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A fare la somma quasi non ci si crede: tre miliardi di euro in meno per colpa della pioggia. È il conto, salatissimo, di un’estate da dimenticare.

Il maltempo senza tregua, da giugno a fine agosto, ha paralizzato il turismo e inferto colpi durissimi all’agricoltura. Secondo Federalberghi, il fatturato degli hotel è calato di botto del 5% e la stima dei danni per il settore calcolata da Codacons è di almeno 1,5 miliardi di euro, con un calo del 30% delle presenze di villeggianti sulle spiagge e nei lidi. Pesantissime le ripercussioni sull’occupazione, che ha visto saltare 50 mila posti di lavoro stagionali.

A tutto questo si devono aggiungere i danni che il maltempo ha causato all’agricoltura: secondo Coldiretti i temporali, le bombe d’acqua e le frequenti grandinate hanno distrutto le campagne e rovinato il lavoro di un anno intero in molte aziende agricole. Un conto che supera, anche in questo caso, il miliardo di euro. Insomma: piove e il fatturato fa acqua. E parecchia.

A farne le spese, oltre ad albergatori e agricoltori, anche la filiera italiana del gelato artigianale, un settore che vale 2,7 miliardi di euro fra coni, coppette, macchine per il gelato, ingredienti e semilavorati: qui il calo degli ordini estivi, secondo Cna Alimentare, si aggira sul 5%, mentre nel solo mese di giugno dell’anno scorso, quando a dispetto del calendari sembrava pieno inverno, il consumo si era ridotto addirittura della metà.

Parola ai maestri 

UNA QUESTIONE DI ENERGIA. Il clima, poi, incide anche sulla produzione di energie rinnovabili: è grazie al fotovoltaico, per esempio, che si risparmia sulla produzione di energia più costosa, come quella degli impianti a gas. Ma senza il sole i pannelli producono di meno e la spesa per coprire il fabbisogno di corrente elettrica aumenta. Anche in bolletta.

Piogge e gelate pesano, infine, sulla velocità, l’efficacia e il costo dei trasporti merci e sulle infrastrutture viarie, così come sul fatturato (e sui premi) delle società assicurative che vendono pacchetti di copertura danni alle aziende agricole.

«Alluvioni e uragani danneggiano le infrastrutture, le strade e le linee elettriche», conferma Luca Casalini, professore di Scienze naturali, «con conseguenti ritardi sulla distribuzione e sulla produzione e pesanti ripercussioni economiche, mentre un clima più estremo determina un maggiore consumo di energia per scaldare o raffreddare a seconda della stagione». E se le vendite di condizionatori s’impennano quando fa caldo, un aumento delle temperature fuori stagione fa crollare i consumi dei classici prodotti stagionali, come la cioccolata sotto Natale.

Non solo: l’anno scorso in primavera le vendite di biciclette sono calate di quasi il 4% perché, secondo l’analisi dell’associazione dei produttori Confindustria Ancma, ha fatto brutto tempo. Lo stesso vale per scooter e motociclette: alla fine del gelido mese di marzo 2013, le vendite di due ruote («ma non fu solo colpa del maltempo», disse il presidente di Ancma, Corrado Capelli) segnarono un -37,2% rispetto allo stesso periodo del 2012.

E vogliamo parlare dei solari, dei costumi da bagno e in generale del settore abbigliamento, beffato da un’estate che non è mai arrivata? Nelle vetrine dei negozi si è passati dai giubbotti invernali a quelli autunnali.

Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia: la scorsa estate, non potendo andare in spiaggia, molti si sono dedicati a quelle attività che durante l’anno non si ha mai tempo di fare, come i piccoli lavori in casa. Sarà per questo che i visitatori dei vari negozi di bricolage o dell’arredamento low cost come Ikea sono aumentati, dice Confesercenti, del 30%. Ed è andata bene anche per ipermercati e centri commerciali con annesso parcheggio al coperto.

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IN ASSENZA DI MISURE CONTRO LE EMISSIONI

DI GAS NOCIVI, L'OCSE PREVEDE UN PIL GLOBALE

IN CALO DALL'1,5% AL 6% ENTRO IL 2060

A CAUSA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

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MUTAMENTI A LUNGO TERMINE. Insomma, che faccia bello o brutto tempo, ci sarà sempre qualcuno pronto a lamentarsi. Fosse solo questo il problema. Già, perché se nel nostro piccolo, con tutto il rispetto per chi ci ha rimesso, si tratta di un’estate da dimenticare e basta, a livello mondiale i cambiamenti climatici producono danni forse meno visibili o non così evidenti, ma alla lunga irreparabili.

