Un'immagine del quartiere di El Vadado a L'Avana (Cuba) © iStockPhoto.com/Brigida Soriano

Una delegazione composta da oltre 60 aziende, una decina di associazioni industriali di categoria e cinque istituti bancari è atterrata a L’Avana all’inizio dello scorso luglio. A guidarla Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo economico con delega all’internazionalizzazione. L’avvio del processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti ha reso l’isola caraibica un mercato sempre più attraente agli occhi degli investitori occidentali, sino a oggi frenati, nelle relazioni con il Paese guidato da Raul Castro, dall’embargo imposto dal governo americano. «L’interesse del sistema imprenditoriale italiano nei confronti di Cuba e della sua economia vive una fase di grande fervore», conferma Nicola Cecchi, presidente della Camera di commercio italo cubana.
Lo scorso anno è stata approvata la riforma alla Ley de Inversión Extranjera , che ha aperto di fatto le porte ai capitali esteri. Pensando agli investitori internazionali, il governo ha avviato il progetto della zona speciale di sviluppo Mariel, tuttora in fase di realizzazione, un’area portuale situata a una sessantina di chilometri da L’Avana che beneficia di una serie di agevolazioni fiscali aggiuntive rispetto a quanto previsto dal regime tributario ordinario. «Castro ha inoltre annunciato nuovi progetti di sviluppo nel settore delle infrastrutture e dell’agricoltura», aggiunge Cecchi. «Buone prospettive si aprono ora, dunque, per le nostre aziende attive nella meccanica agricola e della trasformazione alimentare, nelle energie rinnovabili, nel settore edile, nel biomedicale e, naturalmente, del turismo». Della delegazione italiana facevano parte, tra gli altri, Enel Green Power, il colosso delle costruzioni Astaldi, la Federazione nazionale costruttori macchine per l’agricoltura, Moby e organismi del mondo cooperativo.
Secondo Sace, la società pubblica guidata da Alessandro Castellano che offre servizi assicurativo-finanziari per le imprese italiane esportatrici, il potenziale di guadagno per le aziende italiane, se il processo di riforme sarà portato avanti secondo le tappe definite, è di 220 milioni di euro di nuovo export tra il 2015 e il 2019. Nel 2013 il giro d’affari delle imprese tricolori a Cuba ha sfiorato i 270 milioni di euro, per poi calare nel corso del 2014 (macchinari, apparecchiature industriali e prodotti chimici sono le principali voci del nostro export). L’opportunità, per il sistema imprenditoriale del Belpaese, è di quelle da non lasciarsi sfuggire. E infatti l’Ice, l’agenzia pubblica per lo sviluppo all’estero delle imprese italiana, ha già annunciato che entro la fine dell’anno aprirà un ufficio a L’Avana.

 

RITORNO A TEHERAN
Contratti ancora più ricchi si prospettano in un altro Stato al centro delle cronache internazionali. L’accordo sul nucleare raggiunto a luglio dal gruppo dei “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia + Germania) con l’Iran, apre difatti nuove prospettive di business per le aziende italiane. Se il processo di revoca delle sanzioni contro l’Iran andrà in porto come previsto, «i benefici economici per l’Italia si potrebbero vedere già nel breve periodo», commenta Pier Luigi d’Agata, segretario generale della Camera di commercio e industria italo iraniana, un ente che negli ultimi anni ha aiutato tante piccole e medie imprese a mantenere vivi i rapporti economici con Teheran. Le esportazioni potrebbero, infatti, tornare nel giro di un paio di anni ai livelli record del 2008, quando superarono i 2,1 miliardi di euro (nel 2014 il loro valore è stato pari a 1,15 miliardi), anche perché «l’Iran è un Paese molto ricettivo allo sviluppo di business con le imprese italiane». Ed è tra l’altro, dopo la Turchia, il nostro partner più importante del Medio Oriente in termini commerciali.

