Le aziende italiane lottano contro tutto e tutti per aumentare la produttività. Lo dice la consueta pubblicazione dell'Istat Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo che prova a raccontare il Paese. Il dato più allarmante riguarda i 4,5 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta. Ma è l'intera situazione della nostra economia a essere preoccupante, soprattutto nel confronto con l'Europa in termini di produttività, economia della conoscenza, formazione e mercato del lavoro.

AZIENDE RESILIENTI. Ci sono però delle notizie positive, dall'eccellenza nell'agroalimentare ai progressi sulla sostenibilità e l'energia (ma anche salute e welfare). Nel Paese più vecchio dopo la Germania, però, l'emergenza resta la competitività. Nel 2014 le imprese sono calate sotto quota 61 ogni mille abitanti, con le dimensioni (3,8 addetti) ben sotto la media Ue (5,8). Nonostante tutto, però, la perdita di competitività registrata nel 2012-2013 si è arrestata. Nel 2014, le imprese italiane hanno prodotto mediamente circa 125 euro di valore aggiunto per addetto ogni 100 euro di costo del lavoro unitario. Bene, ma non benissimo visto che solo Francia e Grecia fanno peggio di noi. In parte è dovuto anche alla spesa in ricerca e sviluppo, cresciuta complessivamente (1,38%), eppure ancora lontana dai valori Ue (2,04%) e dal target europeo del 3%.

MERCATO DEL LAVORO. L'Italia è in fondo alla graduatoria Ue anche nel mercato del lavoro, con un tasso di occupazione del 61,6% (anche in questo caso solo la Grecia fa peggio). Pesano gli squilibri a sfavore delle donne (51,6% contro il 71,7% degli uomini) e del Sud (47% contro i 69,4% del Centro-Nord. Se il tasso di senza lavoro è sceso all'11,7% lo scorso anno (-0,2 punti), quello dei giovani di 15-24 ha perso 2,6 punti fino al 37,8%. Ma con casi-limite nel Mezzogiorno (51,7%), soprattutto in Calabria dove arriva al 58,7%, e fra le ragazze (54,4%). Situazioni così critiche come la nostra si trovano in Grecia, Spagna e Croazia: insieme all'Italia presentano valori dell'indicatore all'incirca doppi rispetto a quello medio europeo (20,4%, dati 2015).