L'agriturismo La Cà dell’Alpe, la struttura di Finale Ligure gestita dal presidente di Agriturist, Cosimo Melacca

Voglio andare a vivere in campagna. Ma solo se è a cinque stelle, altro che la rugiada tanto cara a Toto Cotugno. In realtà, sarebbe meglio dire a “cinque girasoli”, perché è questo il simbolo scelto dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf) per la classificazione di qualità degli agriturismi italiani. Una svolta che forse non era più rimandabile, vista la crescita del settore: le aziende agricole che offrono anche attività di accoglienza e ristorazione sono più che raddoppiate negli ultimi dieci anni, e hanno ormai sfondato quota 20 mila. Nel dettaglio, secondo l’Istat, nel 2015 erano 22.238 le strutture agrituristiche autorizzate (54,3% al Nord), in crescita del 2,3% rispetto all’anno precedente. Merito di un saldo positivo di quasi 500 unità tra aperture (1.628) e chiusure (1.134): un dato per nulla scontato in questo periodo per le imprese tricolori.
Inoltre, le prospettive del settore sembrano ancora immense: secondo le elaborazioni del Centro Studi Confagricoltura per Agriturist, il fatturato complessivo del comparto è di 2,3 miliardi di euro a fronte di circa 11 milioni di giornate di presenza fatte registrare da circa 2,5 milioni di turisti. Di questi, un milione di visitatori è rappresentato da stranieri che popolano le nostre campagne nei mesi più caldi, e sostengono ogni giorno con 2,48 euro pro capite l’agricoltura tricolore e con 5,59 l’industria alimentare. Numeri importanti, che vanno ad aggiungersi ai quasi 2,4 miliardi di fatturato della produzione agroalimentare.

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IL RANKING non segue

criteri alberghieri MA SI PONE

L’OBIETTIVO di raccontare

l’esperienza DA VIVERE IN LOCO

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PER LE REGIONI
Ma come ci si può orientare in questa galassia di masserie restaurate e cascine riportate a nuova vita che è letteralmente esplosa negli ultimi 40 anni? La prima norma sul settore, infatti, fu emanata nel 1973 dalla provincia autonoma di Trento, ma solo nel 2006 è arrivata una legge-quadro per regolamentare il settore (per di più contestata, in quanto accusata di violare l’autonomia delle Regioni competenti sull’attività agricola). Se non si ha a disposizione il classico passaparola, quindi, come si può comprendere se un agriturismo offre un semplice rifugio immerso nel verde o propone alloggio e cibo di alta qualità, degustazioni, passeggiate a cavallo ed esperienze che contribuiscono davvero a valorizzare il territorio circostante?
Per aiutare gli enti locali e la promozione turistica, il Mipaaf ha così avviato il sistema unitario di classificazione in “girasoli”: già previsto nell’articolo 9 della legge del 2006, tale graduatoria è divenuta realtà solo con il decreto ministeriale del 2013 che ha istituito anche il marchio “Agriturismo Italia”, rilasciato a tutte le strutture autorizzate. Il ranking va da uno a cinque, proprio come le stelle degli hotel, ma in base a una filosofia di base diversa da quella dell’accoglienza alberghiera: i criteri stabiliti devono rispondere alla «composizione della soddisfazione» del cliente-tipo. Lo scopo finale, quindi, è quello di valutare cosa le singole strutture offrono in termini di alloggio, agricampeggio, ristorazione e attività ricreative-culturali organizzate in loco, cercando soprattutto di raccontate sinteticamente «comfort, articolazione e completezza» dei servizi e sulla qualità del contesto ambientale. Con particolare attenzione alla tranquillità, che sembra il primo requisito cui anela la maggioranza degli agrituristi.

I NUMERI 

22 mila
aziende agrituristiche autorizzate

1,3 mln
fatturato del settore agrituristico nel 2015

11,3 mln
giornate di presenza registrate nel 2015 negli agriturismi

1,1 milioni
clienti stranieri negli agriturismi italiani

4.391
agriturismi in Toscana, la regione più ricca di strutture

83,9%
di agriturismi in aree collinari o montane

54,3%
di strutture situate nel Nord Italia

36,1%
di agriturismi a conduzione femminile

Fonte: Istat

Non si tratta di guardare solo alle semplici dotazioni della camera o alla presenza del kit cortesia in bagno, ma i girasoli dovrebbero parlare della «personalità» (così recita la legge) dell’agriturismo. Si va così da un livello minimo di servizi (un girasole) alla gamma completa (quattro), che diventa il massimo del punteggio nel caso si raggiunga una particolare eccellenza sotto l’aspetto dell’ospitalità o del paesaggio: i requisiti più elementari riguardano l’ampiezza dei possedimenti, la lontananza da stabilimenti inquinanti e la presenza di un bosco, fino a richieste più specifiche come la somministrazione a tavola di almeno tre prodotti Dop, Igp, Doc o Igt o l’organizzazione di almeno dieci eventi enogastronomici all’anno.
«Per arrivare alla definizione di criteri omogenei, abbiamo fatto un’ampia ricerca sull’agriturismo all’Italia e all’estero: poi abbiamo sottoposto la griglia di valutazione a un sondaggio tra gli operatori», racconta Pietro Schipani, referente del Mipaaf per il comparto. «La classificazione è uno strumento pensato solo per le aziende che offrono anche l’alloggio, non per quelle che si limitano alla ristorazione. Ciascun imprenditore può valutare in autonomia a quali requisiti risponde la sua attività e fare la somma dei punteggi ottenuti nella griglia: al raggiungimento di determinate soglie, si ottiene un “punto” in più. Sono caratteristiche oggettivamente rilevabili da chiunque, non valutazioni sulla qualità dell’offerta»
I girasoli, dunque, si pongono come uno strumento di facile comprensione e di garanzia soprattutto per gli operatori turistici stranieri (il sito agriturismoitalia.gov.it è in dieci lingue e ha delle pagine social costantemente aggiornate). Lo strumento, elaborato dal ministero, è ora in mano alle Regioni, che possono declinare i criteri in base alle specificità locali – si contano ben 74 aree storiche nel Belpaese – e decidere se consentire l’autocertificazione dei punteggi. C’è anche chi, in linea con la legge nazionale, per ora ha deciso di non aderire al sistema: è il caso delle province autonome dell’Alto Adige, dove è in uso un marchio locale da tempo affermato e riconosciuto.

