«Un diamante è per sempre», recita l'immortale claim. Ma non più "da" sempre: grazie a Diamond Foundry, la start up finanziata dai big del mondo della tecnologia e non solo, nascono infatti i primi cristalli artificiali. E' il frutto di un lavoro lungo tre anni, quello della Nanosolar di Martin Roscheisen, ex studente di Stanford e compagno di studi di Page-Brin, il duo di Google. La Diamond Foundry ha infatti prodotto il primo diamante in laboratorio riconosciuto e approvato dal Gia, il Gemological Institute of America.

COME UNA PIANTA. Il processo parte con una foglia di cristallo naturale che fa da "seme" per un processo di atomizzazione innescato da un plasma: si crea così uno strato sopra l'altro finché la pietra non è pronta. A quel punto la base viene eliminata e riutilizzata per far ripartire il processo. I minatori 2.0 garantiscono di poter produrre centinaia di diamanti in pochi giorni seppellendo il mercato tradizionale del valore di 120 miliardi di euro. Piacerà ai puristi la pietra in laboratorio, che dovrebbe anche avere un costo persino superiore? Sì, se si riuscirà a far passare il messaggio etico che oppone questo procedimento allo sfuttamento, anche minorile, nelle miniere del terzo mondo.

I FINANZIATORI. Non a caso tra i finanziatori c'è anche Leonardo DiCaprio, a suo tempo protagonista di Blood Diamond, pellicola che raccontava proprio il mondo delle miniere. Con lui ci sono i miliardari del panorama tecnologico che finora hanno donato 100 milioni di dollari al progetto: Evan Williams (Twitter), Jeff Skoll (ex n.1di eBay), Andreas Bechtolsheim (Sun Microsystems) e Andrew McCollum (co-fondatore di Facebook).