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I segreti del successo del “sistema-Canada” non risiedono solo nella grande disponibilità di risorse naturali e minerarie. Tra gli altri fattori vincenti, ci sono anche un ambiente socioculturale molto attivo, una produzione industriale diversificata, una tassazione contenuta sui redditi e una snella burocrazia

Di storie di imprenditori italiani che hanno investito in Canada, l’avvocato Marco Amorese ne conosce davvero tantissime. Ma c’è n’è una, in particolare, che racconta più volentieri delle altre. È quella di un gelataio originario del veronese che, qualche anno fa, ha deciso di prendere armi e bagagli, per abbandonare il proprio Paese e aprire una nuova attività dall’altra parte dell’Atlantico. Ora, il gelataio veneto possiede in Canada una piccola catena di tre negozi e lì ha stabilito definitivamente le proprie radici, portando con sé tutta la famiglia. «Non rivelo il nome del mio cliente, per motivi di riservatezza professionale, ma posso dire con certezza una cosa: la sua scelta è stata davvero azzeccata», dice Amorese, che ha assistito il gelataio nella fase di start-up, in qualità di avvocato d’affari, titolare di un affermato studio legale di Bergamo, che si occupa di pratiche internazionali. Di storie come quella raccontata da Amorese, però, in giro per l’Italia probabilmente se ne trovano parecchie. Sono molti, infatti, gli imprenditori italiani (originari soprattutto del produttivo Nord-Est) che, negli ultimi dieci o 15 anni, hanno fatto una scommessa coraggiosa: aprire un’attività in Canada che oggi è quasi certamente il Paese con l’economia più vitale e dinamica in tutto il G7, cioè il gruppo delle sette nazioni più industrializzate dell’Occidente. Tra gli imprenditori che si sono rivolti all’avvocato di Bergamo, ci sono diversi titolari di medie aziende che operano un po’ tutti i settori, da quello manifatturiero all’industria pesante. C’è anche, per esempio, il fondatore di un gruppo metallurgico del bresciano con 10 milioni di euro di fatturato, che ha deciso di delocalizzare nell’Ontario buona parte del proprio business, aprendo una nuova fabbrica e creandosi una testa di ponte verso il ricco mercato statunitense. Eppure, a prima vista, il Canada non sembrerebbe il luogo ideale in cui vivere e lavorare: non ha un clima invitante, almeno per chi è abituato ai tepori del Mediterraneo, ed è un Paese molto ricco, con un’economia ormai matura e senza una manodopera a costi stracciati, come la Cina o le altre nazioni emergenti. Dietro alle apparenze, però, si nasconde una realtà assai diversa. A ben guardare, la Confederazione canadese oggi dimostra di possedere un particolare appeal per gli investimenti produttivi, che pochi altri Paesi possono vantare. Il merito è innanzitutto della sua economia molto vitale che, tra il 2000 e il 2010, ha registrato il tasso di crescita più elevato in tutta l’area del G7. Mentre il Pil italiano è aumentato di un misero 0,3% all’anno, nell’arco di due lustri, quello canadese ha registrato nello stesso periodo un incremento di quasi 2 punti percentuali ogni 12 mesi. Neppure la Germania, gli Stati Uniti o il Regno Unito, per non parlare del Giappone o della Francia, sono riusciti a fare meglio. Questi risultati hanno origine in molteplici fattori, a cominciare da un indiscutibile punto di forza del Paese nordamericano: la sua grande disponibilità di materie prime, dai metalli ai combustibili, che sono il motore dell’industria mondiale del terzo millennio. Non a caso, gli analisti del colosso finanziario Citigroup hanno coniato di recente un nuovo acronimo: Carbs (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sud Africa), per indicare cinque nazioni che, nei decenni a venire, giocheranno un ruolo sempre più importante sullo scacchiere internazionale, poiché controllano il 25-30% dei giacimenti globali di commodity, pur avendo una popolazione non superiore al 5% di tutti gli abitanti del pianeta.

 

Ma sarebbe riduttivo attribuire i meriti di questo “miracolo nordatlantico” soltanto alla grande disponibilità di risorse minerarie e naturali. Ci sono infatti anche altre ragioni, che vengono spiegate con dovizia di particolari da Emmanuel Kamarianakis, ministro consigliere per gli affari commerciali ed economici dell’ambasciata canadese in Italia: «Il nostro Paese è molto aperto agli investimenti stranieri e vanta uno tra i migliori ambienti imprenditoriali al mondo», dice Kamarianakis. Questa vocazione, secondo il diplomatico, si basa fondamentalmente su alcune importanti qualità che caratterizzano il sistema-Canada: un ambiente multiculturale florido, una produzione industriale diversificata, una tassazione abbastanza contenuta sui redditi d’impresa, oltre a una forza-lavoro qualificata e con un elevato grado di istruzione. Senza dimenticare, infine, l’efficienza delle istituzioni e degli organi amministrativi dello Stato, che hanno messo in piedi un apparato burocratico snello, in grado di aiutare le aziende a investire e a crescere. La prova di quanto afferma Kamarianakis arriva dalle statistiche. A cominciare da quelle sul sistema di istruzione in Canada, dove il 54% degli abitanti di età compresa tra 25 e 64 anni possiede almeno un diploma di scuola secondaria superiore. Una delle percentuali più elevate al mondo, superata di poco soltanto da quelle che si registrano nella Corea del Sud e in Giappone e molto più alta rispetto agli Stati Uniti o all’Europa intera.

