visto che, accanto a business angel e venture capital, sono spesso quelle da cui prendono le mosse giovani attività che muovono capitali e creano occupazione. Un esempio ne è il Consorzio per l’applicazione della ricerca e la creazione di aziende innovative (Arca), dal 2003 nel capoluogo siciliano. Un incubatore senza fini di lucro i cui soci sono l’Università di Palermo, l’associazione Sintesi e la società Easy Integrazione di sistemi. «Promuoviamo iniziative imprenditoriali nate da spin off accademici, sulla base dei risultati conseguiti dai centri di ricerca dell’isola», spiega il presidente Umberto La Commare. «Siamo partiti con un finanziamento di 1,8 milioni di euro dopo aver partecipato a un bando del ministro dello Sviluppo economico, cercando chi avesse idee nuove e commercializzabili tra laureati e ricercatori dell’ateneo palermitano. Il Mezzogiorno è una parte del Paese dove c’è sempre stata molta economia assistita. Bisogna invece insistere sulla nascita di una mentalità manageriale tra i giovani. Per questo organizziamo anche corsi di imprenditorialità presso l’ateneo». Con un secondo bando ministeriale da 2,9 milioni di euro, il Consorzio ha potuto destinare circa 600 mila euro a supporto di alcune idee. «A oggi, tra imprese incubate e altre uscite dall’incubatore, abbiamo visto 30 progetti concretizzarsi in start up che fatturano qualche milione di euro all’anno, generando 120 posti di lavoro qualificato. Ogni anno seguiamo una decina di progetti. La metà riesce a trasformarsi in impresa».

 

Un particolare business incubator è, invece, il bolognese You Can Group di Sara Roversi (premio Marisa Bellisario 2012) e di suo marito Andrea Magelli, con un team di 15 persone e un fatturato 2012 stimato a 3,5 milioni di euro. Loro obiettivo è promuovere il talent thinking attraverso percorsi legati a progetti internazionali e lo sviluppo di format esclusivi, sfruttando la diversificazione delle start up del gruppo create dal 2004 a oggi: dalla fotografia digitale al design fino alla ristorazione. «Tra le nostre ultime iniziative c’è Bologna Colors», segnala Magelli. «Un progetto di comunicazione e retail che punta a rilanciare la nostra città e che ha visto nei mesi scorsi l’apertura di Bologna Food Boutique in Piazza Maggiore. Ovvero un negozio che propone una linea di merchandising e gadget dedicata alle Due Torri, oltre a pause pranzo, preparazioni culinarie, aperitivi e catering legati al territorio». L’esperienza nel food, per You Can Group, inizia già nel 2006 con Sosushi, un piccolo laboratorio take away di sushi che oggi conta 23 punti vendita nella Penisola, tra negozi di proprietà e franchising. E prosegue ora anche con il format Lasagnette, ovvero «lasagne e polpette, per esportare la “bolognesità” nel mondo abbinandola a uno stile di vita più americano. Il primo punto vendita sarà inaugurato a Londra entro il primo trimestre 2013 e si baserà su due linee, il family restaurant e il grab&go (“prendi e vai”)». In estate You Can Group ha firmato anche un contratto di licensing worldwide con l’azienda statunitense Paws Inc. per Garfield, il gatto dei fumetti a stelle e strisce, noto per essere ghiotto del piatto simbolo della cucina emiliana nel mondo. Altro nuovo format del kitchen incubator sarà Dolcevita, dedicato alla cremeria italiana, con un flagship che ha debuttato di recente a Milano e con un piano di altre aperture all’estero.

