Un vigneto sei pendii dell'Etna © iStockPhoto.com/VvoeVale

È tempo di scalate eroiche e di traslochi in alta quota per i prodotti tipici: vino, olio, grano, patate, e zafferano, tutti – o quasi – con le valigie in mano. Perché il Mediterraneo, accaldato come non mai, vede alcuni suoi gioielli del territorio pianeggiante e collinare emigrare verso pendii montani, alla ricerca di un microclima sostenibile per la sopravvivenza delle coltivazioni. E a volte nella fuga in salita si scoprono veri e propri tesori del gusto.
Dimenticate per un momento le dolci colline toscane e quelle delle Langhe: all’orizzonte, sui contrafforti alpini, vedrete spuntare vitigni a bacca rossa che crescono fino a 800 metri, mentre le uve bianche si arrampicano oltre i mille per poi lanciarsi in spumantizzazioni in cima alle vette, a oltre 2 mila metri d’altitudine. Al posto del mare verde di ulivi bagnati dal sole della Puglia, le piante simbolo della civiltà mediterranea prendono casa in provincia di Sondrio, in Piemonte, nella zona dell’eporediese, in Friuli Venezia Giulia, attorno al Lago di Garda, sull’Appennino Ligure e in Trentino Alto Adige. E poi c’è lo zafferano che si abbarbica sulle terrazze di altura in Lombardia, mentre i pomodori riempiono le serre della Pianura Padana; il grano scala i monti abruzzesi e le patate imboccano i sentieri calabresi della Sila o quelli della val di Susa. In Sicilia capita questo e il suo contrario: i vitigni fuggono il solleone tra i pendii dell’Etna e delle Madonie, mentre in pianura arrivano i tropici con banane e avocadi pronti alla coltivazione. Lo scenario, per fortuna nostra e della biodiversità della Penisola, riguarda quasi esclusivamente una nicchia di eccellenze, dove agricoltori innovatori amano sperimentare colture ad alta quota, approfittando del clima favorevole. Ma in futuro il termometro al rialzo potrebbe trasformare definitivamente il paesaggio della nostra tradizione.

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PERSINO IL CAFFÈ

STA ABBANDONANDO

LE TRADIZIONALI LATITUDINI

PER RISALIRE

VERSO IL SETTENTRIONE

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NUOVI TRAGUARDI
In Italia gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi di sempre, con il 2014 che ha fatto registrare temperature da record. Secondo l’ufficio studi di Coldiretti, i vini italiani hanno guadagnato in media un grado alcolico rispetto al passato, modificando così i tempi di vendemmia e per alcune varietà anche le caratteristiche organolettiche. E il peggio è che la calura porta con sé batteri killer sconosciuti alle nostre latitudini. Il centro studi Agroinnova dell’Università di Torino ne ha contati 63, tra cui la Xylella che sta devastando gli antichi uliveti pugliesi. Le colture tradizionali sono a rischio, molti i campi abbandonati e le importazioni a basso costo dall’estero (dal grano alle nocciole) rendono ancora più complessa e meno competitiva l’economia di scala della nostra agricoltura.
L’altra faccia della medaglia è che le colture “impossibili” ad alta quota, come il vino e l’olio di montagna, un tempo imprese eroiche per agricoltori con il pallino dell’innovazione, oggi diventano prodotti di eccellenza ricercatissimi sulle migliori tavole made in Italy. Angelo Garibaldi di Agroinnova studia da tempo l’innesto di colture tipicamente di pianura a 600-800 metri di altitudine, nell’area montana del Biellese. «Qui crescono benissimo patate, orzo, erbe aromatiche e anche altri ortaggi, favoriti dall’innalzamento della temperatura e da un terreno acido che restituisce qualità organolettiche molto interessanti. Il climate change , in un paio di generazioni, cambierà il panorama a cui siamo abituati: gli ulivi spunteranno al settentrione e il vino prospererà in montagna. Il vero problema oggi è che le zone montuose sono poco popolate, e le aziende molto frammentate. Quindi parliamo di prodotti eccellenti e di nicchia, ma non ancora in grado di affrontare economie di scala».

BRINDISI ESTREMI
Non ci sono più le mezze stagioni, dicevano i nostri nonni. Ora lo ribadisce anche la rivista Nature in uno studio approfondito su clima e vino. Perché l’uva è forse il miglior barometro per comprendere l’impatto dell’innalzamento della temperatura sulla catena alimentare. Qualche grado in più, accumulato nel corso degli ultimi anni, ha garantito ottime stagioni per i vini italiani e francesi grazie a un miglior affinamento zuccherino. Tuttavia, secondo lo studio, il riscaldamento globale sta portando ai limiti l’anticipo della vendemmia, verso un punto di non ritorno che metterà a rischio la qualità del prodotto. Secondo gli esperti, molte produzioni saranno costrette a emigrare verso settentrione e quote più alte. Il fenomeno sta coinvolgendo pesantemente la coltivazione del caffè, che comincia a risalire dall’Equatore verso Nord, e presto sarà il turno dei vigneti. Non sorprende quindi che in quello che era il piccolo campionato mondiale dei vini estremi, il Cervim di Aymaville (Val d’Aosta), un tempo una congrega di visionari, si moltiplichino i produttori presenti. Nel 2015 ne sono arrivati più di 700 da tutta Europa, ma con una folta rappresentanza italiana. Dal Pinot Bianco di Montagna nel basso atesino al Sauvignon di Cortaccia e Corona a 900 metri di altitudine, il Terre di Chieti Pecorino o il rosso Carema, un Nebbiolo d’altura piemontese. Una volta c’era l’Eiswein, il vino di ghiaccio, bevanda da accompagnare al dessert che si ottiene da uve vendemmiate tardivamente e pigiate ancora congelate in Canada e in Germania. Oggi è una sfida a chi lo fa più in alto, che l’Italia si gioca in un testa a testa tra la Cave de Monte Blanc e il vino svizzero Heda di Visperterminen.
L’aumento della temperatura non rende la viticoltura montana un gioco da ragazzi. Anzi. Curare la vite in pendii scoscesi, spesso accovacciati sotto i pergolati, dove è un’impresa stare in equilibrio, è ancora un lavoro durissimo. Tuttavia le condizioni di temperatura e di secchezza dell’aria impediscono la proliferazione di malattie crittogamiche e garantiscono poi un terroir eccellente per questi vigneti. Inoltre il clima più rigido consente la coltivazione di viti non innestate (a pié franc) su viti americane resistenti alla filossera, che già una volta, nell’Ottocento, estirpò buona parte dei vini autoctoni europei.

