Elisabetta Marafioti

Elisabetta Marafioti

«Agli imprenditori e ai manager italiani suggerisco di muoversi con molto realismo, prendendo atto che sui mercati emergenti ci sono grandi opportunità di crescita, ma anche qualche rischio da non sottovalutare». È il consiglio che arriva da Elisabetta Marafioti, docente alla Scuola di direzione aziendale (Sda) dell’Università Bocconi di Milano, che da anni si occupa di strategie d’internazionalizzazione del made in Italy.

Sui mercati emergenti, insomma, le aziende italiane possono commettere anche molti errori?
Direi di sì, almeno quando non si avvicinano a questi Paesi in maniera strutturata e con strategie ben definite. Non va dimenticato che le nazioni emergenti sono ancora una grande opportunità per l’export nazionale, ma non sono neppure l’Eldorado, dove è facilissimo per tutti piazzare i propri prodotti e fare una montagna di soldi.

Eppure, il made in Italy mantiene grande fascino in tutti e cinque i continenti. Non è così?
Certamente sì. È molto apprezzato nei settori dove le aziende del nostro Paese sono capaci di esprimere l’eccellenza. Prima fra tutti la meccanica, che fa sempre da apripista, ma pure la moda e il lusso. Ci sono molte opportunità anche per il comparto agroalimentare che, nelle aree geografiche più lontane, soffre tuttavia della presenza di barriere culturali e legislative che non vanno trascurate.

Perché, in sostanza, occorre muoversi con prudenza?
Direi sostanzialmente per due ragioni. Innanzitutto, va tenuto presente che le nostre imprese non devono per forza guardare lontano per trovare delle opportunità di business. Ci sono infatti dei mercati più vicini a noi, come quelli dell’Europa dell’Est, la Turchia o il Medio Oriente che non sono ancora adeguatamente presidiati dal made in Italy e che tutt’oggi rappresentano una risorsa importante per l’export nazionale. Poi, non vanno sottovalutati altri rischi.

Quali?
Parecchie nazioni emergenti stanno attraversando una fase di forte sviluppo economico ma, nello stesso tempo, presentano ancora molte criticità legate alle incertezze nel quadro politico, a sistemi giuridici inefficienti, alla carenza di infrastrutture oltre che alla corruzione e alla burocrazia, che si accompagnano a una certa difficoltà nel far rispettare i contenuti dei contratti.

Dunque?
Le aziende italiane devono evitare l’errore di trattare tutti questi mercati alla stessa maniera. Si prenda, per esempio, il caso dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina, ndr ): è una sigla che aggrega realtà molto diverse fra loro, per le quali occorrerebbe invece un approccio differenziato. Oggi, infatti, è difficile trovare aziende che sono riuscite a insediarsi in tutti i Bric con uguale successo, mentre la specializzazione di mercato si è rivelata una scelta vincente: chi è forte in Cina, per esempio, non è altrettanto competitivo in Russia, e viceversa.

Perché?
Perché questi quattro Paesi hanno delle dimensioni e delle caratteristiche che richiedono investimenti assai cospicui. Inoltre, i Bric si stanno popolando di imprese locali che oggi rappresentano dei temibili concorrenti per chi arriva dall’estero. Per puntare sulla Russia, sull’India, sulla Cina o sul Brasile, insomma, è necessario uno stanziamento di risorse che non è alla portata di tutti.

A certi mercati emergenti, quindi, si può anche rinunciare....
Ripeto: una piccola e media impresa non deve per forza esportare i propri prodotti a migliaia di chilometri di distanza, se ciò significa rinunciare ad altre opportunità più vicine. Piuttosto, bisognerebbe riflettere su come il sistema-Paese può dare supporto all’espansione internazionale del made in Italy, imparando dagli errori commessi in passato. Nonostante alcuni fattori critici, oggi le nazioni emergenti rappresentano il 60% della popolazione mondiale e il 45% del Pil di tutto il globo. Sono una realtà che, bene o male, non può assolutamente essere ignorata.

ARTICOLO PRINCIPALE - Export, i nuovi Eldorado