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MECCANICA, TURISMO
TRASPORTI E OIL & GAS
SONO I SETTORI
PIÙ PROMETTENTI

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Ora potranno rientrare nel Paese le grandi imprese, sino a ora impossibilitate a farlo a causa delle sanzioni. Le pmi, compreso quel centinaio di realtà già oggi attive, avranno più facilità a operare grazie alla rimozione delle sanzioni. Grandi opportunità si presenteranno subito alle società tricolori della filiera dell’Oil & Gas: l’Iran è il quarto Paese al mondo per riserve di greggio e il secondo per il gas, e in prospettiva avrà sempre più bisogno della nuova tecnologia per la lavorazione domestica del petrolio. La repubblica presieduta da Hassan Rouhani è popolata da circa 80 milioni di persone, in larga maggioranza giovani. Uno Stato da ricostruire e ammodernare. Il parco automobilistico circolante è molto vecchio, così come d’altronde la flotta aerea civile e la rete ferroviaria. Anche gli armamenti di cui dispone l’esercito risalgono a parecchi anni fa. Gli altri comparti che dovrebbero garantire maggior opportunità di business alle nostre aziende sono l’immobiliare e l’arredamento, accessori compresi, così come i macchinari per la lavorazione di marmo e granito, materie prime di cui l’Iran è molto ricco. Nonostante l’Italia sia rimasta tra i principali partner commerciali dell’Iran nel periodo delle sanzioni, la concorrenza di Cina, India, Russia e Brasile, ovvero di quelle economie che hanno rafforzato la loro presenza nel Paese negli ultimi anni, sarà ora difficile da scalfire: riguadagnare le quote di mercato perse non sarà dunque facile.

MOSCA AL NASO
Nell’attuale contesto internazionale, le nostre autorità di governo e il sistema imprenditoriale non possono permettersi di perdere occasioni di business come quelle che si profilano a Cuba e in Iran. Anche perché la politica internazionale non offre solo opportunità. Dal 2011 al 2013 l’Italia ha perso circa 16 miliardi di euro di export a causa delle crisi che hanno interessato i cosiddetti Paesi della Primavera araba. Nel biennio 2014-2015 il nostro export ha lasciato sul campo, dopo la decisione da parte di Stati Uniti e Unione Europea di adottare un regime sanzionatorio nei confronti della Russia per lo scoppio della crisi ucraina, tra gli 1,8 e i 3 miliardi di euro. Le nostre esportazioni a Mosca hanno subito lo scorso anno un decremento di oltre il 10% in termini di valore. Quest’anno il bilancio sarà ancora più negativo: nel computo non bisogna, infatti, considerare solo l’impatto del regime sanzionatorio, ma anche la recessione in cui è piombata l’economia locale. Nei primi cinque mesi dell’anno le esportazioni italiane sono così calate del 30%, un trend che dovrebbe migliorare nel corso del 2015, ma non di molto.
«In uno scenario globale sempre più ad alto rischio come quello attuale, le imprese che vogliono internazionalizzare il proprio business, dovrebbero cercare di diversificare i mercati di riferimento e affiancare alla geografia dei rischi una geografia delle opportunità», commenta Alessandro Terzulli, capo economista di Sace. «Per l’Italia l’export “perso” potrebbe essere completamente recuperato nel periodo 2014-2016, orientando parte delle vendite estere su una rosa di Paesi che hanno un buon merito creditizio e presentano tassi di crescita consistenti. Sono realtà che già oggi rappresentano il 13% del nostro export e che potrebbero superare il 20% alla fine del prossimo triennio». Secondo Sace, l’80% di tale recupero potrebbe essere garantito da una maggiore penetrazione di Paesi già presidiati stabilmente dalle imprese italiane, mentre solo il 20% sarebbe assicurato da aree geografiche “nuove” o ancora poco esplorate. «Solo la Polonia e la Cina, due economie floride e con una classe media in crescita, potrebbero rappresentare circa il 50% del recupero potenziale di export, pari a 19 miliardi di euro. India e Turchia un altro 23%, mentre l’Algeria potrebbe offrire all’Italia 5,5 miliardi di euro di export aggiuntivo».
Anche in Russia, in fondo, la presenza italiana è consolidata: qui operano circa 400 imprese e otto gruppi bancari. Una volta risolta la crisi, le nostre imprese saranno dunque pronte a sfruttare la ripresa e, in particolare, gli ingenti investimenti programmati nel settore Oil & Gas e minerario, e nelle infrastrutture per l’ammodernamento della rete stradale e ferroviaria. La globalizzazione e l’emergere di nuove potenze economiche, intanto, hanno costretto le aziende italiane a operare in mercati più a rischio. «I processi di internazionalizzazione sono diventati più complessi, le aziende devono attrezzarsi bene prima di affrontarli, dal punto di vista finanziario, delle coperture assicurative, sotto il profilo manageriale. È sempre importante redigere piani di sviluppo che tengano in considerazione anche i possibili rischi. L’export è un’opportunità che va pensata bene e sul medio-lungo termine», sottolinea Terzulli. L’export italiano, in ogni modo non se la passa male: ha chiuso il 2014 con un giro d’affari di 397 miliardi di euro, in crescita del 2% rispetto a un 2013 di stallo. L’Europa rimane il nostro principale mercato, con una quota export che supera abbondantemente il 50%. Germania e Francia si confermano i principali Paesi di sbocco delle esportazioni tricolori, con share superiori rispettivamente al 12 e al 10%, davanti agli Stati Uniti, terzo in classifica.
Negli ultimi 15-20 anni, nelle posizioni alte della classifica sono entrate nazioni un tempo assenti, come Russia, Cina, Polonia, Emirati Arabi Uniti e Turchia, solo per citarne alcuni.

