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Parlando all’ultimo forum economico mondia­le di Davos, il 24 gennaio scorso, Angela Me­rkel è stata categorica, almeno in apparenza. «In Europa, serve un patto per la competiti­vità e la crescita», ha detto il cancelliere te­desco, facendo intendere chiaramente una cosa: le poli­tiche di rigore nei bilanci pubblici, imposte a tutti i Paesi dell’area Euro, da sole non bastano di certo per traghetta­re il Vecchio Continente al di fuori della crisi. Ci vogliono anche misure incisive per lo sviluppo economico, in modo da far marciare nuovamente il Pil dell’Eurozona a ritmi so­stenuti. In realtà, per risolvere la crisi europea, ci vorrebbe ben altro che un piano per la crescita, concertato a fatica dai governanti di 27 Paesi diversi. Bisognerebbe cambiare l’architettura dell’Ue (o almeno quella dell’Unione mone­taria), creando finalmente un’area economica fortemente integrata, che va dal Mare del Nord fino al Mediterraneo. Dopo aver scelto una moneta comune, i Paesi europei do­vrebbero dunque accelerare il processo di unificazione politica e fiscale (ammesso che sia mai partito realmente).
C’è bisogno, insomma, di una sola autorità che coordini la politica economica di tutti, di un sistema di tassazione co­mune e di un bilancio accentrato per mettere in atto un piano di sviluppo su scala continentale. È questo, in sinte­si, il mix di fattori che porterebbe alla nascita di una nuova Europa, veramente unita, coesa, solidale e immune dagli attacchi speculativi che si sono visti negli anni scorsi, sui mercati finanziari internazionali. Peccato, però, che la stra­da sia tutta in salita. A parte i problemi legati all’integra­zione politica, molti ostacoli si frappongono soprattutto sul cammino dell’unificazione fiscale: un processo che molti statisti dicono di volere, senza però spiegare bene come. Nella primavera del 2012, i leader del Vecchio Continente hanno firmato il Fiscal compact, un patto di bilancio con cui si sono dati delle regole ben precise sulle politiche del­la finanza pubblica, come l’obbligo a mantenere il deficit strutturale sotto lo 0,5 o l’1% del Pil e l’impegno a portare il debito di tutti gli stati al 60% del prodotto interno lor­do, nell’arco di 20 anni. I Paesi che non rispetteranno que­ste “promesse”, subiranno delle sanzioni automatiche dalle autorità di Bruxelles, perdendo una fetta della propria so­vranità nella politica economica. Non pochi commenta­tori hanno subito considerato il Fiscal compact come l’ini­zio di un percorso, seppur lungo, che porterà finalmente a una vera unione fiscale in tutta l’Eurozona. È improbabile, però, che questa previsione possa avverarsi facilmente. La pensa così Guido Montani, docente di Politica economica internazionale all’università di Pavia ed esponente storico del Movimento federalista europeo.
Secondo Montani, il Fiscal compact e le regole concertate a Bruxelles nel 2012 «sono soltanto un insieme di norme puramente amministrative, che poco hanno a che fare con una vera unione fiscale, come quelle che esistono nelle grandi nazioni federali di tutto il pianeta, dagli Stati Uni­ti all’Australia, passando per il Brasile (si veda approfondimento a questo link, ndr )». In tutti questi Paesi, il processo di unifica­zione fiscale si basa infatti su tre pilastri fondamentali: una cessione di sovranità da parte dei singoli Stati, un corposo bilancio gestito dal governo centrale e, non da ultimo, un meccanismo di solidarietà che consente all’unione federa­le di restare coesa, senza disgregarsi. Di questi fattori, per adesso, in Europa non si vede neppure l’ombra. Innanzitut­to, come ricorda Montani, le dimensioni del bilancio Ue sono a dir poco microsco­piche e corrispondono ad appena l’1% del Pil continentale, di cui meno della metà viene speso per lo sviluppo economico. Il resto è destinato infatti ai fondi strutturali all’agricoltura e, in piccola parte, al necessario mantenimento delle burocrazie politico-ammini­strative di Bruxelles. Se si guarda invece alla situazione del Brasile, degli Stati Uniti o dell Australia, dove i governi centrali incassano spesso oltre il 50% delle entrate tributa­rie, sembra dunque di stare su un altro pianeta.
Inoltre, in Europa mancano anche dei solidi meccanismi di solidarietà. Nelle grandi nazioni federali, come gli Usa e il Brasile, in più di un’occasione i governi si sono impegna­ti a tappare le falle apertesi nei bilanci di qualche Stato in difficoltà, seppur nell’ambito di regole predeterminate. Su questo fronte, invece, l’architettura dell’Ue appare ancora fragile. Certo, rispetto agli anni scorsi qualcosa è cambia­to: tra il 2011 e il 2012 i leader dell’Eurozona hanno creato l’Esm (il Meccanismo europeo di stabilità, che ha sostitui­to il Fondo Salva-Stati). Si tratta di un serbatoio di risor­se, con una dotazione di 650 miliardi di euro, che rappresenta una sorta di “salvagente” contro un eventuale crack finanziario di qualche nazione di Eurolandia.
