Nonostante discreti segnali economici, la fiducia nell’area Euro è calata nel terzo trimestre del 2013: colpa del timore indotto nei consumatori da terrorismo, guerre e fenomeni globali incontrollabili (foto © Getty Images)

Il tempo delle fiabe è finito. Il velo di Maya di schopenhaueriana memoria è caduto, svelando le illusioni alimentate da tempo da governi e classi dirigenti nazionali. Questo – stando all’interpretazione che ne danno alcuni esperti e studiosi di fama mondiale – è la convinzione alla base dello scetticismo persistente nei consumatori europei, evidenziato da una recente rilevazione GfK. Altro che impennate della domanda e commerci rinvigoriti: dalla ricerca emerge che l’indice di fiducia degli acquirenti per l’area Euro ha subito una contrazione da 13,1 a 12,3 punti nel periodo compreso tra giugno e settembre. E proprio in un momento in cui sul fronte economico abbiamo attraversato, invece, una fase positiva: quasi tutti i Paesi Ue hanno evidenziato segnali di ripresa, con i tassi sulla disoccupazione che hanno riportato, per lo più, una riduzione nella maggior parte nelle nazioni del Vecchio Continente.

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OTTOBRE HA FATTO SEGNARE

UN RECORD DI 500 MILIARDI DI DOLLARI

INVESTITI IN ACQUISIZIONI E FUSIONI AZIENDALI

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C’è di più: secondo gli ultimi dati di Bloomberg e di Dealogic, ottobre sarebbe stato un mese record sul fronte delle fusioni e delle acquisizioni aziendali, che hanno sfiorato i 500 miliardi di dollari. Valori che non si vedevano da almeno dodici anni. Un buon indicatore di mobilità del mercato – hanno commentato i guru dell’economia – uno, molto meno positivo, sulle prospettive globali: con i soldi che hanno in cassa, le società possono scommettere nell’incremento del proprio business oppure cercare di espandersi attraverso meccanismi di merger & acquisition. Se scelgono queste ultime, soprattutto in un momento come questo in cui le quotazioni di Borsa sono ai massimi, è perché non si aspettano grandi ritorni dalla crescita organica. Quali ragioni, dunque, sottendono la scarsa propensione a investire e ad acquistare, non sempre in linea con i “segni più” dei giri d’affari in ciascun Paese? Secondo gli stessi analisti di GfK, potrebbe essere imputabile non solo a diversi aspetti prettamente nazionali, ma anche a fattori psicologici generali e situazioni altamente critiche, quali la guerra in Siria, gli attacchi terroristici che hanno colpito nei mesi scorsi Francia e Germania, l’esito del referendum sulla Brexit (anche se, come sottolineano gli esperti, le sue concrete implicazioni e l’impatto della stessa sugli atteggiamenti di consumo degli inglesi saranno valutabili con certezza solo tra un paio d’anni). E ancora, l’ondata dei migranti nel Mediterraneo, l’ascesa dei movimenti politici di estrema destra alle elezioni o nei sondaggi e, naturalmente, l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, in attesa dell’inauguration day – il giorno in cui s’insedierà alla Casa Bianca – il 20 gennaio 2017.

Economia-della-paura

Presunte cause ed effetti deleteri della società della paura: dall’alto a sinistra, in senso orario, la vittoria di Trump alle elezioni Usa, l’attentato al Bataclan di Parigi, la campagna vittoriosa per la Brexit, l’assembramento dei migranti bloccati a Calais dalla polizia di frontiera e il massiccio afflusso di profughi siriani in Europa