LA VIA DELL’INTERNAZIONALIZZAZIONE

«L’export incide del 100% sul nostro giro d’affari. In Italia non vendiamo nulla, il mercato è in difficoltà ma più di tutto, i pochi contatti che abbiamo avuto nel Paese spesso cercavano escamotage per non pagare Iva e tasse. Ed è vergognoso». A parlare è Angelo Petrosillo, head of sales di Blackshape Aircraft che progetta, produce e commercializza aerei “low wing” in fibra di carbonio, con sede a Monopoli (Ba). Una realtà fondata nel 2010 dallo stesso Petrosillo e da Luciano Belviso, amministratore delegato. Due amici dai tempi del liceo, che qualche anno fa si ritrovano a Parigi, con la voglia di rientrare nella loro terra – «in Puglia ci sono potenzialità eccezionali per risorse e competenze» – e avviare lì iniziative imprenditoriali. Le loro idee vincono un paio di gare regionali – prima un bando da 30 mila euro, poi un altro contributo da 300 mila euro – ma il regolamento del secondo concorso prevede una fideiussione pari al 50% dell’importo. L’ostacolo viene superato dall’incontro con il fondo Angelo Investments di Vito Pertosa, che acquisisce il 55% di Blackshape; la quota di minoranza viene suddivisa tra i due giovani fondatori. «A luglio 2011 ci siamo costituiti in una società per azioni con un milione di euro di capitale sociale. Siamo presenti in diversi Paesi nel mondo. Andiamo molto bene in Germania, Russia, Emirati Arabi, Qatar. Contiamo di decuplicare il fatturato attuale nei prossimi cinque anni e di crescere anche nell’organico: riceviamo circa 30 cv alla settimana e abbiamo pure stagisti stranieri». Altro caso di successo nel Mezzogiorno è Personal Factory di Francesco Tassone, società specializzata in prodotti chimici per l’edilizia, che ha rappresentato l’eccellenza tecnologica italiana a Shangai nel 2010. Ci troviamo a Simbario (Vv), tra le montagne calabre. «Proprio da quei terreni aspri, dovendo fare a meno di tutto, è nata l’idea di utilizzare un sistema in grado di eliminare la logistica», scherza Tassone, laureato a Trento, ma tornato nella sua terra per avviare l’impresa. A dicembre 2009 sono stati coinvolti nel progetto due fondi di venture capital «che hanno rilevato il 40% dell’idea, per 1,3 milioni di euro. Le prime installazioni risalgono a settembre 2010». Quello che propone Personal Factory è una sorta di “micro-fabbrica robot” che mischia le materie prime – recuperabili localmente – con il compound chimico fornito dall’azienda. «Ogni bustina è tracciata; la macchina funziona solo col nostro prodotto». L’azienda controlla i processi produttivi da remoto, attraverso un server centrale. «Stiamo vendendo l’ultima versione a circa 90 mila euro. A oggi, nella Penisola, abbiamo installato 22 macchine». Ma è in particolare con l’estero che si lavora. «Specie nelle zone dove la logistica costituisce un problema. Abbiamo chiuso accordi con la Russia, stiamo concludendo trattative in Brasile, ci stanno contattando da La Martinica e da Tahiti. Il prossimo anno l’export inciderà oltre il 50% sul nostro fatturato». Che, per il 2012, è stimato a oltre 1,5 milioni di euro.

MARIBELLE A VELE SPIEGATE I “RADICALI” DI BIO SOIL EXPERT
Maribelle, barca a vela dotata di tubolari pneumatici, ideata da Francesco Belvisi e prodotta dalla start up Yam in seno al Consorzio Arca di Palermo. Vari i riconoscimenti ottenuti, tra cui primo posto Start Cup Palermo 2008 e premio Sailing Towards Innovation 2011 al Salone Nautico di Genova. «La tecnologia fotovoltaica è stata fornita dall’azienda Zetech, con cui stiamo avviando iniziative per lo sviluppo di una nautica sostenibile. La società Sac ci supporta, invece, negli aspetti cantieristici», spiega Belvisi. Nel polo tecnologico di Rovereto (Tn), Bio Soil Expert, nata nel gennaio di quest’anno, offre soluzioni sostenibili per situazioni ambientali critiche: dal dissesto idrogeologico alla bonifica fino all’uso di fasce tampone in agricoltura. Prima classificata al D2T Start Cup 2011 (30 mila euro) e all’Agristartup 2012 (50 mila euro). Il gruppo ideatore è composto da Andrea Zerminiani, Paolo Campostrini e Alberto Ferrarese (nella foto, in quest’ordine). Il 25% dell’impresa è detenuto da sei business angel trentini, il 75% è diviso tra i tre 28enni. «Puntiamo a un milione di euro di fatturato in tre anni», afferma Ferrarese.