Purtroppo, però, la nascita dell’Esm è frutto di un lungo travaglio, contrassegnato da forti resistenze da parte del­le nazioni del Nord come l’Olanda o la Finlandia e soprat­tutto la Germania (che mantiene un potere di veto nel­le decisioni dell’Esm e può bloccarle in qualsiasi momen­to). Con questi meccanismi di solidarietà assai blandi (che hanno lasciato un Paese come la Grecia scivolare sull’or­lo del baratro), le basi per costruire una vera unione fisca­le mancano quasi del tutto. L’Europa resta dunque un con­tinente che viaggia a due o tre velocità, con politiche eco­nomiche discordanti, un mercato del lavoro frammentato, una scarsa mobilità della manodopera, diversi tassi di di­soccupazione, differenti livelli di produttività e una pressione fiscale disomogenea, che sfiora il 50% in alcuni Pae­si, Italia compresa, ed è inferiore al 30% in altre nazioni. Alla fine, insomma, nel processo di convergenza europea concordato con il Fiscal compact, rischia di esserci soltan­to una cosa: il rigore nei conti pubblici. Che certo non regala molto sprint all’economia dei Paesi più vulnerabi­li come quelli dell’area mediterranea. «In linea di principio, l’aver stabilito delle regole di bi­lancio comuni è un fatto positivo», dice ancora Montani, «ma, da sole, queste norme sono insufficienti e rischia­no di trasformarsi in un’anatra zoppa».
Dello stesso parere è anche Tommaso Monacelli, professore di Economia alla Bocconi, che ha svolto attività di consulenza e ricerca an­che per la Banca centrale europea (Bce) e per il Fondo mo­netario internazionale. «Purtroppo», dice, «non credo che l’Europa si sia incamminata con decisione sulla strada giu­sta per creare uno spazio economico realmente integrato». Anzi, dopo l’intervento salvifico della Bce (che, nell’esta­te scorsa, ha messo in piedi un piano anti-spread per l’ac­quisto dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà e rassicurato i mercati finanziari) le autorità politiche del Vecchio con­tinente sembrano aver rallentato di nuovo il processo di convergenza politica e fiscale. «Il guaio è», aggiunge Mo­nacelli, «che gli Stati europei e i loro governanti non ac­cettano l’idea di perdere una quota crescente della propria sovranità per delegarla a Bruxelles».
Le ragioni di queste resistenze, a detta del professore, han­no una molteplice natura: ci sono i virtuosi Paesi del Nord, come per esempio la Germania, che non vogliono delega­re i propri poteri perché temono di dover pagare, di tasca propria, i debiti accumulati dalle nazioni “cicala” del Me­diterraneo, come la Grecia o l’Italia, in cui la spesa pubbli­ca è cresciuta come un fiume in piena nell’ultimo decen­nio, mentre l’evasione fiscale si mantiene ben più alta del­la media continentale. Dal canto loro, però, i Paesi del Sud si sentono umiliati, covano un sentimento anti-europeo perché la moneta unica impedisce loro di fare delle svalutazioni competitive delle divise nazionali, mentre il rigo­re di bilancio imposto da Berlino rende inattuabile qual­siasi politica economica autonoma e anti-ciclica, per inne­scare la ripresa facendo leva proprio sulla spesa pubblica. Non sarà facile, dunque, superare questo contrasto d’inte­ressi che rischia di avvitarsi in un circolo vizioso.
Infine, secondo Monacelli, la mancanza di una unione fi­scale e di una vera cabina di regia a Bruxelles impedisce all’Europa di fare ciò che hanno fatto gli Stati Uniti dal biennio 2007-2008 in poi. Oltreoceano, le misure anti-cri­si sono state infatti regolarmente concordate dalla politi­ca, cioè dall’amministrazione di Washington, con la ban­ca centrale americana, la Federal reserve di Ben Bernanke.
Al di qua dell’Atlantico, invece, le uniche misure effica­ci per arginare la crisi economica e finanziaria sono sta­te finora soltanto quelle prese dalla Bce presieduta da Ma­rio Draghi, il quale si muove però entro i rigidi paletti del suo mandato (che consiste, principalmente, nel preservare la stabilità monetaria dell’Unione). Le misure più incisive dovrebbero essere introdotte invece dalle autorità di Bru­xelles che tuttavia, senza una vera unione fiscale, hanno le mani legate. E così, le politiche economiche del Vecchio continente sono ancora il frutto di estenuanti trattative tra le diplomazie di ben 27 Stati diversi che, non di rado, hanno difficoltà a mettersi d’accordo. Con il trascorrere del tempo, però, è difficile che Draghi riesca a fare tutto da solo. Non a caso, il presidente della Bce ha più volte sotto­lineato che le sue misure anti-spread sono soltanto una so­luzione tampone, capace di dare un po’ di respiro all’Euro­pa intera, in attesa che vengano approvate riforme struttu­rali delle istituzioni comunitarie. Queste riforme, tuttavia, per adesso rimangono ancora un miraggio.

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