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Non accenna a diminuire, in Italia, la pressione fiscale che grava sulle imprese e tocca nuovi record a livello europeo. A parità di ricavi e costi, l’utile netto di un’azienda italiana è infatti inferiore del 60% rispetto a una (analoga) spagnola, del 39% di quella inglese e del 23% della francese. Motivo è proprio la pressione fiscale, non solo per le aliquote elevate ma anche per il complicato gioco di addizionali e spese non deducibili, in tutto o in parte.
Va peggio solo alle aziende tedesche, le quali subiscono un prelievo superiore di circa il 6% rispetto alle nostre. Amara consolazione, però, soprattutto se si considera che all’Italia spetta il primato europeo nel “total tax rate”, indice che tiene conto del carico fiscale effettivo sulle imprese, considerando non solo le aliquote ufficiali ma tutti i fattori. Come rileva la ricerca di Synergia Consulting Group la Banca Mondiale assegna al nostro Paese il primo posto con il 68,5%, seguito da Francia con il 65,7% e Estonia con il 58,6%. Record italiano anche per quanto riguarda l’incidenza delle entrate fiscali sul prodotto interno lordo: +3,4% sul prodotto interno lordo dal 2000 a oggi, nonostante nella maggior parte degli altri Paesi la pressione fiscale sia scesa.
Le brutte notizie rilevate dalla survey non finiscono qui: in Italia una coppia con due figli, in cui entrambi i coniugi lavorano e hanno uno stipendio medio, paga in Italia il 10% in più di imposte sul reddito rispetto alla media dei Paesi sviluppati Ocse e un divario analogo del 10% penalizza i “single”, con o senza figli. Se l’Unione Europea è considerata l’area del mondo con il più elevato carico fiscale, l’Italia è quindi ai primi posti a livello mondiale. Un risultato che grava sulle imprese in primis , ma che coinvolge tutti i cittadini.