L’Ufficio Studi della Cgia lancia l’allarme: la crisi dell’artigianato è pervasiva e non accenna ad attenuarsi. È dal 2009, anno in cui è cominciata la recessione che ancora affligge l’economia italiana, che il numero di imprese artigiane nel nostro Paese cala inesorabilmente. Attualmente, le aziende sono pari a 1.350.000; l’Italia ha perso, dall’inizio della crisi, oltre 116 mila attività. Nel 2015, sono sparite 21.780 unità.

LE CIFRE DELLA CRISI. Le imprese più colpite sono senza dubbio quelle appartenenti al settore dell’edilizia: a chiudere sono state, dai primi anni della crisi, ben 65.455 unità; soffrono anche i trasporti, con 16.699 aziende in meno, e il settore manifatturiero (per il metalmeccanico -12.556, -11.692 per artigiani del legno e mobilieri). I servizi, invece, resistono alla crisi: sono state aperte, infatti, 2.180 attività di estetiste e parrucchieri; crescono anche gelaterie e rosticcerie ((+2.180) e le imprese di pulizia e giardinaggio (un boom pari a +11.370 nuove aziende).

LE CAUSE DELLA RECESSIONE. L’artigianato è per la Cgia il settore che più soffre la crisi economica, e vede crollare il numero delle sue imprese, a differenza di quanto accade per gli altri settori. Per quale motivo? Senza dubbio incide la diminuzione dei consumi da parte delle famiglie, consumi che stentano a ritornare ai livelli precedenti alla crisi. Non bisogna inoltre sottolineare il ruolo che le nuove tecnologie hanno avuto nel mettere da parte professionalità caratterizzate dal lavoro manuale, che si sono trovate ad essere sostituite dalla catena di montaggio. Una situazione che non ha effetti solo sulle imprese che di fatto chiudono, ma che ha importanti conseguenze anche a livello della qualità di chi vive intorno e in relazione con essa, con grave pericolo di impoverimento del tessuto sociale.

PROFESSIONALITÀ PERDUTE. Non manca inoltre la preoccupazione per lo sparire di figure dell’artigianato che hanno avuto un ruolo storico nell’economia italiana: alcune professionalità sembrano infatti destinate ad essere perdute. Niente più piccoli armatori dunque (-35,5%), magliai (-33,1%) produttori di poltrone e divani (-28,4%), camionisti (-23,7%) e falegnami (-23,2 per cento). Professioni storiche che stanno scomparendo, anche per la mancanza di interesse che esse suscitano nelle nuove generazioni, oltre che per il profondo cambiamento che tali mestieri stanno subendo a causa dei nuovi mezzi di produzione: una perdita, questa, che non intaccherà solo l’economia del Paese, ma anche il tessuto urbano e l’aspetto dei nostri centri cittadini, che perderanno le attività storiche che da sempre li popolano e li ravvivano.