L'Antitrust svela la bufala della concorrenza in Italia. Come denunciato dalla relazione annuale del presidente dell'Authority, Giovanni Pitruzzella, il rischio del ritorno del protezionismo va combattutto per evitare che lo Stato possa «ridiventare attore economico con il diritto di decidere l’allocazione e la distribuzione delle risorse in luogo del mercato». Anche perché in Italia c'è ancora molto da fare in termini di concorrenza.

Le liberalizzazioni, infatti, sono state «lasciate a metà», come denuncia l'attività dell'Antitrust negli ultimi mesi che ha portato a multe per 306 milioni di euro (250 l'anno passato) per far fronte a 13 interventi per le intese, 9 per abusi e 73 per il controllo delle concentrazioni. Le procedure a tutela del consumatore sono state 240. Si tratta di un grave pericolo, perché meno concorrenza vuol dire più disuguaglianze come conferma il rapporto annuale dell'Istat . E anche in vista del percorso parlamentare della legge sulla concorrenza «che pare stia approdando alla sua approvazione, sebbene depotenziato», ha denunciato il presidente dell'Authority.

CONCORRENZA E LIBERALIZZAZIONI MONCHE

Mentre resta de definire la situazione dei tassisti e del mercato pubblico - Uber rischia il blocco totale da parte della magistratura, anche se l'Antitrust aveva fatto la sua proposta qualche settimana fa - tra le novità che non ci mancavano, l'Antitrust ha riscoperto persino gli abusi per prezzi eccessivi. Un esempio è quello dei medicinali salvavita: la multinazionale Aspen aveva applicato aumenti ingiustificati tra il 300 e il 1500% su alcuni farmaci tumorali per bambini. Senza dimenticare l'annoso problema degli appalti pubblici che, in collaborazione con l'Anac, ha portato a sanzioni per 1,63 miliardi alle ditte vincitrice della gara Consip.

«La perdita di fiducia è molto grave perché ostacola le transizioni e la crescita della domanda. Tali fenomeni acquistano un notevole rilievo nel settore del credito», è il richiamo dell'antitrust al settore creditizio richiamando i procedimenti contro Banca Popolare di Vicenza, per avere indotto i clienti a diventare soci in cambio di prestiti, e Unicredit per «la mancata applicazione ai mutui variabili dei valori negativi assunti dall’Euribor».