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Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha sollecitato il governo sulla necessità di «soldi veri» per la sopravvivenza di molte aziende italiane. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti li ha posti al centro del piano per la crescita approvato in Consiglio dei ministri, che dovrà essere presentato all’Europa il mese prossimo. Mai come oggi gli incentivi alle imprese sono stati il fulcro del dibattito imprese-governo, che li vedono se non come l’unico, come uno degli strumenti indispensabili per riagganciare la ripresa e far crescere l’Italia più dello striminzito 1,1% del 2010.
Eppure di «soldi veri» alle aziende ne sono arrivati, nel 2009 mai come prima. Sono cambiati, è vero, i canali e le modalità con i quali sono stati erogati perché fossero più immediati e incisivi nonostante la scarsità di fondi a disposizione e, dettaglio non meno importante, per rispettare le direttive europee che vedono, in linea con l’articolo 87 del Trattato della Comunità, gli aiuti di Stato generalmente incompatibili con il principio della libera concorrenza nel mercato comune, salvo alcune eccezioni come quelli a sostegno delle piccole e medie imprese, di ricerca e sviluppo, della difesa dell’ambiente, dell’occupazione e della formazione e, di volta in volta, quelli approvati dalla Commissione per ciascuno Stato membro. Il cambiamento più importante riguarda la diminuzione delle risorse destinate a essere erogate alle imprese a fondo perduto e l’aumento delle misure ritenute meno “invadenti” perché prevedono la restituzione delle risorse elargite. Largo allora alle diverse forme di garanzia, al prestito agevolato, al prestito partecipativo o anche agli strumenti tipici del venture capital. Accettabili ma solo fino a un certo punto i cosiddetti sgravi fiscali, “colpevoli” di violare un altro principio caro all’Ue, quello della selettività degli aiuti.

Da rivedere anche il modo di guardare ai dati
Se il sistema degli aiuti è in trasformazione per capirci davvero qualcosa bisognerà quindi stare al passo con i tempi e cambiare anche il modo di guardare ai dati che lo riguardano. Prendiamo per esempio il rapporto 2010 della Direzione generale per l’incentivazione delle attività imprenditoriali del ministero dello Sviluppo economico: dai dati sull’andamento delle agevolazioni/finanziamenti erogati dal 2004 al 2009 (complessivamente circa 30 miliardi di euro tra i fondi statali e quelli di origine europea gestiti dall’Italia) emerge una diminuzione delle erogazioni connesse agli interventi nazionali, che rappresentano circa il 65% del totale (18,6 miliardi), associata a un leggero incremento di quelli regionali, passati dai 1749,95 milioni del 2007 ai 2278,44 del 2009. Nel complesso risulta un calo progressivo di risorse dal 2004 al 2007, seguito da un incremento significativo nel 2008 e una sostanziale stabilità nel 2009. Questi sono i soldi spesi dalle varie amministrazioni pubbliche per gli aiuti alle imprese, ma quello che veramente conta sono i finanziamenti effettivamente arrivati sui conti delle aziende, cioè i soldi messi davvero in circolo nel sistema produttivo. Ebbene: in questo caso la fotografia è completamente diversa. Questi dati raccontano di fondi in aumento già dal 2007 con un’impennata a partire dall’anno successivo fino a raggiungere nel 2009 la cifra record di 9,5 miliardi di euro. Facendo un confronto con la situazione del 2004 questo significa un +23% nel 2008 e addirittura un +49% nel 2009. Ma come si spiega che alle aziende siano arrivati più soldi rispetto a quelli erogati dallo Stato? Per chiarire questo punto bisogna fare un passo indietro e rispondere prima a un’altra domanda: quali canali hanno sostituito l’ormai vecchia strada del fondo perduto?

Il boom del Fondo centrale di garanzia
In linea con le caratteristiche del sistema italiano, tradizionalmente poco propenso nei confronti del mercato del capitale di rischio, perché basato sulle piccole e medie imprese e su un sistema bancario abbastanza rigido nel rapporto fiduciario tra l’istituto di credito e le aziende, a farla da padrone è stato il Fondo di garanzia per le Pmi. La decisione del governo di rafforzare la dotazione finanziaria del Fondo sembra essere piaciuta alle imprese e alle banche, tanto che il ricorso a questo strumento è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni: le 24.599 operazioni raggiunte nel 2009 sono diventate ben 50.076 nel 2010 facendo passare il volume dei finanziamenti da 4,8 miliardi a 9,1. È l’utilizzo di questo strumento a permettere l’aumento dei fondi ricevuti dalle aziende riducendo, o comunque senza incrementare, le erogazioni delle pubbliche amministrazioni. In questo modo, infatti, lo Stato si “limita” a garantire alle banche che interverrà per coprire eventuali imprese insolventi e, a fronte di questa garanzia, gli istituti di credito concedono alle Pmi un gran numero di prestiti, che portano sui conti delle aziende importanti quantità di quei famosi «soldi veri» di cui hanno bisogno. Il tutto a un costo minimo per lo Stato, visto che sono pochissimi i casi che richiedono effettivamente il suo intervento per ripagare alle banche i prestiti concessi a imprese insolventi. Ne risulta quindi un considerevole volume di finanziamenti ricevuti dalle aziende a fronte di una minima erogazione pubblica, visto che questi finanziamenti sono in realtà concessi dalle banche.