Battaglia tra colossi 

Se il prodotto tipico va in montagna, la grande industria non sta a guardare. Anzi. Il climate change è uno degli acceleratori del risiko dell’agrichimica. Nel giro di un anno i colossi della protezione delle colture hanno ingranato la marcia delle mega fusioni: Bayer ha comprato Monsanto per un’operazione record da 66 miliardi di dollari, ChemChina ha acquisito Syngenta per 43 miliardi e DowChemical e Dupont si sono unite un matrimonio da 153 miliardi di giro d’affari. I cultori dello slow food e della valorizzazione dei territori sono terrorizzati, temendo che in futuro pesticidi e Ogm prevarranno sulle produzione autoctone. L’innalzamento climatico sta ponendo una sfida drammatica per il pianeta. Nel 2050 ci saranno 10 miliardi di persone da sfamare sulla terra. E probabilmente non basterà andare in montagna per servire a tutti pranzo e cena, ma ci sarà bisogno di tecnologia e di aumento della produttività agricola.

OLIO IN ALTEZZA
Anche l’ulivo va in montagna. Se sono riusciti a coltivare ed estrarre olio da questa pianta perfino gli agricoltori dell’isola di Anglesey in Galles, non deve stupire la proliferazione di uliveti in tutto il Nord Italia. In Valtellina, oltre il 46esimo parallelo, sono state piantate 10 mila piante su una superficie di 30 mila metri quadri. E spuntano i frantoi del Nord, tra Como e Lecco, ma anche a Vialfrè, in provincia di Torino. Così nel teatro morenico dell’eporediese, nella culla dell’It italiano che fu l’Olivetti, oggi ci sono migliaia di uliveti. E il bello è che a queste latitudini stanno spuntando prodotti di nicchia, da poche centinaia di bottiglie a massimo un migliaio, ma di eccellenza riconosciuta. E questo perché la minor produzione garantisce un olio più ricco in nutrienti e di antiossidanti, e anche più salubre grazie al clima “estremo” che riduce i rischi di attacchi di mosche olearie. È il caso di Taggialto, l’olio ligure di montagna, monocultivar taggiasco coltivato oltre 500 metri di altitudine che è finito sugli scaffali di Peck a Milano. I produttori si sono resi conto che l’olio che esce dal frantoio è diverso da tutti gli altri, totalmente fuori dal comune. Gli olivicoltori di Perledo e Bellago attorno ai laghi lombardi hanno riscoperto cultivar autoctoni, prelibatezze da abbinare ai formaggi caprini o come condimento di pasta e insalate. A Riva del Garda, in provincia di Trento, proprio sul 46esimo parallelo, nasce l’olio extravergine di origine Casaliva, commercializzato sia in Italia che all’estero. E poi c’è il Tergeste, una Dop prodotta nel carso triestino che nella denominazione di origine si affianca a quelle Garda e aghi Lombardi Sebino e Lario. In Friuli sono 400 gli ettari piantati a uliveto, con una crescita che registra 30 ettari di nuovi impianti ogni anno.

SAPORE DI MARE
Il grano di Solina non è nato ieri. Sull’Appennino abruzzese si coltiva questo cereale sin dal XVI secolo. È un cereale ad alto tenore proteico, adatto per pane e pasta fatti in casa, che può crescere anche oltre i 1.400 metri d’altezza. Ed essendo molto resistente alle intemperie, è uno di quei prodotti che sfida i cambiamenti climatici. Tanto che la sua produzione sta aumentando, mentre il grano di pianura vive la sua crisi più nera, con gli agricoltori alle prese con le importazioni low cost dall’estero e un cambiamento climatico che diminuisce la produttività del terreno. Non è l’unica coltivazione a guardare verso Nord per sopravvivere. I pomodori, per esempio, sono ormai un affare tutto settentrionale. Nel Nord Italia si coltivano oltre 36 mila ettari – quasi il 54% di tutti i terreni dedicati a questa coltura in Italia (67 mila ettari) –, mentre il Sud pesa per il 41 % con 27.778 ettari. Nella Pianura Padana, secondo dati della Coldiretti, si coltiva oggi circa la metà della produzione nazionale di pomodoro destinato a conserva e di grano duro per la pasta, colture tipicamente mediterranee. E a Sud arrivano i sapori dei tropici. A Giarre si coltiva l’avocado e a Palermo le banane. La tavola del climate change è servita. Buon appetito.