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CON LE SANZIONI INDIA,
BRASILE, RUSSIA E CINA
HANNO EROSO QUOTE
DI MERCATO CHE SARANNO
DIFFICILI DA RICONQUISTARE

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NUOVI AMICI
In Italia, a oggi sono circa 210 mila le imprese che vivono anche di export. Di queste però ben 70 mila sono solo esportatori occasionali. L’export rimane ancora un’opportunità colta soprattutto da realtà di medie e grandi dimensioni. Riguarda difatti il 54% delle aziende con più di 250 lavoratori, il 49% di quelle con 50-249 addetti e solo il 29% per le imprese con 10-49 dipendenti (contro il 47% della Germania e il 48% della Spagna). La provenienza territoriale è poi concentrata nelle regioni centro-settentrionali (88%): solo la Lombardia vale quasi il 18% del nostro export. Il settore dove l’Italia eccelle è la meccanica strumentale, che rappresenta il 20% del totale. La competitività delle nostre aziende è poi spiccata nei settori del made in Italy di qualità: tessile e abbigliamento, pelle e calzature, gioielleria e oreficeria, e l’arredamento (seppure in anni difficili). «Il comparto che, però, secondo noi ha i margini di crescita più alti è l’agroalimentare: vale oggi l’8,5% dell’export tricolore con un giro d’affari di oltre 34 miliardi di euro e ha prospettive solide», spiega Terzulli.
Dopo lo stallo del 2013, tante nostre imprese possono quindi contare di nuovo sul traino dei mercati stranieri. Anche perché la ripresa è ormai consolidata in diverse aree del pianeta, nonostante il commercio internazionale non sia più quello del periodo precedente alla bancarotta della Lehman Brothers, quando il tasso di crescita era superiore al 7% annuo. Le potenzialità oltretutto non mancano: il contributo dell’export alla crescita cumulata del pil italiano è stato, nel periodo 2000-2014, pari al 42%. Per la Germania la percentuale arriva all’85%, per i Paesi Bassi addirittura al 118%. «Secondo le nostre previsioni», conclude Terzulli, «le esportazioni italiane di beni aumenteranno quest’anno del 3,9%, con un tasso dunque doppio rispetto alla percentuale del 2014». Nei primi cinque mesi dell’anno, tra l’altro, la performance è stata addirittura migliore, con un trend positivo del 4,1%.

Parola d’ordine diversificare
Sace ha messo a punto una serie di nuovi strumenti per permettere alle imprese italiane di conoscere la domanda dei mercati stranieri: la nuova Export Map e l’Export Opportunity Index. Quest’ultimo, in particolare, è il nuovo parametro pensato per valutare i mercati stranieri sui quali puntare. Il punteggio assegnato a ciascun Paese varia da 0 a 100 ed è calcolato in base al valore dei beni esportati, alla crescita nel periodo 2011-2018, al livello di concentrazione dell’import e all’attuale quota di mercato.
Sono 39 i mercati che hanno superato i 65 punti: un insieme diversificato di sbocchi che già rappresentano il 73% del nostro business Oltreconfine. Quel che emerge dall’analisi è poi che, alle destinazioni note del nostro export (come Regno Unito e Germania), si affiancano ai vertici del ranking Paesi come Arabia Saudita (prima), Emirati Arabi (terzi) e Qatar. Realtà molto interessate, dunque, ai prodotti del made in Italy, dalla moda al tessile sino alla gioielleria, dalla meccanica alla logistica e ai trasporti, dall’edilizia alle infrastrutture. Belgio, Algeria, Corea del Sud, Australia e Paesi Bassi completano la top ten.