Vantaggi e svantaggi per le imprese
E in futuro la tendenza sarà sempre più quella di abbandonare agli aiuti a fondo perduto a favore di strumenti come il Fondo centrale di garanzia. La sfida sarà di trasformare questi interventi, finora utilizzati come misure anticicliche, in un’ottica prociclica, prevedendo, per esempio, prestiti basati sul fondo di garanzia più a lungo termine. Certo, l’ormai “vecchio modello” del fondo perduto è più favorevole alle imprese, visto che non prevede la necessità di restituire le somme ricevute, ma aveva il suo limite nella farraginosità dei termini attuativi, che richiedevano un progetto molto ben dettagliato e l’erogazione degli aiuti nel corso degli anni. Un meccanismo scoraggiante con il difetto fondamentale di non tenere conto del fattore tempo. Al contrario, con un’erogazione minima, la garanzia statale sui finanziamenti si è rivelata efficace nel fornire rapidamente liquidità alle imprese in un momento di stasi del sistema creditizio.

L’allarmante situazione del Mezzogiorno
Quello dell’effettivo arrivo sui conti delle aziende dei finanziamenti è alla fine il nodo cruciale, soprattutto per quanto concerne i fondi strutturali che giungono dall’Europa, visto che l’Unione la vede così: se i soldi non si usano si perdono. Quello che preoccupa sono quindi le difficoltà di pianificazione e di spesa delle regioni del Mezzogiorno che emergono quando si va a vedere la distribuzione degli incentivi concessi “per area e livelli di governo”. A prima vista ci si trova di fronte a una situazione di parità quasi assoluta tra Nord e Sud: 43% al primo, 44% al secondo e un 13% delle risorse per progetti senza un’indicazione geografica precisa o inerenti il settore militare, che la Ue permette di non notificare.
A ben guardare però se al Centro-Nord i fondi sono abbastanza equamente suddivisi tra livello nazionale e regionale, nel Mezzogiorno 18,9 miliardi provengono da progetti nazionali e appena 5 miliardi e 91 milioni da progetti regionali. Significa che le amministrazioni del Sud non riescono a utilizzare i fondi cui avrebbero diritto e, per mantenere elevato il livello dei finanziamenti alle proprie imprese, si devono affidare a progetti gestiti a livello nazionale o quanto meno a convenzioni firmate tra Stato e Regioni. Del resto è recente l’allarme lanciato dal monitoraggio Uil sulla programmazione e la spesa dei fondi strutturali europei: a fine 2010 le regioni del Mezzogiorno avrebbero utilizzato solo l’8.2% delle risorse comunitarie messe a disposizione per il periodo 2007-2013. Su una dotazione di 47 miliardi di euro per l’area si sono infatti spesi effettivamente appena 3,9 miliardi, mentre gli impegni su progetti operativi valgono 7,8 miliardi di euro (il 16,6% del totale). E dire che l’obiettivo intermedio fissato dall’Ue per il 2010 era l’impegno di almeno 26,6 miliardi. In forte ritardo sarebbero soprattutto la Sicilia, ferma al 5,3% delle risorse a disposizione, e la Campania, addirittura al 3,6%.

GARANZIA PUBBLICA, COS’È E COSA FARE PER OTTENERLA
l Fondo centrale di garanzia è pensato per sostenere lo sviluppo delle Pmi italiane attraverso una garanzia pubblica a fronte di finanziamenti concessi dalle banche. L’impresa che ha bisogno di un finanziamento non deve far altro che chiedere di acquisire la garanzia del Fondo all’istituto di credito, che provvederà a inoltrare la richiesta al gestore. In questo modo per la banca il prestito risulta a rischio zero, visto che in caso di insolvenza dell’impresa viene risarcita dal Fondo Centrale di Garanzia o, in caso di eventuale esaurimento delle risorse dello stesso, direttamente dallo Stato. D’altra parte l’impresa, pur senza ricevere un contributo a fondo perduto in denaro, ha la possibilità di ottenere finanziamenti senza garanzie aggiuntive, e quindi senza costi di fidejussioni o polizze assicurative, sugli importi garantiti dal fondo, che interviene fino al 60% del finanziamento richiesto (in alcuni casi anche fino all’80%), fino a un massimo di 1,5 milioni di euro, cifra che potrebbe essere innalzata a breve a 2,5 milioni. Per altre informazioni www.fondidigaranzia.it.