MOSTRI SOTTO IL LETTO
Ora più che mai, insomma, il clima generale a livello internazionale sembra dominato da incertezza, smarrimento, senso di precarietà. Se il sociologo Zygmunt Bauman ha definito tali tratti tipici della Modernità liquida , per citare il titolo di uno dei suoi testi più letti e conosciuti del 2011 (Laterza, 2016, versione aggiornata), il premio Nobel per le Scienze economiche 2008 – per anni docente della prestigiosa Università di Princeton e, nell’ultimo biennio, Distinguished Professor, Ph.D. program Economics/ Distinguished Scholar, Lis Center presso il Graduate Center della Cuny (City University of New York) – ha parlato di The Fear Economy , ovvero “economia della paura”: nel suo omonimo testo pubblicato a fine dicembre 2013 sulle colonne del New York Times , l’autore ha spiegato gli effetti strutturali e durevoli della vulnerabilità che ha scosso l’America, estendendosi poi al resto del pianeta. L’analista statunitense è stato decisamente lungimirante quando, non senza qualche nota sarcastica, ha preso in giro la “Confidence Fairy”, la “Fata della Fiducia”. Sempre in base al suo ragionamento, si tratterebbe di una «favola ingannevole e crudele», raccontata da premier e classi dirigenti, secondo la quale le politiche di liberalizzazione dei mercati – del lavoro, dei capitali, delle merci – adottate nel Vecchio Continente avrebbero “magicamente” riportato ottimismo presso investitori e consumatori, a prescindere dal ciclo economico contingente. «L’Europa», ha scritto poco tempo fa il saggista, «sta diventando il continente dove i tempi felici sono sempre dietro l’angolo». Nel frattempo, però, se i “big spender” dei mercati e i cittadini non credono più in quella che, ai loro occhi, è ormai diventata una chimera, con inevitabili ripercussioni su investimenti e acquisti in caduta libera, tutti i campi – non solo la finanza, ma anche la politica, i mass media, la società civile – continuano a farsi dominare e a guidare dal sentimento di paura. Una base su cui – ha sostenuto l’economista Paul Krugman – è stata imposta l’austerity, da lui ritenuta una «cura medioevale» dagli esiti fallimentari, che sfrutta l’istintiva preoccupazione popolare circa l’aumento del debito pubblico portando all’attuale impasse.

L'intervista 

"CONVIVERE CON IL RISCHIO"


Carlo Lottieri - Istituto Bruno Leoni

LA CREAZIONE SOCIALE DEL RISCHIO
«Attori potenti, sconosciuti, introvabili e incontrollabili, dotati di strategie e strutture mobili e flessibili, in grado di usare tecnologie familiari e modernissime, ma provenienti da qualche sconosciuta periferia del mondo, ispirati a modelli arcaici che non riusciamo a comprendere, popolano scenari di mattanza fin troppo simili a quelli che la fiction aveva tante volte descritto. (…) Si spezza ogni diaframma tra fiction e realtà: paure esorcizzate prendono corpo, e l’impatto psicologico è tremendo». Lo ho fatto notare la professoressa Graziella Priulla in Raccontar guai. Che cosa ci minaccia, che cosa ci preoccupa (Rubbettino, 2005) riferendosi a quelli che possono essere considerati, come ha affermato l’autrice, «il nemico pubblico numero uno» per quanto riguarda “l’economia della paura”, dal momento che, oltre alla distruzione fisica, alla perdita di vite umane e alla creazione di un clima di sfiducia, mirano a causare danni permanenti nei sistemi capitalisti che vanno a colpire.

Per l’Istituto per l’economia e la pace, un’équipe di esperti internazionali che ogni anno elaborano l’Indice di terrorismo globale, il reddito mondiale sarebbe più elevato di almeno il 30% in assenza di conflitti. Il rafforzamento delle misure di sicurezza e del settore della difesa militare, infatti, sottrae parecchie risorse a welfare e a comparti più produttivi e finisce per incidere negativamente sul movimento di merci e persone: nelle aree occidentali vengono spesso ridimensionati – se non interrotti – scambi commerciali e rapporti politici con quei Paesi ritenuti vicini culturalmente, geograficamente o religiosamente con le organizzazioni terroristiche ritenute responsabili degli attacchi sferrati ai cuori economici e culturali del territorio. Come ha fatto osservare, ancora una volta, Paul Krugman, indagare le conseguenze economiche di un simile scenario costituisce un’ulteriore sfida per quanto riguarda l’elaborazione di una stima attendibile dei costi sostenuti dagli individui per controllare la paura (relativamente ai cambiamenti nella routine e negli stili di vita). Perché, nonostante ci sia la tendenza da parte di coloro che vivono nelle zone maggiormente colpite dai kamikaze a investire meno per modificare le proprie abitudini, in generale la variabile “fear” si presenta complessa ed estremamente soggettiva, per cui è difficile prevederne l’impatto effettivo sui mercati azionari o sul consumo. Da tempo, insomma, stiamo assistendo a quella che il sociologo tedesco UlrichBeck, scomparso nel gennaio 2015, aveva definito, già nel lontano 1986, «la produzione sociale del rischio»: «Ci troviamo nel mezzo di uno sviluppo in cui l’attesa dell’inaspettato, l’attesa dei rischi possibili – individuali e collettivi – domina sempre più la scena della nostra vita. È il fenomeno nuovo che diventa un fattore di stress per le istituzioni nel diritto, nell’economia, nel sistema politico e anche nella vita quotidiana delle famiglie». E, negli ultimi anni della sua attività, Beck ha evidenziato un “clash of risk cultures”, ovvero uno “scontro fra diverse culture del rischio”, che spaziano dalle catastrofi naturali ai disastri nucleari, dallo sbarco di clandestini sulle nostre coste al crollo dei mercati azionari fino ai pericoli informatici, secondo spirali che si autoalimentano e sfuggono a ogni controllo. Tutti aspetti che – scriveva ancora in Un mondo a rischio (Einaudi, 2002) – rivelano «una discrepanza», condizione di perenne contrasto in cui vive una “risk society” come la nostra.

