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Alla Spernanzoni srl di Morrovalle Scalo (Macerata), piccola azienda specializzata nelle calzature di lusso, le vendite online vanno a gonfie vele. Tra il 2012 e il 2014 sono aumentate di circa il 25%, grazie a ben cinque siti Internet nuovi di zecca, creati dall’impresa marchigiana in collaborazione con Unioncamere e il motore di ricerca Google.

Di fronte a questi risultati, però, non c’è da stupirsi più di tanto perché i prodotti italiani, nell’universo sconfinato del web, sembrano andare davvero alla grande. Secondo le statistiche degli analisti di Mountain View, per esempio, le ricerche relative ai settori del made in Italy sono aumentate di ben il 12% soltanto nel 2013. Inoltre, secondo uno studio realizzato da Doxa Digital (e commissionato dalla stessa Google), le piccole e medie aziende del nostro Paese che hanno un canale di vendite online esportano in media molto più dei loro concorrenti, grazie a una quota di commercio elettronico che varia tra il 24% e il 39% del fatturato. Peccato che ancora in pochi se ne siano accorti.

A parte qualche caso d’eccellenza come la Spernanzoni, infatti, la percentuale di piccole imprese della penisola che vendono prodotti e servizi su Internet resta davvero ridotta al lumicino: attorno al 5% del totale, con tro una media europea del 14%. È un dato che si commenta da solo e che testimonia come il sistema Italia fatichi davvero a ritagliarsi uno spazio significativo nel mondo dell’economia digitale.

LONTANI DALL’EUROPA. Con una quota di internauti più bassa della media continentale (56% della popolazione contro il 72% dell’Europa) e una rete a banda larga ancora poco estesa (solo il 20% dei residenti naviga a 30 megabit per secondo), l’Italia rischia purtroppo di diventare il fanalino di coda dell’Ue nello sfruttamento delle tecnologie e dei processi legati allo sviluppo del web 2.0.

Le speranze di vedere finalmente un’inversione di tendenza, però, non sono del tutto svanite e, per colmare i ritardi, non occorre certo un miracolo. Basterebbe soltanto applicare bene una serie provvedimenti che sono già tutti scritti sulla carta ma che, finora, sono rimasti in gran parte lettera morta o hanno faticato a trasformarsi in realtà.

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Sono i progetti contenuti nell’Agenda digitale italiana (Adi), istituita dal governo Monti nel marzo del 2012.

Si tratta – per chi non la conoscesse ancora – di un programma di interventi che favoriscono la digitalizzazione dei processi produttivi delle aziende e della pubblica amministrazione, che lo stesso governo tecnico ha poi trasformato in un pacchetto di norme con il decreto Crescita 2.0 dell’ottobre di due anni fa.

Istituzione di una carta d’identità elettronica, adozione nelle scuole di libri digitali, stimolo all’uso di strumenti di pagamento tracciabili, come il bancomat e le carte di credito, al posto dei contanti: sono questi soltanto alcuni dei provvedimenti contenuti nel provvedimento.

A cui si aggiungono programmi per incentivare la diffusione delle reti a banda larga e per ammodernare i servizi della pubblica amministrazione, creando un’anagrafe unica e un fascicolo sanitario elettronico per ogni assistito negli ospedali pubblici e nelle Asl.

Senza dimenticare, infine, i programmi per la digitalizzazione della giustizia civile e per la conversione in formato elettronico dei documenti emessi dai tribunali. Sono tutte riforme di buon senso, che potrebbero snellire l’elefantiaca burocrazia italiana e permettere all’economia del nostro Paese di liberarsi di una pesante zavorra.

I BENEFICI PER LE AZIENDE E PER I CONSUMATORI.A dirlo, sono anche i dati elaborati negli anni scorsi dalla School of Management del Politecnico di Milano, che ha stimato i potenziali vantaggi portati in dote dalla digitalizzazione del Sistema Italia.

Soltanto la diffusione su larga scala della moneta elettronica al posto dei contanti, per esempio, potrebbe far emergere 35 miliardi di evasione fiscale, mentre le attività di e-government – cioè l’utilizzo di Internet nei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione – porterebbe una maggiore ricchezza per 25 miliardi di euro, grazie ai risparmi per imprese e famiglie e grazie alla nascita di nuove start up digitali.

A tali benefici, si aggiunge poi l’aumento della produttività del lavoro derivante dalla digitalizzazione dei processi aziendali che, nell’arco di 10 anni, permetterebbe di eliminare ben 30 miliardi di documenti di carta.

