Lo Stato libero della droga libera è al 21esimo posto nella classifica mondiale del Pil. Ben 320 miliardi di dollari l’anno fatturati unicamente attraverso la produzione e la vendita di sostanze stupefacenti.
Appunto: praticamente uno Stato. Uno Stato con una storia centenaria. Il mondo del traffico delle sostanze illegali nacque infatti nel 1909 quando alla Conferenza di Shanghai si decise di mettere al bando e combattere con ogni mezzo la produzione, la vendita, lo spaccio e il trasporto di tutti i tipi di droga. A guardare i numeri non si può che concludere che quegli impegni solenni non hanno esattamente raggiunto il loro scopo se è vero, come affermano i dati l’agenzia dell’Onu che si occupa di droga e criminalità (Unodc), che oggi in tutto il mondo questo mercato vale quanto il Pil del 21esimo Paese del mondo. Visti i numeri, non stupisce che un gruppo di 500 economisti inglesi guidati da Jeffrey Miron, dell’università di Harvard, abbia proposto di legalizzare la droga basandosi su motivazioni strettamente economiche. Né che il governatore repubblicano della California Arnold Schwarzenegger stia pensando di liberalizzare il commercio e l’uso della marijuana per salvare il suo Stato dalla bancarotta. I sostenitori, che siano provocatori o no, della liberalizzazione in nome del pragmatismo economico hanno molte frecce al proprio arco. Prime fra tutte due argomentazioni: il fatto che disinnescando il contrabbando si toglierebbe ai trafficanti gran parte del guadagno, perché i prezzi crollerebbero, e che i soldi risparmiati della lotta alla droga, giudicata da molti fallimentare, aggiunti a quelli ricavati con le tasse sugli stupefacenti potrebbero essere impiegati nella prevenzione e nella cura delle tossicodipendenze. Solo negli Usa la war on drugs costa 40 miliardi di dollari l’anno, quando un’ipotetica tassa sulla vendita frutterebbe 32,7 miliardi di dollari. Ma i migliori alleati della posizione antiproibizionista sono i numeri del mercato globale della droga. I consumatori abituali di sostanze stupefacenti nel mondo (di età compresa tra i 15 e i 64 anni) sono, sempre secondo l’Unodc, 26 milioni, cioè lo 0,6% della popolazione totale. Mentre poco meno di una persona su venti ha dichiarato di averle assunte almeno una volta nell’ultimo anno. Il Rapporto mondiale sulla droga del 2008 spiega inoltre che la stabilizzazione del narco-business negli ultimi dieci anni ora è a rischio a causa dell’aumento delle coltivazioni di cocaina e di oppio e dell’incremento della domanda nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2007 nelle province meridionali dell’Afghanistan controllate dai Talebani c’è stato un raccolto da record e da queste zone è arrivato il 93% dell’oppio e dell’eroina mondiale. In Colombia, nei territori sotto l’egemonia delle Farc, nel 2007 la coltivazione di cocaina è cresciuta del 27% rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda invece le sostanze sintetiche, come ecstasy e metamfetamine, si sono aperte nuove frontiere di traffico. Dall’Asia Orientale, al Sud Est Asiatico, al Medio Oriente fino all’Africa Occidentale. Nei narcostati i narcos si infiltrano nella politica, nelle banche, nelle amministrazioni con la corruzione e la violenza. Succede in Stati sudamericani, nel Triangolo d’oro tra Birmania e Thailandia, in repubbliche ex sovietiche, in Somalia e Nigeria. E anche il Messico sta precipitando verso questa condizione sotto gli occhi degli Stati Uniti. La domanda del Nord del mondo, ricco e dipendente dalle sostanze stupefacenti, è altissima e nelle tasche dei produttori arriva una pioggia ininterrotta di euro e di dollari da impiegare nelle armi, nella corruzione dei governi, nella prostituzione, ma anche nelle costruzioni e nel turismo. Ignorare tale peso nell’economia di un Paese sarebbe davvero impossibile e darebbe un’immagine falsata del reale stato di salute delle finanze di una nazione. È per questo che la Ue ha deciso di cominciare a calcolare il business della droga all’interno delle statistiche