BIOTECH DELLE MERAVIGLIE

Uno dei settori più interessanti per lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali è quello delle biotecnologie. Un comparto che a livello nazionale nel 2011, per il terzo anno consecutivo, è risultato “anticiclico”, con una crescita del 4%. E nel quale l’Italia è terza in Europa dopo Germania e Gran Bretagna (fonte: ministero degli Affari esteri). In Sardegna, nel 2010, si costituisce Bioecopest, società attiva nel campo dei pesticidi biologici ed ecocompatibili. Ma sono anni che il fondatore Luca Ruiu studia il progetto, prima come spin off dell’università di Sassari, poi con specializzazioni a Perugia, a Cambridge e in Silicon Valley, quest’ultima con il programma Fullbright Best nel 2008. Fondamentale l’esperienza presso la Marrone Bio Innovations, a Davis, «un’azienda leader del settore dei bioinsetticidi che è cresciuta parecchio, passando dai 20 dipendenti di allora ai 150 attuali». Ora Bioecopest, il cui focus è su insetti nocivi in ambito zootecnico, con due brevetti nel portfolio, cerca un venture capital o, meglio ancora, un partner industriale estero per realizzare i direttamente propri prodotti. «Solo la registrazione precommerciale richiede molto. Nel caso di un pesticida chimico, il più inquinante, occorrono circa 200 milioni di euro, mentre per quello bio anche 1 o 2 milioni di euro». Pare che colossi del settore mostrino interesse a rilevare start up che propongano soluzioni bio, sempre più richieste anche dalle normative europee. Ma Ruiu si farebbe acquistare? «Sì», risponde senza indugi. In fondo, per avere successo con queste nuove imprese bisogna superare ostacoli anche culturali. Lui, uno di quegli isolani “di mare e non di scoglio”, che è riuscito a lasciare la sua terra, seppur temporaneamente, ne è convinto: «Funziona un po’ al contrario di quello che pensa la mentalità comune in Italia, ovvero lanciare un’azienda e tenerla tutta la vita. Creare una start up implica generare valore, non solo economico: significa anche che puoi cederla a qualcun altro. Penso a Pam Marrone, lo Steve Jobs al femminile degli antiparassitari. Una delle imprese da lei fondate è AgraQuest. Bene, dopo averla fatta crescere negli anni, di recente l’ha venduta a Bayer CropScience per 500 milioni di dollari. Marrone è uscita da quell’azienda e ne ha fondato un’altra. E un domani, magari, venderà pure quella».

La rete degli ITALIAN BUSINESS ANGEL. Ce ne parla il presidente Paolo Anselmo

L’IMPEGNO DI ROADRUNNERFOOT
Nasce nel 2007 da una sfida umana e sociale la Roadrunnerfoot Engeneering di Milano. Creata da Daniele Bonacini — ingegnere meccanico, amputato dopo un incidente, atleta paralimpico ad Atene2004 — la start up mira a realizzare ausili per disabili ad alta tecnologia e a costi sostenibili per l’utenza: piedi in fibra di carbonio, componenti di protesi ortopediche e, prossimamente, anche tutori e carrozzine hi tech. «Oggi forniamo 20-30 ortopedie nazionali. Chiudiamo l’anno a 450-500 mila euro, a fronte dei 326 mila del 2011. Ma solo il 5% è realizzato in Italia. Se non avessi attuato una massiccia internazionalizzazione sarei fallito. Ora vendiamo in tutta Europa e in Medio Oriente; ci stiamo affacciando al Sudamerica e al Sudest asiatico». Prossimo progetto, per cui si cercano investitori, sarà la realizzazione di un centro ortopedico che consenta a un disabile di aver accesso gratis a certi ausili, con il budget messo a disposizione dal sistema sanitario nazionale. Spiega infatti Bonacini: «Le ortopedie in Italia forniscono per lo più piedi in legno, decisamente arretrati. I dispositivi più avanzati, quelli americani, sono invece venduti a 3.500-5 mila euro. Alcune protesi oscillano tra i 7 e i 10 mila euro. Un ginocchio elettronico può sfiorare i 20 mila euro».