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Qual è il modo migliore per far crescere di più l’economia tricolore e i fatturati delle imprese, farle innovare maggiormente e aumentare le loro dimensioni? A rispondere ci prova la Banca d’Italia. Le due possibili strade che mette a confronto in un recente e corposo paper di ricerca intitolato Tax evasion, firm dynamics and growth sono piuttosto diverse, e da diverso tempo anche al centro del dibattito economico-politico, non solo italiano, ma è nel nostro Paese che una delle due (la prima), si rivela più attuale: da un lato una decisa limitazione, fino alla cancellazione, del sommerso, dall’altro una diminuzione delle tasse. La risposta che emerge dallo studio è molto chiara: è meglio combattere il nero, e poi ridurre le imposte in modo graduale man mano che il gettito aumenta, considerando i vincoli del debito del deficit.

Perché? Molto è dovuto alle dimensioni dell’evasione in Italia, su cui le stime del resto variano parecchio. È evidente che stimare l’ampiezza di qualcosa che per sua natura è nascosta non è intrinsecamente cosa facile. Nel 2008, per esempio, il Srm, Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, di Intesa Sanpaolo, stimava una quota di sommerso tra il 16,8% e il 18,5%, tra evasione economica, attività informali e criminali, che poneva l’Italia in testa ai Paesi dell’Europa Occidentale, e dietro solamente a pochi stati dell’Est come Ucraina, Romania, Lituania. Per l’Istat, invece, nel 2012 il sommerso e l’illegale ammontavano a 206,4 miliardi di euro, il 12,9% del pil, in crescita rispetto agli anni precedenti. La stessa Istat, probabilmente con diverse metodologie, parlava per gli anni 2000-2008 di un 18% dell’economia non denunciata, e di un 12% di dipendenti non in regola. Secondo il recente rapporto dell’Eurispes, però, il nero arriverebbe a 540 milioni di euro, circa un terzo del pil, cui ci sarebbero da aggiungere 200 milioni di attività criminali. Un fenomeno di massa che inizia da babysitter, insegnanti di ripetizioni, idraulici e imbianchini, per finire con le piccole aziende.

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DI SOLITO LE AZIENDE

NON COMPETITIVE SCOMPAIONO,

MA CON IL “NERO” SOPRAVVIVONO

DANNEGGIANDO I CONCORRENTI

ONESTI E PIÙ PRODUTTIVI

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Se, dunque, anche istituti di ricerca prestigiosi non riescono a mettersi d’accordo sulle reali dimensioni del fenomeno, su una cosa tutti concordano: tra i Paesi più avanzati l’Italia è quello più colpito, in nessun altro l’economia sommersa è così forte e pervasiva. È anche per questo che la Bankitalia ha voluto indagare le cause del fenomeno e le implicazioni. Da cosa è motivata questa tendenza al nero, e soprattutto cosa comporta? C’è un legame di causa o effetto o di entrambi tra il relativo declino italiano degli ultimi 20 anni e il grado di evasione fiscale? Come potrebbero migliorare le cose se questa venisse eliminata? Sarebbe preferibile un riduzione a zero dell’evasione o una diminuzione delle imposte? O entrambe?

IMPRESE TROPPO PICCOLE E POCO INNOVATIVE
La tesi di fondo della Banca d’Italia è che vi sia un legame a doppio filo tra evasione e dimensioni delle aziende. Secondo alcune ricerche, solo il 3,6% delle aziende entrate nel mercato tra il 2001 e il 2010 sono cresciute dopo tre anni, nonostante comunque una certa resilienza, visto che comunque l’83,6% rimaneva attiva. Attiva, sì, ma piccola: il 63,5% degli occupati lavorava in aziende di meno di 50 dipendenti. E non dobbiamo pensare solo alle imprese, naturalmente, ma anche ai tanti lavoratori autonomi, più del 25% circa in Italia, contro il 9,7% della Francia o l’11,4% della Germania, per esempio.
La polverizzazione della struttura produttiva italiana rende più difficile il controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate o dell’Inps sull’effettivo pagamento di tutte le imposte. Le aziende piccole riescono più facilmente a sfuggire a questi controlli, e di conseguenza a godere di veri e propri vantaggi di costo, che verrebbero a scomparire se l’azienda dovesse crescere, magari innovando. Anzi, finirebbero per trasformarsi in un costo ombra per la regolarizzazione della propria posizione davanti al fisco. Da qui il grande incentivo a rimanere piccole che viene offerto alle aziende in Italia.

