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Secondo alcuni climatologi, l’estate del 2014 sarà probabilmente molto calda e secca. Ma i leader dell’Europa, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal premier italiano Matteo Renzi, sperano in cuor loro che le alte temperature durino il più a lungo possibile. Per il Vecchio Continente, infatti, il prossimo autunno-inverno si preannuncia purtroppo pieno di incognite. Colpa della guerra del gas che rischia di innescarsi dopo la recente crisi tra Russia e Ucraina, causata dalla decisione della Crimea di sottrarsi alla sovranità di Kiev, per tornare sotto l’ala protettrice di Mosca. Dietro a questo scontro diplomatico, c’è però molto di più che una semplice questione etnica. La vera posta in gioco, come spesso avviene nei conflitti geopolitici, è rappresentata dal controllo delle materie prime e, in questo caso, di una particolare commodity. Si tratta appunto del gas naturale, che il colosso russo Gazprom fornisce in abbondanza ai Paesi europei e che passa attraverso 40 mila chilometri di gasdotti, situati entro i confini dell’Ucraina. Con la crisi di Crimea, gli equilibri sul mercato rischiano di saltare completamente all’aria. Mosca ha infatti tagliato gli sconti sulle forniture di gas concessi finora a Kiev (causando così un aumento del 70%) e, di conseguenza, il governo ucraino potrebbe essere presto costretto ad aumentare le tariffe applicate sulla materia prima che transita nel proprio territorio nazionale e finisce poi in Europa. Risultato: per molti Paesi del Vecchio Continente, il costo del gas russo potrebbe presto crescere di almeno il 40%. Da considerare, poi, l’ipotesi che il presidente russo Vladimir Putin, accerchiato dall’iniziativa diplomatica degli Stati Uniti di Barack Obama, decida invece di chiudere completamente i rubinetti e di sospendere le forniture all’Europa.

 

EQUILIBRI PRECARI
Le commodity e le tensioni geopolitiche appaiono dunque, anche nel terzo millennio, un binomio inscindibile. Non a caso, diverse crisi internazionali della storia, come quella recente della Crimea, possono essere ricondotte proprio al tentativo delle grandi potenze di accaparrarsi i giacimenti di materie prime capaci di sostenere l’industria. È ciò che pensa da sempre lo studioso di merceologia Giorgio Nebbia che, nei suoi scritti, ha analizzato più volte i conflitti di questo tipo, tutti legati alla fame di commodity: dalla ricerca della via delle spezie, che portò alla scoperta e alla colonizzazione delle Americhe, si arriva fino agli scontri del XIX e XX secolo tra la Francia e la Prussia per controllare i giacimenti di ferro dell’Alsazia e della Lorena, che furono determinanti per lo scoppio della Prima guerra mondiale. Senza dimenticare, poi, i tentativi del Terzo Reich nazista di dare l’assalto al petrolio russo oppure, in anni più recenti, tutti i conflitti scoppiati attorno al greggio del Medio Oriente. Finché ci saranno Paesi che dispongono di grandi quantità di commodity e altri che ne hanno meno, secondo Nebbia esisteranno sempre le tensioni geopolitiche, in uno scenario di equilibri costantemente precari.

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TESORI NEL SOTTOSUOLO
Del resto, per molte delle materie prime oggi utilizzate nell’industria (non soltanto quelle energetiche, ma anche i metalli e i minerali) la distribuzione sulla superficie terrestre è indubbiamente ineguale. È il caso del rame, i cui giacimenti si concentrano per oltre il 40% in Sudamerica, in Perù e soprattutto in Cile. Per soddisfare il proprio fabbisogno, però, i Paesi occidentali si sono attrezzati da tempo, intensificando le attività di riciclo del rame usato, che oggi garantisce in Europa quasi il 43% della produzione. E così per il continente latinoamericano, che è la prima destinazione degli investimenti minerari nel mondo con una quota di quasi il 50%, la nuova scommessa del futuro non è più il rame, ma il litio, importante materia prima che serve per la costruzione delle batterie elettriche (in particolare per le automobili a emissioni zero) e che potrebbe in futuro diventare più preziosa dell’oro, grazie allo sviluppo dell’“economia verde”. Sulla superficie terrestre, i maggiori giacimenti di litio si concentrano per lo più in un triangolo compreso tra l’Argentina, la Bolivia e lo stesso Cile. Per questo, tutti e tre i Paesi si sono attrezzati per proteggere una risorsa così importante, seppur seguendo strategie differenti. Mentre, infatti, il Cile sembra pronto a dare in concessione ai privati le attività estrattive, aprendo così all’ingresso di capitali esteri, la tattica geopolitica di Buenos Aires e Bogotà ha un’impronta assai più dirigista. In Argentina e in Colombia, le attività estrattive del litio sono state poste sotto il controllo statale e c’è già chi prefigura la nascita di una sorta di Opec dei Paesi latinoamericani per gestire l’export di questa nuova e promettente commodity. In altre parole, chi in futuro vorrà fare incetta di litio sul mercato globale, sarà costretto ad accettare le logiche di un cartello di poche nazioni produttrici, come avviene oggi con i Paesi arabi per il petrolio.

