«Il Def registra un andamento di crescita graduale dello sviluppo fino all'1,1% per il 2017» del Pil, ha detto il premier Paolo Gentiloni al termine del Cdm che ha spiegato il Def e la manovra approvati. E il deficit si dovrebbe assestare sul 2,1% per il 2017 grazie alla manovra che non è "depressiva" ma contiene misure per il rilancio dell'economia. «Vorrei dissipare ogni dubbio: il governo mantiene tutti gli impegni presi, compresi quelli relativi ai contratti con la pubblica amministrazione», ha assicurato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. «Il paese si trova in una fase di transizione verso una crescita più solida, sostenibile e inclusiva, la stiamo inseguendo: è necessario rafforzare questa fase, capitalizzare la strategia di benefici delle riforme recenti che sta continuando e in cui il Governo è pienamente impegnato».

Eccola quindi la situazione, il governo ha trovato 3,4 miliardi chiesti dall'Ue attraverso «lotta all'evasione e solo in parte taglio della spesa». Fa sorridere il rialzo minimo delle previsioni sul Pil, dal +1% al +1,1%. A questi dati, però, fa da contraltare lo stop per il 2018 e il 2019. L'anno prossimo addirittura si passerà dal +1,3% al +1%. Un dato allarmante, ma evidentemente sottovalutato dall'esecutivo fino alla prossima emergenza. Oggi, infatti, la priorità è sbloccare il turnover - in una Pa tremendamente vecchia - e dare soldi agli statali. Una complessa operazione che alla fine dei rinnovi 2016-2018 punta a dare 85 euro a ogni lavoratore per un costo totale di 2,8 miliardi di euro. Un altro che poco avrà di sostanziale se non si riuscirà a far ripartire il Paese.

GLI ALTRI PROVVEDIMENTI. Le altre misure previste confermano l'attenzione all'oggi e allo stesso tempo la scarsa lungimiranza. Si parte dalle privatizzazioni per lo 0,3% del Pil (5 miliardi), 25 miliardi di euro per le infrastrutture «già pronti per essere allocati, fondi per il terremoto e le zone franche nelle aree colpite. Tra le sorprese, invece, c'è la definizione dei quattro "indicatori delle qualità": reddito medio disponibile, indice di diseguaglianza, tasso di mancata partecipazione al lavoro e emissioni di CO2 e di altri gas clima alteranti. Il governo punta su di essi per la definizione del "benessere equo e sostenibile" (Bes), primo Paese Ue a farlo.