Il Ferrari Trentodoc della famiglia Lunelli è un'eccellenza che conquista anche le tavole... presidenziali © foto via Twitter

Non raggiungono i 100 milioni di ricavi, ma vantano risultati impensabili per una media o grande azienda in termini di redditività. Non hanno debiti, anzi godono di una discreta liquidità. Ma soprattutto registrano utili operativi del 20% medio. Sono le cento aziende del Nord-Est su cui la finanza dovrebbe scommettere appena scattata Deal Advisory che, per conto del Centro studi di VeneziePost (con il sostegno di Adacta), ha stilato la classifica dei cento top performer - selezionati su 2.500 bilanci - con una crescita di almeno il 6% per ciascuno degli ultimi cinque anni. In tutto parliamo di un complesso da 16 mila dipendenti che registrato 5 miliardi di ricavi (con uno di utile) e 750 milioni di liquidità.

Sono i leoni che hanno combattuto e vinto la crisi con i valori classici dell'imprenditoria del Nord-Est, mentre i concorrenti spesso cadevano sotto il peso della contrazione dei consumi e del credit crunch. C'è qualche nome noto, ma spesso si tratta di aziende specializzate. Si può partire da una tazzina di caffè - Hausbrandt (68,5 milioni di fatturato 2015, quasi 16 di utili operativi) o Pellini (rispettivamente 66 e 9,5 milioni) - o da un bicchiere di vino - Amarone della Masi Agricola (60 milioni di ricavi, 16,8 di Ebit) o Ferrari dei fratelli Lunelli (56 e 14 milioni). per arrivare a eccellenze delle calzature (Scarpa), stampa (Uteco, leader mondiale) o della cosmetica (Pettenon Cosmetics, 54 milioni di fatturato e 20% di redditività).

«Questa è gente che si sveglia ogni mattina e ogni mattina pensa a come migliorare quello che fa. Crescono e guadagnano a quei ritmi, in genere senza debiti e semmai con parecchi liquidi in cassa, perché puntano all’eccellenza qualitativa, hanno strutture iperflessibili, sono velocissime nell’adattarsi ai mercati», dice a L'Economia Caterina Della Torre, senior financial analist di Deal Advisori e autrice del report, «Merito anche delle dimensioni, certo. E del fatto che tutto si decide in famiglia: solo pochissimi — Masi Agricola, per esempio — hanno aperto le porte del capitale a fondi d’investimento. In nome della crescita potrebbero forse farlo altri. Purché gli aspiranti soci (rigorosamente di minoranza) rispettino almeno tre condizioni. Primo, abbiano buone scorte di pazienza: i titolari delle società in questione non hanno bisogno di aiuto, vincerne la naturale circospezione (eufemismo) sarà già un’impresa in sé. Secondo, non appartengano alla categoria dei mordi&fuggi: se nessuno dei suddetti titolari vuole vendere, meno ancora rischierà di snaturare l’azienda. Terzo, sostituiscano il verbo «comandare» con «supportare»: lì, a crescere, hanno imparato da soli, e da soli pensano di continuare. Per i venture capitalist il problema è che possono tranquillamente permettersi di farlo».