Prepariamoci al peggio: secondo le stime del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc), da qui al 2100 il riscaldamento globale porterà a un innalzamento medio della temperatura tra 1,4 e 5 gradi. Tradotto: in molte parti del pianeta l’agricoltura sarà più vulnerabile, esposta a siccità e inondazioni e attaccata da nuovi parassiti.

Aumenterà la desertificazione, che già oggi interessa 2 miliardi di persone, rendendo difficilissime le condizioni di vita di molte popolazioni. Non solo: i prezzi delle materie prime aumenteranno causando stress economici che, se nei Paesi industrializzati potranno essere affrontati con relativa serenità, in altre parti del mondo meno sviluppate potrebbero causare guerre e rivolte. È già successo: in molti, infatti, concordano che fra le cause delle rivolte nella cosiddetta Primavera araba nel 2011 ci sia anche l’impennata dei prezzi del grano.

 

«I dati che escono da questi e altri rapporti internazionali», dice Sergio Brivio di 3BMeto, «sono allarmanti: i cambiamenti climatici influiscono sempre di più sull’economia e sulla politica. E la causa di tutto è anche l’uomo».

Che dire, infatti, dell’inquinamento? In mancanza di politiche efficaci per la diminuzione delle emissioni di gas nocivi, l’Ocse stima un calo del pil mondiale dall’1,5 al 6% entro il 2060, causato dalla minore produttività agricola, dall’innalzamento dei mari e dalla maggiore frequenza di eventi naturali catastrofici.

Restando in Italia, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero arrivare a costare al nostro sistema economico, nel 2050, qualcosa come 20-30 miliardi, più o meno come una manovra economica. Lo sostiene uno studio del Centro Euromediterraneo per i cambiamenti climatici, secondo il quale nel 2100 queste cifre potrebbero addirittura sestuplicare.

PER SAPERNE DI PIU' 

L'AFFARE METEO. A questo punto è chiaro che le aziende, anche quelle italiane, devono trattare il cambiamento climatico come qualsiasi altro rischio economico, perché l’innalzamento del livello del mare o il caldo torrido che arriverà col global warming avranno effetti devastanti non solo sulla natura e sulla vita degli uomini, ma anche sul nostro portafoglio. E visto che parliamo di soldi, vale la pena notare come il bello e brutto tempo (soprattutto quest’ultimo) sia una vera manna dal cielo per chi sa fare le previsioni.

Stiamo parlando di cifre da capogiro: il colosso mondiale è Weather Channel, il network acquistato qualche anno fa da Cnbc per 3,5 miliardi di dollari e che oggi ha quasi l’80% del mercato Usa, mentre in Italia il numero uno è ilmeteo.it, con un fatturato che si aggira sui 6 milioni di euro l’anno fra raccolta pubblicitaria e vendita di servizi a media e aziende.

Seguono 3Bmeteo, marchio che appartiene alla società Meteosolution, Epson Meteo di Mediaset, meteo.it e meteogiuliacci.it. Il maltempo fa girare al bello anche il mestiere del meteorologo.

Anche in azienda: il meteo manager, infatti, è un professionista capace di leggere le carte sinottiche e prendere rapidamente decisioni strategiche da sottoporre ai vertici. Per questo si serve di un ufficio meteo interno e di numerosi servizi esteri, creati ad hoc da società private specializzate nell’elaborazione di informazioni mirate a uno specifico business, che sia la produzione di energia verde o la raccolta dei kiwi in campagna prima delle gelate.

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IN ITALIA, NEL 2050, GLI EFFETTI

DEL GLOBAL WARMING

POTREBBERO ARRIVARE

A COSTARE AL SISTEMA ECONOMICO

FINO A 20-30 MILIARDI DI EURO

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Le condizioni meteo, infatti, sono tra le variabili più difficili da valutare ma di enorme importanza per molte aziende, come Enel, Terna, Eni o la francese Edf, il cui business ruota attorno alla produzione di energia rinnovabile o per quelle grandi compagnie assicurative, Zurich o Allianz Re per fare solo un esempio, che hanno un portafoglio prodotti dedicato alla protezione dai danni causati dal maltempo.

Il meteorologo è una figura richiesta anche dalle imprese che realizzano software meteo oppure dalle società aeroportuali. Ma quanto guadagna? Secondo i dati forniti dall’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol), la busta paga di un meteorologo impiegato nel settore civile parte dai 25 mila euro per un neo assunto e arriva a 50 mila euro lordi l’anno a fine carriera.

Per far carriera nelle Università e negli istituti di ricerca privati, il curriculum ideale è un mix fra scienze climatiche, agricoltura e genetica moderna, tutte discipline che servono per la vera sfida del futuro: studiare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sulla vita del pianeta. E prevenirli.