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Poca liquidità, molto crediti ma, in presenza di una fattura non pagata, la metà delle aziende italiane è disposta a scendere a compromessi con i clienti. È questo uno dei dati principali emersi dalla recente indagine di Cribis, condotta con l’obiettivo di analizzare il modo in cui viene gestito il recupero crediti in azienda. Un recupero che, per la stragrande maggioranza delle 849 imprese intervistate (il 75%), avviene ancora internamente. A occuparsi delle fatture non pagate, divenute una priorità per una società su tre di fronte a un aumento delle perdite che ha interessato il 50% degli intervistati, è l’ufficio amministrazione, soprattutto se si parla di realtà che gestiscono meno di 500 pratiche l’anno.
In Italia solo un’azienda su quattro ha esternalizzato il recupero crediti negli ultimi cinque anni, affidandosi perlopiù a uffici legali (50%) piuttosto che a una società specializzata (13%); la cessione del credito, invece, viene utilizzata solo nell’1% dei casi. Il cliente resta per la maggior parte delle aziende un valore da salvaguardare: la metà è disposta a concedere dilazioni di pagamento pur di preservare un rapporto che potrebbe tornare utile per il futuro.
Le prime mosse di fronte a un cattivo pagatore? Tempi di pagamento, solvibilità e rating rimangono le verifiche più effettuate prima di intraprendere un’azione, che spesso di traduce nel sollecito di fatture (nel 30% dei casi), seguito da un recupero stragiudiziale attraverso contatti telefonici (23%) e un’azione legale (nei piani del 22% delle aziende); solo il 4%, invece, prevede l’invio di un esattore.
E nel caso si decida di affidarsi a una società esterna? L’affidabilità è il requisito essenziale, seguita dalla conoscenza del settore e dall’economicità del servizio.