Contro l’evasione funzionano i pagamenti elettronici? In Corea del Sud sì

In Italia l’evasione fiscale continua a rappresentare un grave problema. Fra gli strumenti proposti per combatterlo c’è anche l’incentivo dei mezzi di pagamento elettronici. Ma si tratta di una misura che potrebbe realmente funzionare? Stando all’esempio della Corea del Sud sì. Fino a pochi anni fa, infatti, anche il Paese asiatico era alle prese con un’emergenza simile alla nostra e le misure deterrenti tentate dal governo e dall’amministrazione fiscale coreana, come l’obbligo di installare registratori di cassa e di rilasciare ricevute e scontrini, erano sempre fallite. Poi nel 1999 è arrivata la svolta, con la decisione dello Stato di introdurre un’agevolazione sui pagamenti con carte di credito e di debito, dando ai cittadini la possibilità di dedurre dal reddito da lavoro una percentuale delle spese pagate con mezzi elettronici. Ebbene, in pochi anni la Corea del Sud è passata da un’economia prevalentemente basata sul contante a una basata sulla moneta elettronica, tanto che oggi vanta uno dei tassi più alti al mondo di pagamenti con moneta elettronica sul Pil. E questo si è tradotto anche in una riduzione dell’economia sommersa e in un incremento netto delle imposte incassate: oggi il gettito fiscale (le maggiori imposte incassate, al netto delle imposte perse per effetto delle detrazioni) è pari 1,3 miliardi di dollari, con un aumento di oltre il 4% delle entrate relative alle imposte sui redditi delle persone fisiche.

Ovviamente non è detto che ciò che funziona in uno Stato possa funzionare anche in un altro. Tuttavia, quanto successo in Corea del Sud suggerisce che anche in Italia le agevolazioni sui pagamenti elettronici potrebbero avere effetti benefici sull’evasione fiscale. Sicuramente però non sarebbero comunque una misura sufficiente: servirebbero anche altri interventi.