Dall’industria culturale 3,6% dei posti di lavoro e l’1,7% del Pil

All’apparenza non sembrerebbe, eppure è così: oggi ci stiamo impegnando per onorare l’eredità di artisti del calibro di Botticelli, Leonardo e Moravia. In Italia, infatti, il settore delle imprese culturali e creative italiane è particolarmente attivo. A dirlo i dati Eurostat, secondo il 3,6% dei lavoratori (3,8% la media europea), l’1,7% del fatturato nazionale (in linea con la media Ue) e il 2,3% del valore aggiunto (2,7% nei 28 Paesi membri) arrivano proprio dall’industria culturale. Non solo. Un’indagine della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo rivela che l’82,4% delle aziende del comparto ha fatto investimenti negli ultimi tre anni e, di queste aziende, circa un terzo dichiara di averlo fatto “in maniera significativa”. Con quali scopi? Principalmente per digitalizzare le attività, riqualificare le strutture, creare nuovi prodotti e fare marketing. E le prospettive future sono altrettanto buone: oltre la metà delle imprese si aspetta un aumento delle attività nel biennio 2019-2020 e più del 60% dei soggetti dice che investirà, in particolare in comunicazione e marketing.

L’industria culturale

Per il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, le imprese culturali e creative “rappresentano un volano fondamentale, sia per l’impatto diretto sull’occupazione, mediamente più giovane e qualificata, sia per il contributo alla capacità innovativa e creativa e alla coesione sociale. Fattori trainanti per lo sviluppo futuro saranno la presenza di capitale umano qualificato e l’innovazione, sia di prodotto che tecnologica”. Non mancano però alcune criticità. Innanzitutto, il fatto che l’incidenza dell’industria culturale e ricreativa su occupazione e fatturato totali e la quantità e la qualità dei servizi a disposizione dei cittadini siano in linea con le medie europee nonostante l’Italia vanti un patrimonio artistico e culturale che non ha eguali. Inoltre, bisogna ricordare che il comparto resta molto frammentato, con troppi operatori isolati: basti pensare che il 30% delle aziende ha meno di nove addetti (e solo un 5% delle imprese ha più di 250 lavoratori). A complicare le cose ci sono poi l’eccesso di burocrazia e il ruolo dei finanziamenti: il 59% delle realtà fa affidamento su fondi esterni (soprattutto dal canale bancario) e la mancanza di finanziamenti è considerato uno dei primi ostacoli per lo sviluppo futuro.