Non solo, una spinta forzosa a non ingrandirsi viene anche per le aziende in regola che si ritrovano a dover sostenere la concorrenza sleale di quelle che evadono, e devono diminuire i propri margini. Sull’economia in generale questi meccanismi generano l’effetto di mortificare il grado di innovazione tecnologica e di spingere la competizione, in ogni caso minore, verso il basso, solo a livello di costo. Mentre normalmente le aziende meno competitive tendono a scomparire lasciando spazi di mercato a quelle produttive, in questo sistema tende ad accadere molto meno: le piccole aziende poco innovative, grazie al vantaggio di costo determinato dall’evasione, rimangono in piedi, abbassando il livello generale della qualità dei prodotti e lo stimolo verso nuovi investimenti.
E i risultati si vedono. Da almeno due decenni l’Italia pare avere perso il treno che traina il resto delle economie europee: tra il 1995 e il 2006 la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta solo dello 0,9%, mentre negli anni 2000 fino ai primi anni del decennio degli anni ‘10 si è avuto un ulteriore rallentamento, parliamo di circa un +3% tra 1998 e 2012, contro progressi del 30% negli Stati Uniti, del 25% circa in Giappone, del 20% in Germania. La ridotta spinta all’innovazione si nota anche nel fatto che la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese, secondo via Nazionale, ammonta solo allo 0,5% del pil nel nostro Paese, contro l’1,3% in Francia e l’1,8% negli Usa. In questo modo, come in un circolo vizioso, il maggior numero di imprese così piccole a sua volta produce un aumento dell’evasione e dell’incentivo a rimanere di ridotte dimensioni, tanto che viene da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, ovvero se sia una caratteristica strutturale dell’economia italiana avere aziende minuscole e che poi questo abbia provocato una maggiore evasione, o viceversa se sia proprio l’abitudine a non pagare le tasse a essere anticamente radicata, e la ridotta dimensione delle imprese sia una conseguenza.
Non potrà mai essere appurato con certezza, ma quello che risulta in realtà più interessante, anche per la Banca d’Italia, è osservare cosa succederebbe se in qualche modo si riuscisse ad annullare il fenomeno dell’evasione.

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ABBATTERE IL SOMMERSO

PERMETTEREBBE DI DIMINUIRE

IL CUNEO FISCALE DAL 2% AL 10%

ANNULLANDO GLI EFFETTI

DELL’USO MASSICCIO DEI ROBOT

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ZERO EVASIONE E MENO TASSE
Attraverso complessi modelli econometrici con alla base i meccanismi di funzionamento spesso perversi dell’economia italiana, Via Nazionale ha scoperto che un azzeramento dell’evasione provocherebbe un miglioramento del tasso generale di crescita del pil da una media dello 0,92% (ovvero la crescita degli anni precedenti la crisi) all’1,13%, o all’1,03% se l’evasione fosse “solo” dimezzata.
Questo avverrebbe perché diminuirebbe o scomparirebbe il vantaggio di rimanere piccoli: non si potrebbe più evadere, e alle aziende converrebbe puntare a innovare, ingrandirsi, col risultato che le imprese meno competitive sarebbero spinte fuori dal mercato, lasciando spazio, come in una evoluzione darwiniana, alle più forti e innovative, che avrebbero ora spazi più ampi e ulteriore possibilità di crescita. Certo, ci sarebbero meno new entry sul mercato rispetto a ora, ma queste sarebbero più forti e in grado di reggere la competizione globale, e nel complesso tutta l’economia godrebbe di una crescita maggiore.
Lo stesso modello, infatti, prevede che la percentuale di investimento in innovazione sul pil passerebbe dal 2,6% al 3,5% o al 2,9% (con evasione dimezzata invece che eliminata), il che produrrebbe un aumento medio della crescita delle imprese tra il 9° e l’11° anno del 2,6% (o del 2,1%) in confronto all’attuale 1,6%, e il fatturato (misurato come linee di prodotto) passerebbe da 1,62% a 2,03% (o 1,77%).
Con un calo dell’evasione, poi, si avrebbe un gettito certamente più alto e finalmente si potrebbe esaudire lo slogan “pagare tutti, per pagare meno”, ovvero si potrebbero anche diminuire le tasse (Iva, Irap, imposta sui profitti o sul lavoro non importa). Qui arriverebbe la vera sorpresa: di fatto non si vedrebbero grossi cambiamenti, perché non si potrebbe tagliare più dell’1% del pil. Potendo ridurre maggiormente le imposte questo taglio avrebbe un’efficienza forse anche maggiore di una riduzione dell’evasione, ma con questa stima obbligatoriamente prudenziale di calo delle tasse rimarrebbero i risultati positivi raggiunti con l’eliminazione del sommerso, ma non si andrebbe oltre, se non di decimali, in tutti gli indicatori.
Si prevederebbero anche effetti sul lavoro, e in questo caso non sarebbero molto positivi, perché la ricerca di Palazzo Koch sembra dare ragione ai tanti che temono l’avvento di una disoccupazione tecnologica nel prossimo futuro, a causa della sostituzione del lavoro umano da parte di software o robot, ed effettivamente anche in questa simulazione la maggiore innovazione – favorita dall’abbattimento dell’evasione – renderebbe meno necessari molti lavoratori, con l’effetto di diminuire i salari di un 4% o un 2% (con evasione dimezzata).
In questo caso però la diminuzione delle imposte avrebbe un ruolo decisivo, nel senso che con un calo dell’Irap e ancora di più di quelle sul lavoro (ad esempio il cuneo fiscale), i salari invece potrebbero aumentare, rispettivamente del 2% o del 10%.

