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Si dice che “siamo quello che mangiamo” e basta guardarsi intorno per accorgersi che nel piatto non c’è più solo cibo, ma anche molta tecnologia. Quello tra alimentazione e innovazione è ormai un connubio inevitabile. Da una parte bisogna rispondere alla necessità di sfamare una popolazione mondiale che nel 2050 avrà superato quota 9 miliardi di individui, dall’altra le nostre abitudini stanno cambiando rapidamente perché siamo sempre più social, connessi e consapevoli. Servono risposte concrete e il foodtech è pronto a darle.
Non sorprende, quindi, che Research and Markets preveda un futuro molto roseo per le start up in questo settore, che varrà ben 250,43 miliardi di dollari entro il 2022. Una opportunità anche per il nostro Paese, visto che l’Italia in fatto di cibo ha indubbi vantaggi competitivi. «Le aziende dell’agroalimentare hanno l’innovazione nel loro dna», dice a Business People Peter Kruger, Ceo di Startupbootcamp Foodtech, il primo programma al mondo di accelerazione globale e indipendente nel campo: «Non è vero che le aziende italiane non innovano, siamo uno dei Paesi più avanzati, davanti a noi c’è solo la Germania per numero di brevetti registrati. Il problema del nostro paese piuttosto è che non c’è alcun aiuto dal sistema».

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BISOGNA RISPONDERE

ALLA NECESSITÀ DI SFAMARE

SEMPRE PIÙ PERSONE

E DI ASSECONDARE

LE NUOVE ABITUDINI DI CONSUMO

DETTATE DAI SOCIAL

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Eppure l’Italia riesce a essere estremamente attrattiva, almeno a giudicare dai numeri delle application fatte registrare dal programma finanziario con sede a Roma. «Abbiamo generato un interesse molto forte visto che hanno inviato le loro proposte ben 452 start up provenienti da 56 Paesi, il 28% di queste sono italiane», precisa ancora Kruger. Le opportunità per migliorare e far crescere questo settore sono molte e il foodtech è destinato a diventare velocemente uno dei mercati più caldi per gli investitori anche nella Penisola, dove l’eccellenza della produzione in ambito agroalimentare è un asset riconosciuto. D’altra parte, l’ammontare degli investimenti fatti dai fondi di venture capital nel foodtech è in piena espansione, con 5,7 miliardi di dollari spesi nel 2015 e una crescita annua del +152% rispetto al 2014. «Il food rappresenta il più gran de mercato di consumo al mondo», ha detto PaoloCuccia, presidente di GamberoRosso, principale advisor di Startupbootcamp, «grazie a costi sempre più ridotti, le nuove tecnologie stanno imprimendo una trasformazione radicale nei modelli tradizionali di produzione, processo, tracciamento, sicurezza, marketing, commercializzazione, trasporto, consegna, certificazione, monitoraggio e riciclo. Le innovazioni emergenti nei settori del software, intelligenza artificiale, ecommerce, big data, Internet of Things, blockchain, realtà virtuale/realtà aumentata, wearable, droni, stampanti 3D e robotica stanno entrando nel mercato trasformando radicalmente il modo in cui le aziende operano».

PRODUZIONI INNOVATIVE
Il cibo rimane l’elemento centrale e quasi sempre è un prodotto della terra, naturale, ma la tecnologia ormai svolge un ruolo fondamentale per migliorare qualità e abbondanza dei raccolti. Algoritmi, ultrasuoni, robot e droni sono tutti ausili che promettono di cambiare l’agricoltura anche alle nostre latitudini. Per esempio, il Consorzio Volontario per la Tutela della Doc Colli Euganei ha messo a punto un sofisticato algoritmo che consente di fare previsioni sulla vendemmia e regolare la coltura in base agli obiettivi da raggiungere. Il modello matematico mette insieme una serie di indicatori che influiscono sulla maturazione dell’uva, dalle condizioni meteo alle condizioni del terreno, fino agli aspetti endogeni come i materiali d’impianto del vitigno. Per aumentare le capacità produttive e la qualità dei raccolti, stanno entrando in gioco anche gli ultrasuoni. Sono diverse le aziende italiane che stanno sperimentando questa tecnica per la spremitura dell’olio che permette di aumentare la quantità del succo, riducendo tempi e utilizzo di macchinari. Il progetto Ultra Dop – Olive Oil, realizzato in collaborazione con Riccardo Amirante, docente del Politecnico di Bari, e finanziato dalla Regione Molise, sembra decisamente promettente. Un aiuto ai contadini moderni arriva perfino dal cielo con l’utilizzo dei droni per l’agricoltura di precisione. Anche in questo caso non mancano le start up tricolori che stanno portando avanti progetti innovativi come l’Agrodron di Udine, che usa una flotta di quadricotteri per combattere ad esempio le infestazioni di piralide, uno dei parassiti più aggressivi presenti in Italia.