 

IL CARBONE CINESE E INDIANO
Nel risiko delle materie prime che si gioca su scala planetaria, non potevano mancare ovviamente due grandi potenze emergenti come l’India e la Cina, ricche di un importante bene energetico e industriale come il carbone, di cui controllano assieme una quota di circa il 60% della produzione globale. Entrambe, però, stanno incontrando sempre maggiore difficoltà nel far valere a livello geopolitico questa loro posizione di forza, sostanzialmente per tre ragioni. Innanzitutto, sia l’India che la Cina si trovano ancora nel pieno di un processo di forte sviluppo industriale e, proprio per questa loro caratteristica, non sono soltanto dei grandi produttori di carbone ma anche dei forti consumatori. Di conseguenza, Pechino e Nuova Delhi non possono giocare più di tanto il ruolo di potenze esportatrici, capaci di condizionare le logiche del mercato. Inoltre, benché concentrate a Oriente, le riserve mondiali di carbone sono ancora abbondanti e oggi si trovano per il 40% anche nei Paesi occidentali come gli Stati Uniti o l’Australia, stabili politicamente e aperti al commercio internazionale. Infine, non va dimenticato che il carbone, utilizzato attualmente per produrre il 28% dell’energia del pianeta, è una materia prima molto inquinante, che pone seri problemi di impatto ambientale e non piace all’Europa, ormai convertita alle logiche della green economy. Certo, nel sottosuolo dell’India e della Cina ci sono anche molte altre risorse, che giocano a favore di entrambi i Paesi sullo scacchiere internazionale. La Repubblica Popolare, per esempio, è la prima potenza mondiale dell’oro, con una produzione di 370 tonnellate metriche all’anno, seguita a distanza dagli Stati Uniti e dall’Australia. Pure il metallo giallo, però, conferisce a chi lo detiene un peso geopolitico inferiore a quello delle materie prime energetiche e industriali. Si tratta, infatti, di una commodity che, pur essendo utilizzata nell’elettronica, per oltre i tre quarti è destinata al settore della gioielleria o viene acquistata con finalità di investimento. Inoltre, l’oro si conserva splendidamente nel tempo e, oltre a essere ancora estratto dal sottosuolo, è presente in abbondanza anche nei forzieri delle banche centrali, che dispongono di gigantesche riserve e hanno un certa influenza nel condizionare l’andamento del mercato. Possedere l’oro, dunque, non è così importante a livello geopolitico come custodire i forzieri delle materie prime industriali.

 

LA RIVOLUZIONE DELLO SHALE
Tirando le somme, dunque, la grande partita internazionale delle commodity si gioca ancora attorno all’energia e agli idrocarburi, cioè nel settore petrolifero e del gas, in cui oggi si sta delineando uno scenario quasi impensabile fino a vent’anni fa. Mentre l’India e la Cina hanno fame di energia e cercano di tessere alleanze con i Paesi in via di sviluppo ricchi di commodity, in primis quelli africani, gli Stati Uniti stanno pian piano cambiando pelle. Da grandi importatori di greggio quali erano, sempre assetati di petrolio e desiderosi di metter lo zampino in qualsiasi crisi internazionale legata all’oro nero, gli Usa sono infatti tornati a essere una grande potenza anche nella produzione di materie prime energetiche e si stanno candidando al ruolo di maggior esportatore a livello planetario. Merito soprattutto dello Shale Oil e dallo Shale Gas, due tecnologie che permettono l’estrazione del petrolio e del gas naturale attraverso la frammentazione delle rocce argillose (gli scisti). Si tratta di una vera e propria rivoluzione, raccontata ampiamente dal presidente dell’Eni, Giuseppe Recchi, nel suo ultimo libro intitolato Nuove energie (Marsilio Editore). Grazie allo Shale Oil, ricorda Recchi, gli Stati Uniti hanno buone chance di diventare entro il 2020 i primi produttori di petrolio al mondo, con un’estrazione di oltre 13 milioni di barili al giorno, un milione e mezzo in più rispetto all’Arabia Saudita. Nel mercato del gas, invece, gli americani hanno già conquistato il primato, raggiungendo una produzione di 660 miliardi di metri cubi all’anno, superiore di dieci miliardi a quella della Federazione Russa. Ecco spiegato dunque l’attivismo di Obama nella crisi di Crimea, che ha spinto per andare al muro contro muro con Putin, contrariamente a un’Europa molto più timida e divisa. Mentre il Vecchio Continente ha un bisogno disperato di materie prime, infatti, del gas di Putin gli americani non sanno proprio che farsene e si avviano spavaldi verso l’autosufficienza energetica.

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