E SE SCENDESSERO SOLO LE TASSE?
L’alternativa all’eliminazione dell’evasione, così difficile, potremmo dire quasi impossibile da realizzare, è la sola diminuzione delle tasse, perché minori imposte, questo è il pensiero, ridurrebbero anche l’incentivo all’evasione, e farebbero crescere i salari e l’economia. La ricerca della Banca d’Italia esplora questa strada, confrontando gli esiti dell’eliminazione del sommerso con quelli di una permanenza dell’evasione, ma accompagnata da un calo delle tasse, e tuttavia i risultati appaiono decisamente deludenti, poiché a maggior ragione in questo caso la possibilità di riduzione, date le condizioni dei conti pubblici italiani, è decisamente contenuta. Non si potrebbe in nessun caso andare oltre il punto percentuale sul pil.
In questo caso, infatti, la crescita economica appare sì superiore a quella dell’ipotesi di base, ma veramente di poco. Per esempio, nel caso di una riduzione della tassa sugli utili o dell’Iva, invece che un +0,92%, si avrebbe un +0,94% di crescita, +0,96% con meno Irap, e appena +0,93% con un’azione sulle tasse sul lavoro, mentre nell’ipotesi di eliminazione dell’evasione si andava invece a un +1,13%.
Anche l’innovazione salirebbe molto poco, in percentuale del pil sarebbe maggiore di quello attuale solo con un calo della tassazione sugli utili e dell’Irap, e solamente di uno 0,2%. Inoltre sarebbero minimi i miglioramenti anche nella crescita delle imprese tra il 9° e l’11° anno, che sarebbe più alta solo di uno 0,1 o 0,2%, e allo stesso modo il fatturato medio, in avanzamento di pochissimi centesimi, più che di decimali.
L’unica nota rosea sarebbe l’andamento dei salari, che sarebbe in questo caso sempre neutra o positiva, anche se solo di un 1-3%.
Nel complesso la ricetta della Banca d’Italia sembra chiara nel suggerire che l’unica strada possibile sia quella di procedere in tutti i modi possibili a una seria e drastica riduzione del sommerso e dell’evasione fiscale, dopodiché con il gettito aggiuntivo ottenuto – che raggiungerebbe il 55,1% del pil – sarebbe possibile, contemporaneamente ma gradualmente, diminuire le tasse, in particolare, si capisce, quelle sul lavoro, per poter innalzare anche i redditi dei lavoratori, che altrimenti sarebbero svantaggiati dall’emergere delle aziende più competitive e innovative (e meno bisognose di lavoro) dalla palude della bassa produttività e delle ridotte dimensioni cui la presenza dell’evasione ha ridotto buona parte dell’economia italiana.
Certo, la strategia suggerita non solo solleva dubbi sull’effettiva possibilità di mettere in atto reazioni quasi automatiche in un mercato molto complesso che dipende anche da moltissimi fattori esterni, ma appare anche non facile. Nessuno, infatti, finora è riuscito a scalfire in modo significativo l’evasione fiscale di cui soffriamo. Per molti è un sogno e la sensazione è che ancora per lungo tempo rimarrà tale.