Italia-Usa: la crisi statunitense mette a rischio 7,8 miliardi di euro di export

Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevedono un peggioramento generale dell’economia mondiale: si passa da una stima del -3% ad una del -4,9%. Anche l’Italia è coinvolta in questo clima di peggioramento delle aspettative la cui stima di decrescita scende dal -9,1 al -12,8%. Non sfugge a questo quadro di peggioramento degli Stati Uniti di Trump: la stima del Fmi vede peggiorare il declino statunitense dal -4,9 al -8 %.

Gli Stati Uniti sono il secondo mercato di sbocco delle esportazioni del nostro Paese. Un flusso di merci per un valore di 45,5 miliardi di euro nel 2019, secondo soltanto alla Germania (58,1 miliardi). Di conseguenza la flessione americana avrà ricadute importanti sulle nostre esportazioni. In base alle stime realizzate da Nomisma, in collaborazione con Cribis, se il Pil statunitense dovesse calare di 8 punti percentuali, sono a rischio 7,8 miliardi di euro, il 17% del nostro flusso di esportazioni verso gli Usa. I comparti maggiormente coinvolti sarebbero macchinari e apparecchi, che ridurrebbero il loro flusso di 1,26 miliardi (-15%); prodotti tessili, abbigliamento pelli ed accessori che perderebbero 1,1 miliardi (-28%); 800 milioni di euro in meno segnerebbero le esportazioni dei mezzi di trasporto (-9,6%). Infine, la voce più rilevante in termini di impatto sono le altre attività manifatturiere (gioielli, strumenti musicali, articoli sportivi e giocattoli…) che perderebbero 1,7 miliardi (-37%). 

In precedenza, Nomisma, sempre in collaborazione Cribis, aveva stimato l’impatto sull’export italiano rispetto al rallentamento del Pil tedesco: il nostro primo mercato. La differenza che emerge nel confronto tra le esportazioni del nostro Paese (e le rispettive elasticità), verso queste due potenze economiche, è che nel caso della Germania l’intreccio delle nostre esportazioni era assolutamente integrato nella trama produttiva tedesca. Rispetto agli Stati Uniti, le nostre esportazioni sono maggiormente dirette su beni di consumo finali piuttosto che semilavorati. In tal senso gli Stati Uniti rappresentano più un ottimo cliente piuttosto che un partner produttivo.