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l sistema dei finanziamenti pubblici è complesso. I soli fondi europei si dividono tra quelli legati ai programmi comunitari, assegnati direttamente dalla Commissione, e quelli strutturali, gestiti dagli stati membri, in parte a livello nazionale in parte regionale o provinciale. E il fatto è che a ciascun livello esistono programmi e normative differenti. Senza contare che aspirare ad ottenere questi aiuti non richiede solo la compilazione di un modulo, ma l’elaborazione di un progetto con convincenti possibilità di sostenibilità economica, che risponda a tutte le condizioni poste e venga presentato in maniera corretta. Insomma le variabili in gioco sono molte e di certo la scarsa conoscenza del settore non aiuta le imprese italiane, tanto che il nostro Paese ha alle spalle una lunga storia di sottoutilizzo dei fondi messi a disposizione dall’Ue, fondi che se non vengono sfruttati, purtroppo, si perdono. Ecco perché spesso chi nella sua carriera ha incrociato la realtà comunitaria finisce per decidere di condividere la propria esperienza in veste di consulente, come raccontano Francesco Iervolino, cofondatore di AlmaEuropa, Luisa Lovisolo, che dirige Futura Europa, società di consulenza e formazione specializzata nel rapporto con enti pubblici e associazioni non profit, e Gian Luca Covino, amministratore delegato di Symeco, impegnata sia nell’area dei servizi Ict che in quella della consulenza.
«Sia io sia il mio socio Giuseppe Luca Moliterni», racconta Iervolino, «abbiamo avuto un’esperienza pluriennale a Bruxelles tra le varie istituzioni europee e ci siamo resi conto che, soprattutto nel Sud Italia, dove siamo nati, mancavano figure come la nostra, così abbiamo deciso di portare sul territorio le conoscenze acquisite sia tramite gli studi sia sul campo». Simile la storia di Luisa Lovisolo, il cui cammino è iniziato fin dalla tesi di laurea, incentrata proprio sul mancato utilizzo dei fondi strutturali in Italia.

Dall’idea alla sua realizzazione
Il punto di partenza è lo stesso per tutti: per accedere agli aiuti pubblici l’imprenditore deve arrivare con una buona idea, al resto ci pensano loro. «Chiediamo in primis qual è l’idea progettuale e da lì partiamo nel monitorare le fonti di finanziamento più adeguate, magari anche consigliando al cliente come modificare il progetto per renderlo coerente al programma esistente», spiega Iervolino.
«Il servizio di assistenza che forniamo prevede diverse fasi», aggiunge Gian Luca Covino, «partendo dalla valutazione delle caratteristiche tecniche, economiche e finanziarie del progetto fino alla predisposizione del piano d’impresa e della modulistica da presentare alla rendicontazione delle attività. Quando però ci si trova di fronte a progetti comunitari assume prioritaria rilevanza anche l’esistenza di forme di partenariato tra soggetti residenti in più stati membri dell’Unione». In effetti la richiesta dei finanziamenti comunitari ha delle particolarità tutte sue di cui bisogna tenere conto. «È indispensabile avere un’idea di business che sia, non dico rivoluzionaria, ma innovativa», sottolinea Iervolino. «Poi naturalmente bisogna rientrare nei paletti posti dai bandi e saper scrivere il progetto, utilizzando una terminologia sintetica, precisa ed efficace. Infine c’è una fase che potremmo chiamare di “lobbying” a Bruxelles, bisogna cioè supportare il progetto, farlo conoscere e appoggiare. È una fase delicata, che richiede capacità diplomatiche». Insomma, bisogna capire che quando si parla di programmi europei non si può improvvisare e l’aspetto economico è solo uno dei fattori in gioco.
«Le pubbliche amministrazioni vedono la questione solo da questo punto di vista», osserva Luisa Lovisolo, «invece partecipare ai programmi europei significa partecipare alla costruzione dell’Europa unita, condividerne gli obiettivi, internazionalizzarsi lavorando in collaborazione con enti analoghi che operano in territorio comunitario. Ecco perché sono importanti la costruzione di un buon partenariato, l’elaborazione di proposte innovative e gli aspetti legati allo sviluppo socioeconomico del territorio. Il problema è che fare tutto questo è impegnativo, perciò la tendenza è quella di interessarsi ai programmi di finanziamento europeo solo quando le risorse economiche scarseggiano e non si vedono altre opportunità per ottenerle». Ma quali sono gli ambiti in cui si riscontra maggiore interesse? La cultura sembra essere al primo posto. Per l’esperienza di Iervolino si riscontra curiosità anche per gli incentivi relativi «all’innovazione tecnologica nelle imprese e gli appalti pubblici europei». Mentre la Lovisolo sottolinea l’attenzione per «le politiche sociali e, di recente, anche per le tematiche ambientali».

Quanto mi costi?
Fin qui tutto bene, ma ciò che ovviamente viene da chiedersi è: quanto mi verrà a costare la consulenza? Molto dipende dal progetto, oltre che dalle modalità previste per il pagamento. «La consulenza in questa materia in alcuni casi è remunerata dagli stessi fondi nell’ambito di progetti di una certa importanza, altre volte invece il rapporto è diretto con l’impresa e/o la pubblica amministrazione. In questo contesto è quindi difficile standardizzare i costi», spiega Covino, la cui società ha messo a punto il sistema Vector2 che, tra le altre cose, fornisce un servizio interattivo di assistenza e consulenza personalizzata. «Sicuramente non abbiamo prezzi da standard europei», ci tiene a sottolineare Iervolino. «Molto dipende dall’entità del progetto. Per esempio, per un piccolo programma culturale che non richieda l’istituzione di partenariati con l’estero non chiediamo più di 1.500-2.500 euro, mentre per iniziative più rilevanti, che coinvolgono sei-sette partner internazionali, si può arrivare anche a 8-10 mila». Simile la posizione di Futura Europa: «Diciamo che il minimo da mettere in contro sono 2500-3.000 euro, poi molto dipende dalla complessità del progetto, i costi sono infatti legati anche dalle professionalità che devono entrare in gioco», chiarisce Luisa Lovisolo.

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