L'inquietante andamento del Vix 

Lo chiamano “l’Indice della paura”: si tratta del Vix, che indica la volatilità dell’indice S&P 500 di Wall Street attraverso le opzioni: indica la “violenza” dello spostamento dei prezzi che i mercati si attendono per il prossimo futuro. Più il Vix è alto, maggiore è la paura di un repentino sbalzo della Borsa. Pertanto, se l’indice sale, si assiste a discese in picchiata. Come riportato da Il Sole 24 Ore, l’economista Stefano Fugazzi del portale di analisi e informazione Abc Economics ha esaminato il suo comportamento e ha notato, per esempio, che nei cinque giorni precedenti le stragi di Parigi del novembre 2015, dell’attentato a Charlie Hebdo , delle bombe a Londra del 2005, delle esplosioni sui treni di Madrid del 2004 e dell’attacco alle Torri Gemelle, l’indice Vix, ha segnalato, ogni volta, un notevole aumento della tensione sui mercati.

I VERI NEMICI
È quindi indubbio che si sia generato e sia stato amplificato da politica e mass media un clima generale d’angoscia sociale, che rischia di provocare un precipitoso ritorno al passato per quanto riguarda gli scambi internazionali e la libera di circolazione dei beni, dei servizi e delle persone. Recintarsi a casa propria, alzare ponti levatoi e chiudere le frontiere, diffidare di chi è diverso, pretendere e proporre protezioni sono tutti comportamenti che alla lunga generano povertà, creano tensioni, riducono gli spazi di libertà e, di fatto, non fanno che nuocere sia al mercato sia alla democrazia. Come uscire, pertanto, da questo stato di paralisi e di stallo, in preda all’angoscia e alle incertezze? Krugman lo ha ribadito più volte: «Ci sono molti passi che possiamo fare per porre fine a questa condizione collettiva, ma il più importante è rimettere i posti di lavoro nell’agenda dei governi». In che modo? Innanzitutto promuovendo una politica fiscale che premi la produttività e miri a incrementarla, delineando un nuovo orizzonte di fiducia di famiglie e imprese.

In una delle ultime edizioni del Festival dell’Economia di Trento, inoltre, dal dibattito tra esperti quali TitoBoeri, presidente dell’Inps, e InnocenzoCipolletta, alla guida del Fondo italiano d’investimento Sgr e presidente dell’Università degli Studi trentina, è stato sottolineato che una delle “exit strategy” principali resta quella della conoscenza, dal momento che la paura è sempre figlia dell’ignoranza. E raggiungere una più approfondita consapevolezza dei meccanismi di funzionamento della nostra epoca che l’ha generata e alimentata rappresenta, di per sé, un valido antidoto.

In questo modo, accanto a parametri quali l’indice della paura e del terrorismo globale, si andrebbe a spostare l’asse focale verso altre unità come, per esempio, lo Human Development Index (Hdi, indice dello sviluppo umano), ideato dal docente di HarvardAmartyaSen, uno dei più autorevoli economisti viventi. Si tratta, infatti, di una misura più significativa e completa del tradizionale pil per valutare e incrementare la ricchezza di un Paese (nell’Hdi, per esempio, è inclusa anche l’istruzione, che non viene considerata, invece, nel prodotto interno lordo).