GIOVANI E DONNE
«Stiamo realizzando anche una piattaforma informatica da mettere a disposizione delle Regioni per automatizzare il processo, mentre è già attivo sul nostro sito il repertorio delle strutture operanti ai sensi di legge in modo da dare un’immagine trasparente delle singole attività», aggiunge Schipani, che è anche segretario del Comitato consultivo per l’agriturismo che riunisce istituzioni nazionali, Regioni, Istat e associazioni di categoria (Terra Nostra, Agriturist, Turismo Verde). «Oltre un terzo delle attività sono condotte da donne, aumentano le aziende guidate da giovani: dobbiamo tutelare questa forma di eccellenza made in Italy sui mercati stranieri. Perché, ancora oggi, non c’è un termine preciso in inglese per tradurre “agriturismo”, che è poi una parola popolare, ma dalla connotazione sempre più chic: unisce il relax alla cultura, il buon vivere alla scoperta delle tradizioni locali di cui ciascun operatore si fa custode e promotore». Ma non si corre il rischio di abusi, di veder nascere hotel stellati in campagna? «Dobbiamo ricordare che l’agriturismo nasce come espressione della multifunzionalità dell’agricoltura: se non c’è azienda agricola alle spalle, dunque, non può esserci agriturismo. Altrimenti si parla di turismo rurale, che è molto diffuso in Francia e sta crescendo anche da noi, ma non ci riguarda», conclude il referente del Mipaaf.
Il sistema dei girasoli è già ben avviato in Lombardia, Liguria e Friuli, dove si stanno già consegnando le targhe da esporre all’esterno delle strutture, mentre il 2017 dovrebbe essere l’anno della Toscana. E sarà un’adesione importante, perché Chianti, Garfagnana & Co. sono i territori più ricchi di strutture, di cui moltissime a conduzione femminile: sono 1.791 su 4.391, il 40,8% rispetto alla media nazionale del 36,1%. Un lavoro che ha molto a che fare con il recupero dell’identità locale e la conservazione della sapienza agricola non poteva non trovare preziosa linfa nell’imprenditoria femminile. Molte “padrone di casa” hanno scelto addirittura di abbandonare una carriera avviata, ma meno gratificante, per tornare alla natura: come Chiara Falciani, che è passata dai prestiti alla gestione delle Terre di Melazzano di Greve in Chianti (Firenze) con il marito enologo Andrea Pirovano. Non lontano, a Sarteano (Siena), c’è il Podere Casa Baccano di Letizia e Daniele Grandolfi, laurea in Economia aziendale lei e un passato da progettista Ferrari lui. O ancora Floriana Fanizza (vedi intervista), volto di punta di Coldiretti Donne Impresa, che ha lasciato la carriera da ricercatrice per guidare con marito e fratello la Masseria Mozzone a Montalbano di Fasano (Brindisi), in Puglia.
Ma non mancano le criticità. «È l’ennesimo strumento che seleziona gli agriturismi non in base all’aria condizionata, ma in base all’aspetto agricolo e all’accoglienza proposta: il problema non è la classificazione in sé, ma come viene percepita dai potenziali clienti», commenta Cosimo Melacca, presidente di Agriturist (l’associazione di categoria che fa capo a Confagricoltura). «Come si farà a spiegare il senso a chi leggerà solamente “agriturismo a tre, quattro, cinque girasoli”? I turisti stranieri in questi anni hanno imparato ad apprezzare l’ospitalità agrituristica per la sua diversità innata: i tedeschi che vengono nella mia azienda chiedono addirittura se si può spegnere il lampione posto sulla strada perché cercano la massima tranquillità (ride )».
Ex proprietario di un negozio di alpinismo, Melacca ha lasciato Milano per aprire La Cà dell’Alpe, a Finale Ligure (Sv), riscoprendo la sapienza contadina appresa da piccolo nella campagna del nonno in Puglia: «Il segreto del nostro successo come sistema è nella semplicità e nella rusticità, aspetti che si sono già in parte smarriti, per esempio, con l’organizzazione dei matrimoni. Eventi che, tra l’altro, ci attirano le giuste critiche di albergatori e ristoratori », è la visione del presidente di Agriturist. «Le politiche che servono veramente sono quelle per difenderci dalla proliferazione di B&B che non devono avere nemmeno l’obbligo della partita Iva o della registrazione dei clienti, alimentando l’economia sommersa visto che non ci sono controlli di alcun tipo. E addirittura in alcune Regioni ricevono dei finanziamenti: è una concorrenza sleale».