IL CANADA IN CIFRE
  • » Popolazione (2010): 34.031.784 abitanti
  • » Tra il 2000 e il 2010 il Pil del Paese ha visto un incremento medio annuo dell’1,9%
  • » Secondo le previsioni, entro il 2016 sarà del 33% il rapporto tra debito pubblico e Pil (rispetto al 153,9% del Giappone e al 98,9% dell’Italia)
*Fonte: World Economic Outlook 2011

In questo contesto, si è creato un ambiente multiculturale molto stimolante, che affonda le proprie radici nella tradizionale apertura del paese all’integrazione degli stranieri. A Ottawa, a Toronto o nel Quebec, infatti, non si parlano soltanto l’inglese e il francese, cioè le due lingue nazionali che, già di per sé, basterebbero alla popolazione per essere competitiva sul mercato del lavoro internazionale. Una persona su cinque conosce anche un terzo idioma, compreso l’italiano, grazie al tradizionale flusso di emigrazione dalla Penisola. Non vanno dimenticati, poi, i buoni fondamentali del bilancio pubblico, che permettono al Canada di investire ogni anno oltre 29 miliardi di dollari in ricerca e innovazione. Mentre alcuni stati europei rischiano il crack finanziario, i conti del governo di Ottawa sono invece in piena in salute, con un rapporto tra debito e Pil poco sopra al 30%, che dovrebbe scendere al 29,5% entro il 2015, senza però far crescere la pressione fiscale. L’incidenza delle tasse sugli utili d’impresa (tax rate) in Canada è attorno al al 26%, un livello superiore di un punto rispetto alla Gran Bretagna e notevolmente inferiore alla media del G7.

BASSA PRESSIONE FISCALE
Il tax rate sui redditi d’impresa nei Paesi dell’area G7 (aprile 2011)
39,5% GIAPPONE
39,2% STATI UNITI
34,4% FRANCIA
31,4% ITALIA
30,2% GERMANIA
26,9% CANADA
25,0% REGNO UNITO
Fonte: Department of Finance Canada

A dare una spinta all’economia nazionale, poi, c’è pure una indiscussa robustezza del sistema bancario e finanziario. Nella classifica degli istituti di credito più solidi (stilata dalla rivista Global Finance Magazine ) i vertici della top ten sono infatti tutti occupati da gruppi canadesi, come Toronto Dominion Bank e Royal Bank of Canada.

UN SISTEMA BANCARIO AL SICURO
I dieci istituti di credito più solidi del Nord America
  1. ROYAL BANK OF CANADA – CANADA
  2. TORONTO DOMINION BANK – CANADA
  3. SCOTIABANK CANADA
  4. CAISSE CENTRALE DESJARDINS – CANADA
  5. THE BANK OF NEW YORK MELLONSTATI UNITI
  6. BANK OF MONTREAL CANADA
  7. CIBC – CANADA
  8. JPMORGAN CHASE STATI UNITI
  9. WELLS FARGOSTATI UNITI
  10. U.S. BANCORP STATI UNITI
Fonte: Global Finance Magazine

Anche se non è proprio il paradiso in terra, insomma, la Confederazione Canadese è un luogo molto interessante per chi vuole fare affari o iniziare un percorso di crescita professionale. Certo, non tutti i settori dell’industria sono particolarmente attraenti e ve ne sono alcuni che fanno da traino all’intera economia nazionale. Kamarianakis cita il comparto petrolifero e del gas, le energie rinnovabili (in particolare l’eolica) il settore delle tecnologie digitali e l’industria manifatturiera avanzata, come quella aerospaziale e dei trasporti dove una multinazionale canadese, il gruppo Bombardier, ha conquistato una posizione di leadership in tutti e cinque i continenti. E che dire della scelta di uno che il fiuto per gli affari l’ha sempre avuto? Giorgio Squinzi, patron di Mapei, scelse il Canada nel lontano 1978 per creare il primo stabilimento fuori dai confini nazionali di quello che ormai è un colosso mondiale nell’ambito degli adesivi per l’edilizia. Fu il primo passo per la creazione, in partnership con il canadese Nicholas Di Tempora, della Mapei Americas. «Non va dimenticata, poi, l’importanza del settore automobilistico», dice ancora Kamarianakis, citando alcuni dati forse poco conosciuti: oggi l’Ontario è la regione nordamericana dove si produce in assoluto la quantità maggiore di autoveicoli (in totale 2,6 milioni), nelle fabbriche installate là da tutti i leader mondiali del settore come Chrysler, Ford, General Motors, Honda e Toyota. L’avvocato Amorese sottolinea poi un aspetto importante: il Canada non rappresenta oggi solo un luogo ideale per investire o delocalizzare le attività d’impresa, ma anche una grande opportunità per le aziende con un’elevata vocazione all’export. Benché Oltreoceano vi sia una comunità di origine italiana molto vasta, l’interscambio commerciale tra il Canada e l’Italia non ha ancora dimensioni elevatissime (l’import dalla Penisola è inferiore a 5 miliardi di dollari all’anno). Ci sono dunque molti margini di crescita visto che, sempre secondo Amorese, i canadesi apprezzano molto il made in Italy, dalla moda all’agroalimentare.