La maggior parte delle aziende italiane operanti in ambito tecnologico teme ancora la stretta del credito. Lo rivela un’indagine svolta da Anie nel periodo dal 18 al 25 giugno 2012, che ha coinvolto oltre 150 aziende associate su tutto il territorio nazionale. Il 66% degli intervistati ha infatti indicato il cosiddetto “credit crunch” come la prima emergenza per le imprese. A determinare questa situazione concorre soprattutto la diffidenza degli istituti bancari nell’erogare credito alle imprese, giudicata molto rilevante dal 71% del campione. Gli imprenditori reputano inoltre abbastanza rilevante la bassa liquidità del sistema bancario (55%) e la complessità delle procedure burocratiche di accesso al credito (62%). Dall’analisi emerge anche una marcata diffidenza verso il mercato dei capitali: il 72% delle aziende ritiene infatti che la quotazione in borsa non rappresenti un’alternativa valida al credito bancario.

Non si fermano però, gli investimenti delle imprese associate ad Anie in ricerca e innovazione, che si piazzano al primo posto tra gli interventi adottati per fronteggiare la crisi (29,6%), seguiti dalle politiche di contenimento dei costi (24,1%) e dalla diversificazione dei prodotti (11,1%). In generale, le aziende del settore elettrotecnico ed elettronico che durante la crisi hanno continuato a investire sono addirittura il 91%; il 45% di tali investimenti sono stati di tipo materiale (impianti, macchinari etc.), mentre il 43% hanno riguardato immobilizzazioni immateriali, quali l’attività di ricerca e sviluppo.

I principali ostacoli alla ripresa sono la pressione fiscale e la burocrazia, giudicate molto rilevanti rispettivamente dal 74% e dal 73% del campione; seguono la mancanza d’investimenti nel mercato interno (67%) e i ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione (50%). Il 55% delle aziende, infine, ritiene ancora insufficiente la riforma del governo Monti sul mercato del lavoro. Tra le iniziative necessarie per favorire il superamento della crisi sono state indicate, in ordine d’importanza, la riduzione della pressione fiscale, gli investimenti in opere infrastrutturali, la flessibilità del mercato del lavoro, lo snellimento della burocrazia e un’adeguata politica industriale.