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POCHE E LENTE: LE CONNESSIONI TRICOLORI

RISCHIANO DI PIAZZARE IL NOSTRO PAESE

ALL’ULTIMO POSTO NELL’UNIONE EUROPEA

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Di fronte a questi numeri, è difficile trovare un imprenditore, un uomo politico o un semplice cittadino che possa dirsi contrario all’attuazione della tanto agognata Agenda digitale italiana, che è un tassello di un mosaico nel trasformare in realtà gli ambiziosi programmi elaborati a suo tempo dal governo Monti.

Certo, non mancano i provvedimenti giunti finalmente al traguardo. Dall’estate scorsa, per esempio, sono entrate in vigore (non senza uno strascico di polemiche al seguito) le norme sull’uso della moneta elettronica, che obbligano i commercianti ad accettare sempre i pagamenti con strumenti tracciabili nelle transazioni sopra i 30 euro.

Stesso discorso per le fatture elettroniche che, da settembre, sono obbligatorie per legge nelle forniture alla pubblica amministrazione mentre le tradizionali fatture di carta scompariranno completamente dagli uffici degli enti locali e statali da marzo del prossimo anno.

CAMMINO AL RALLENTATORE. Altri cambiamenti si intravedono nel mondo della giustizia, dove il 30 giugno scorso ha debuttato il processo civile telematico, che prevede il deposito e la pubblicazione degli atti con strumenti digitali.

Si tratta però di norme che entreranno in vigore con una tabella di marcia non proprio velocissima, visto che le nuove procedure andranno a regime soltanto a novembre, mentre nelle Corti di appello (cioè negli organi giurisdizionali di secondo grado) se ne riparlerà soltanto nell’estate del 2015. Bene o male qualcosa si è mosso, anche se molti tribunali (circa un quarto del totale) lamentano già il bisogno di potenziare la propria dotazione tecnologica e informatica per non farsi trovare impreparati all’appuntamento.

Su altri fonti, invece, la macchina organizzativa cammina purtroppo al rallentatore o si scontra con diversi problemi strutturali. Il Fascicolo sanitario elettronico procede a singhiozzo: in teoria, tutte le Regioni dovranno crearlo entro il giugno del 2015. Peccato, però, che soltanto pochi enti locali (Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna, Toscana, Trentino e Veneto) siano già in fase avanzata, mentre molte altre rischiano seriamente di non rispettare la scadenza del prossimo anno.

Per non parlare poi di quello che accade nelle scuole, dove è previsto addirittura l’avvio di progetti di formazione a distanza, grazie all’utilizzo del web. Sarà però difficile riuscirci in tempi brevi visto che, secondo i dati forniti dallo stesso ministero dell’Istruzione, soltanto il 10% delle scuole primarie e poco più del 20% di quelle secondarie dispongono oggi di un collegamento web in banda larga. Inoltre, in quasi la metà degli istituti collegati alla rete, la connessione non raggiunge comunque le singole classi.

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SOLO IL 40% DELLE AZIENDE MEDIO-GRANDI

HA PREPARATO L’ADEGUAMENTO DEI PROCESSI

PRODUTTIVI ALL’AVVENTO DEL WEB 2.0

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Non vanno poi dimenticate le turbolenze interne all’Agenzia per l’Italia digitale, l’organismo che ha il compito di coordinare tutti i progetti dell’Agenda e che, nell’estate scorsa, ha avuto un cambio di vertice senza neppure aver mai iniziato a operare a pieno regime. Il direttore Agostino Ragosa è stato rottamato dal governo Renzi e sostituito da Alessandra Poggiani.

LA SFIDA PER GLI IMPRENDITORI. La strada da percorrere insomma, è ancora lunga. Non soltanto per la pubblica amministrazione, dove i gangli degli apparati burocratici sono ovviamente difficili da scardinare. Anche per le imprese c’è bisogno di un cambio di passo.

Secondo una ricerca effettuata nei mesi scorsi dalla società di consulenza NetConsulting, soltanto il 40% dei Cio (Chief Information Officer) delle aziende italiane mediograndi ha predisposto un’agenda interna per adeguare i processi organizzativi e produttivi dell’impresa all’avvento del web 2.0. Poco importa se la pubblica amministrazione italiana si va trasformando, seppur a fatica, e sta usando in maniera crescente le tecnologie digitale. Secondo la ricerca, oltre il 51% delle imprese non ha neppure un team interno che si occupa del tema.

Qualche novità di rilievo si nota invece nel commercio elettronico, almeno tra le piccole e medie aziende. Nei mesi scorsi, per esempio, la Confartigianato ha avviato un progetto (in collaborazione con l’incubatore di imprese Digital Magics e con la Internetcompany Ulaola) per fornire una piattaforma di e-commerce a quelle piccole imprese che, altrimenti, non avrebbero né la struttura logistica, né le risorse per far conoscere ed esportare all’estero i propri prodotti.