L’Italia fatta in casa

L’Italia fatta in casa
Indagine sulla vera ricchezza degli italiani
Autori: Alberto Alesina, Andrea Ichino
Casa Editri:Strade Blu Mondadori

Da qualche tempo (sempre troppo tardi) il dibattito sulla meritocrazia è diventato l’argomento preferito di politici, imprenditori e, soprattutto, docenti universitari. Categorie di persone per le quali non vale la legge secondo la quale in Italia non esiste il premio al merito. Se valesse, dovrebbero infatti essere i primi ad ammettere di essere degli incapaci. Ma questa è una contraddizione veniale, simile a quella di Pierluigi Celli che, da direttore generale della Luiss, l’università della Confindustria, si è messo a cantare con Gaber «La mia generazione ha perso». Insomma, il discorso, iniziato dalla meritocrazia che non c’è, è scivolato in un mea culpa generazionale che, invece di incitare al cambiamento, induce compiacente al disfattismo.
Poi c’è chi si mette a studiare i motivi per i quali la meritocrazia non è di casa in Italia. Chi accusa la politica, chi l’economia, chi la struttura imprenditoriale e chi va direttamente al cuore del problema: la famiglia. È infatti questa una delle teorie di Alberto Alesina e Andrea Ichino nel loro ultimo libro L’Italia fatta in casa (Mondadori) che si presenta come un saggio asettico scritto per individuare la quantità di Pil che viene creato in famiglia e non viene rilevato dalle statistiche ufficiali. Ma partiamo dall’inizio: Alesina e Ichino spiegano che la distanza del reddito da lavoro pro capite tra noi Italiani e, per esempio, gli Americani è ufficialmente del 43,9%, ma se al lavoro che produciamo per il mercato aggiungiamo anche quello che produciamo in casa il prodotto giornaliero di ogni italiano sale, a seconda dei metodi utilizzati per calcolarlo, tra il 99,9% e il 121,8%. A lavorare in casa sono prevalentemente le donne e ciò comporta che, se l’obiettivo fosse quello di far crescere il Pil delle statistiche ufficiali, la soluzione sarebbe semplicemente quella di fare uscire le donne da casa in modo che i servizi che oggi forniscono gratis alla famiglia vengano comprati sul mercato. E come si fa a fare uscire le donne di casa? I due professori individuano lo strumento della defiscalizzazione del lavoro femminile che incentiva le imprese ad assumere donne. L’alternativa sarebbe quella di aumentare i servizi a favore della famiglia come, per esempio, gli asili nido. Ma per Alesina e Ichino è fondamentalmente ingiusto. Ecco perché: «Questo significa che i contribuenti con le loro imposte, dovrebbero coprire la differenza tra il prezzo pagato dalle famiglie e il costo di produzione del servizio», infatti «gli asili pubblici non sono gratis», sono solo pagati in modo diverso: invece che dalle rette versate direttamente dalle famiglie utilizzatrici del servizio, lo sono con le tasse; quindi anche da chi il servizio non lo usa». Con lo stesso ragionamento, insomma, a pagare la sanità dovrebbero essere solo i malati, l’amministrazione della giustizia solo chi vi ha avuto a che fare e l’illuminazione delle strade solo chi esce la sera. Insomma: per Alesina e Ichino «pensare che la posizione della donna nella forza lavoro in Italia dipenda dalla scarsezza o dall’abbondanza di certi servizi pubblici, come gli asili nido, è una scappatoia per non affrontare la causa vera, ovvero la cultura della famiglia».
Per i due docenti «la tassazione differenziata del reddito va al cuore del problema, cambiando (se gli italiani lo desiderano davvero) gli incentivi stessi che determinano l’organizzazione interna della famiglia. O si cambiano questi incentivi o le donne continueranno a lavorare poco nel mercato e troppo in casa». Il vero punto, però, è la meritocrazia. Cosa c’entra la famiglia? I figli italiani preferiscono restare in casa, non spostarsi se non quando è assolutamente necessario e, in questo modo, ostacolano la corretta allocazione delle risorse intellettuali. Come fare per incentivarli? Non tanto rendendo più facili questi trasferimenti, ma lasciando fare al mercato. I due hanno infatti scoperto che le probabilità che un figlio si allontani dalla famiglia aumentano del 40% se il padre perde il lavoro. Basta licenziare i padri, insomma, e i figli si “allocano” in modo perfetto.
Ecco quindi svelato il motivo della scarsa meritocrazia: le famiglie tengono in casa troppo i figli, più o meno la teoria dei “bamboccioni” dell’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. Alesina e Ichino parlano di famiglia, ma il succo non cambia. «Se non esistessero costi di mobilità», scrivono, «e i legami familiari fossero deboli, le persone si sposterebbero dove c’è il lavoro migliore per loro e quindi gli abbinamenti tra lavoratori e imprese sarebbero ottimali. Si creerebbe la massima efficienza produttiva e il massimo reddito per i singoli e la collettività».
Ma questo, ammettono, è un sogno, non accade così nella realtà “vera”. Ed è proprio per questo che la struttura produttiva italiana, caratterizzata da lavoratori poco inclini a cambiare città in cerca di un lavoro migliore, è ammalata di un potere “monopsonistico” delle imprese, le quali potrebbero peggiorare le condizioni di lavoro perché sanno che i lavoratori comunque le accetterebbero visto che non vogliono trasferirsi.
Se gli Italiani, insomma, fossero più “amerikani” e accettassero di allontanarsi dalle città dove risiede la famiglia di origine, le imprese farebbero a gara per accaparrarsi i lavoratori migliori aumentando salari e migliorando le condizioni di lavoro e realizzando così l’obiettivo di sempre: creare un “mercato perfetto” nel quale l’allocazione delle risorse avvenga in modo eccellente.
Probabilmente, però, la struttura del nostro mercato del lavoro ha ben poco a che fare con le colpe della famiglia, i cui legami hanno permesso alle persone di sopravvivere alla crisi mentre lo stesso non si può dire per le società nelle quali i legami familiari sono “liquidi”, per dirla alla Baumann, nelle quali «se perdi il lavoro puoi ritrovarti seduto su una roulotte a mangiare KiteKat», per dirla alla Tremonti. Ha forse più a che fare con il fenomeno (ampiamente trattato nel saggio) delle piccole e medie imprese che rappresentano il 95% della nostra economia. Quella sì, è spesso antimeritocratica. Solo che, messa alla prova, è stata proprio questa struttura, insieme alle banche nostrane “che non parlano inglese” a salvare l’Italia dal tracollo economico.
Eppoi è strano anche che delle responsabilità della famiglia in ordine alla mancanza di meritocrazia Roger Abravanel, colui che ha fatto esplodere in Italia la discussione con il suo fortunatissimo saggio Meritocrazia, non parli mai dei legami familiari come un ostacolo. E nemmeno nel suo blog su Corriere.it ve ne è traccia. Sbaglia anche lui?