finanziarie che riguardano i vari Paesi del mondo. Non è certo facile quantificare i guadagni del traffico di droga, ma a partire dal 2011 l’Unione Europea chiederà che vengano aggiunti alla ricchezza degli Stati (oltre a quelli di altre attività criminali, come prostituzione e contrabbando). La convinzione degli analisti europei infatti è che continuare a fare finta che il crimine non produca ricchezza distorca gli altri indicatori economici alla base delle decisioni politiche. Come ha scritto El Pais lo scorso aprile, alcuni Stati hanno già cominciato in via sperimentale a misurare le dimensioni della propria economia illegale. Sono risultate cifre che vanno dal 2,2% del Pil dell’Ucraina allo 0,17% della Svezia. Per arrivarci si è partiti dai dati delle economie di Paesi praticamente dominati dal potere dei signori del narcotraffico. In Afghanistan per esempio il commercio di eroina incide per il 53% sul Pil e in Guinea Bissau gli stupefacenti, secondo l’Onu, apportano allo Stato addirittura più del Pil legale. In Europa la media sarebbe intorno all’1%, ma molti Paesi sono restii a calcolare e dichiarare il valore della propria economia illegale perché temono che, se le loro ricchezze fossero maggiori del previsto, l’Unione Europea pretenderebbe contributi più alti. Senza contare le evidenti difficoltà nell’avere dati esatti su attività e guadagni totalmente sommersi e clandestini. Visto che, com’è ovvio, trafficanti e criminali non dichiarano i guadagni, non pagano le tasse e non si iscrivono a registri commerciali, i parametri da utilizzare non sono certo quelli canonici. Per quanto riguarda il narcotraffico, per esempio, può essere utile il volume dei sequestri fatti dalle forze dell’ordine. Anche se la percentuale oscilla, a seconda della fonte interpellata, tra il 10 e il 50% del totale delle sostanze smerciate.
La droga salva dalla crisi
C’è un altro aspetto inquietante. La crisi finanziaria sta offrendo occasioni d’oro ai narcos per arricchirsi e per lavare ancora più facilmente il denaro sporco. «Ho degli indizi, dopo aver consultato procuratori e responsabili della sicurezza statale di tutto il mondo», ha dichiarato al settimanale austriaco Profil Antonio Maria Costa, direttore dell’Unodc, «che alcune banche hanno fatto ricorso al denaro del narcotraffico per evitare il fallimento». E il rischio è che in alcune regioni o interi Stati la ricchezza prodotta dalla droga vada a colmare le difficoltà dell’economia legale, alterando i mercati e condizionando le decisioni politiche. Non solo. La rivista Forbes ha inserito il messicano Chapo Guzman, capo del cartello di narcotrafficanti di Sinaloa, al 701esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Secondo la rivista americana il suo patrimonio si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari. Guzman incassa circa il 90% del prezzo finale di vendita delle droghe nelle strade americane o europee. Italia compresa. In questo settore il nostro Paese ha, infatti, un pessimo primato: è al primo posto in Europa, a pari merito con la Spagna, per l’uso di cannabis. Secondo il World drug report, nell’ultimo anno l’ha assunta l’11,2% della popolazione. Il mercato di questa sostanza crea nel nostro Paese un giro d’affari di quasi 3 miliardi di euro, lo 0,20 del Pil. Cifra inferiore solo a quelle di Repubblica Ceca e Canada. La cocaina è la seconda droga più diffusa e tra il 1993 e il 2007 il suo uso è cresciuto del 400%. Il 5,5% dei giovani fra i 15 e i 34 anni ammette di averla provata. L’eroina invece muove 1,6 miliardi di euro l’anno, lo 0,11% del Pil: solo nel Regno Unito la cifra è più alta. Lo Stato italiano spende a causa delle sostanze stupefacenti, in repressione e servizi sociali, 6,4 miliardi di euro l’anno. E c’è chi si domanda se valga la pena spendere tutti questi soldi per combattere un avversario che ha dimostrato di essere molto più forte. I dati sull’età media di inizio dell’uso di stupefacenti da parte dei teenager europei è forse la risposta migliore a chi ha ancora dei dubbi.