I numeri 

250
miliardi di dollari varrà il settore del foodtech nel 2022

5,7
miliardi di dollari di venture capital investiti nel settore nel 2015

452
le candidature a Startupbootcamp Foodtech

56
i Paesi di provenienza delle candidate a Startupbootcamp

8,1
miliardi di euro vale lo spreco alimentare nel nostro Paese

SOCIAL EATING
Uno dei trend più interessanti nel foodtech è quello che unisce l’esperienza del convivio a tavola con la tecnologia. Il modello di business rientra a pieno titolo nel filone della sharing economy, ma in questo caso si parla di “social eating”. L’idea è quella di andare a cena a casa di qualcuno che per l’occasione si trasforma in un ristoratore domestico. «Le persone hanno sempre più voglia di vivere esperienze diverse e sedersi a tavola di uno sconosciuto, insieme ad altri utenti che non si conoscono, può trasformarsi in una bella avventura», dice Gianluca Ranno, fondatore di Gnammo, la più grande community italiana di social eating. «Il nostro compito è quello di far incontrare chef casalinghi con potenziali clienti, favorendo l’organizzazione delle loro cene utilizzando una piattaforma social online». La società di Ranno si sta allargando a nuovi formati. Non solo cene casalinghe, ma un “food hub” con appuntamenti dedicati ai turisti, ai brand ed eventi che entrano anche nei ristoranti. La formula piace molto se si pensa che, solo nel 2014 (ultimo dato rilevato), il volume d’affari in Italia è stato di 7,2 milioni di euro. A frenare questa ascesa potrebbe essere il disegno di legge di prossima discussione in Parlamento che pone limitazioni significative a questo genere di attività, in controtendenza con le indicazioni dell’Unione Europea.
Ma c’è chi come Fanceat è già pronta a cambiare il paradigma: portare la cena degli chef a casa delle persone. La start up torinese, gestita da un gruppo di soci con meno di 25 anni, ha elaborato una piattaforma che consegna a casa dell’utente un kit di ingredienti con foto e video ricette, per ricreare tre piatti gourmet in meno di 30 minuti. Si tratta di preparazioni speciali come cotture a bassa temperatura, salse e creme che vengono realizzate dal ristorante, consentendo di risparmiare tempo e ottenere risultati perfetti come se a casa fosse venuto un cuoco.

CONTRO LO SPRECO
Insomma, un settore in fermento che punta a cambiare le regole del gioco e migliorare la qualità della vita. Il fenomeno dell’home restaurant è già una forma concreta contro lo spreco alimentare, ma sono tante le declinazioni che vanno in questa direzione. Last Minute Sotto Casa, app e piattaforma Web che consente ai commerciati di mettere in vendita a prezzi ribassati tutta la merce vicina alla scadenza prima che venga buttata. Si tratta di un vero e proprio “portale anti spreco”, che già permette di salvare oltre 2,5 tonnellate di cibo al mese in tutta Italia. La start up, nata nell’incubatore del Politenico di Torino, conta oltre 50 mila utenti e i numeri sono in costante aumento. D’altra parte solo nel nostro Paese il valore annuale dello spreco alimentare è di 8,1 miliardi di euro, quindi ognuno di noi spreca mediamente 146 kg di cibo all’anno. È stata probabilmente questa la molla che ha dato il via al progetto di quattro ricercatrici pugliesi che hanno fondato la BioInnoTech. Sono partite da poco grazie a un finanziamento di 100 mila euro messo a disposizione dalla Camera di Commercio di Bari, ma hanno le idee chiare: creare una bioraffineria che possa valorizzare gli scarti alimentari dandogli nuova vita. Il team sta lavorando a un sistema innovativo di filtrazione e fermentazione del siero del latte capace di recuperare proteine che possono poi essere utilizzate per produrre microrganismi utili per i mangimi animali e la produzione di pane e birra. Ma la lotta allo spreco passa anche da altre angolature, come la proposta di reBox, azienda specializzata nella realizzazione di uno speciale contenitore per il cibo chiamato reFood. L’obiettivo è quello di diffondere la cultura di recuperare il cibo avanzato al ristorante e di portarselo a casa, usando però una “doggy bag” riciclabile, che può essere conservata in frigo e messa nel microonde.

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BIG DATA E IOT DARANNO

UN’ULTERIORE SPINTA IN FUTURO

PERCHÉ TRACCIABILITÀ

E RICONOSCIBILITÀ SONO ESSENZIALI

PER LE NUOVE FRONTIERE DEL FOOD

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PIATTI CONSAPEVOLI
Riciclare e risparmiare sono ormai attitudini irrinunciabili, ma necessitano ancora di sforzi culturali perché vengano diffusi in modo radicale nella nostra società. Il modello di riferimento è quello più generico del “mangiare consapevole”, ovvero conoscere il cibo, la sua provenienza, le modalità di conservazione, le possibilità di approvvigionamento sostenibili, la preparazione intelligente di piatti. Per ognuna di queste declinazioni esistono una o più start up pronte a cambiare i vecchi paradigmi. L’Alveare che dice sì, per esempio, ripropone in Italia un modello di successo proveniente dalla Francia, quello della filiera corta tra produttori e consumatori. Si ordina sul sito la merce solo di produttori locali e poi una volta alla settima la si va a ritirare in un punto di raccolta cittadino. Qualcosa di simile fa Kalulu, un vero e proprio social network del cibo che conta già 30 mila utenti e 200 produttori locali. Ma uno dei punti essenziali del mangiar bene è la conoscenza. Anche qui non mancano interessanti progetti come Edo, un’app sviluppata in Italia che spiega cosa c’è davvero nel cibo che compriamo a scaffale. Grazie a un database di informazioni che cresce giorno dopo giorno, basta inquadrare il codice Qr del prodotto che si intende acquistare per sapere cosa c’è davvero nella confezione. Edo fornisce anche uno specifico indice di qualità calcolato sulla base dei valori nutrizionali e degli ingredienti, considerando la presenza di additivi e informa il consumatore dei pro e contro sulla base delle specifiche esigenze individuali. Big data e IoT daranno a questo comparto un’ulteriore spinta, perché la tracciabilità e riconoscibilità del cibo è un elemento essenziale per la nuova frontiera del food.