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L'intervista - priorità e rischi del nostro Paese

L'intervista - priorità e rischi del nostro Paese Torna a Export Italia non può bastare
Martedì, 30 Luglio 2019

IL PARERE DI CARLO BUTTARONI, PRESIDENTE E DIRETTORE SCIENTIFICO ISTITUTO DI RICERCA TECNÈ ITALIA

Carlo-Buttaroni-Tecnè

Come sta andando il nostro export?
Abbastanza bene, anche se con la crisi ha subito una certa flessione abbiamo margini di recupero. A livello generale, si assiste però a un deterioramento, provocato in parte dalla crescita delle produzioni delle economie emergenti, ma anche dal fatto che la fetta più importante della nostra produzione di eccellenza in questi ultimi anni ha perso competitività. Purtroppo, da noi continua a mancare una politica industriale 

Se ci fosse, quali sarebbero le priorità?
Sono molte. Penso alla questione energetica. Da noi produrre ha un costo energetico molto più alto di altri Paesi. Poi c’è il sistema fiscale, che non è solo pesante ma anche complesso. Poi c’è il mercato del lavoro. Anche qui il problema non è solo il costo ma tutto quello che c’è intorno: la gestione amministrativa, il cuneo fiscale alto, un sistema normativo molto articolato e molto difficile. 

Poi c’è la questione del credito.
Le imprese italiane sono poco capitalizzate e molto sensibili agli andamenti dei cicli economici. L’accesso agli strumenti finanziari è difficile e il sistema del credito raramente è un alleato delle imprese, anche quando vogliono investire e innovare la produzione. Quindi, non avendo capitale proprio né strumenti finanziari, queste tendono a rimanere piccole, a innovare poco e a soffrire degli shock economici. La conseguenza più preoccupante dell’ultima crisi è il crollo degli investimenti e questo è il nostro grande male, perché questi creano l’effetto moltiplicatore per la crescita. 

L’Italia ha puntato molto sull’export. Non è pericoloso dimenticarsi dei consumi interni?
Non si può pensare alla crescita se non si stimola la domanda interna. Il nostro problema non è tanto l’export quanto la domanda aggregata, stagnante. È questo che non ci permette di uscire veramente dalla crisi. Gli investimenti privati continuano a essere molto bassi mentre quelli pubblici – che trainano quelli privati – sono stati tagliati moltissimo. I redditi degli italiani continuano a essere più bassi: più della metà dei lavoratori ha uno stipendio netto sotto i 1.100 euro. Questo è l’aspetto più inquietante del periodo che stiamo vivendo. 

A cosa si riferisce?
La principale sfida che dobbiamo affrontare è l’affacciarsi di un fenomeno completamente nuovo che è il lavoro povero. Dalla rivoluzione industriale in poi, abbiamo assistito a una crescita costante delle condizioni di vita dei lavoratori, perlomeno nelle economie avanzate. Oggi non è più così, la freccia si è invertita. 

Dovremmo parlare delle ricette economiche adottate dalla metà degli anni 70, allora.
Esattamente. La fine di Bretton Woods rappresenta la linea di demarcazione tra un modello economico legato al rapporto tra capitale e lavoro e la nuova economia globale, dove le grandezze sono tre: capitale, lavoro e finanza. Mentre i primi due continuano ad avere nazionalità, la finanza è sovranazionale. Buone politiche economiche attraggono “finanza” che, attraverso gli investimenti, alimenta capitale e lavoro. Questo permette a un Paese di crescere. Cattive politiche, al contrario, trasferiscono ricchezza reale verso il settore finanziario. 

Quali sono i rischi principali per l’Italia?
Nell’immediato, direi il protezionismo Usa, perché, per un Paese come il nostro in cui l’export rappresenta una quota del Pil che supera il 25%, i dazi comportano una perdita di quote importanti di mercato. Nel lungo periodo, però, sono le economie emergenti a rappresentare un problema, perché la quantità di merci che immettono va a saturare i mercati esteri e la relativa domanda verso la produzione del nostro Paese. La good reputation di cui godiamo rischia di non essere sufficiente a compensare la perdita di competitività nel momento in cui i mercati non sono più in grado di assorbire nuove merci, anche se quelli italiani sono di qualità superiore.

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