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Bretton Woods
L'ambasciatore polacco firma gli accordi

All’inizio dello scorso anno, quando la crisi finanziaria stava cominciando a produrre i propri effetti più devastanti sulle economie mondiali, a partire da quella americana con il disastro dei mutui subprime, colui che di lì a qualche mese sarebbe diventato per la terza volta nella sua carriera il superministro economico italiano pubblicò un libro, La paura e la speranza , che sarebbe diventato in breve un punto di riferimento per il dibattito politico-economico su quali rimedi sarebbero stati più adeguati per cercare di uscire da quella che a parere di tutti è la più grave crisi finanziaria dai tempi della grande Depressione del 1929.
Tra le proposte presentate nel saggio che ha fatto tanto discutere sia tra i partiti di destra sia quelli di sinistra, emerse l’invito ai governi a varare una “Bretton Woods 2” che definisse nuovi paletti per il sistema economico e finanziario mondiale. Ci si sarebbe dovuti ispirare agli accordi siglati proprio a Bretton Woods, piccola cittadina del New Hampshire, oltre sessant’anni fa. Ma nell’idea di Tremonti la nuova Bretton Woods dovrebbe essere estesa dai cambi valutari alla tutela dell’ambiente, dalle clausole sociali e ambientali al ruolo di controllo sui mercati finanziari e di impulso all’economia che, in modo sempre più forte, i governi, singolarmente o insieme, devono e possono svolgere. Ma cos’è stata realmente Bretton Woods? Quali accordi sono stati siglati? E soprattutto perché quegli accordi non sono più attuabili? Cerchiamo di fare chiarezza.

Il futuro a tavolino
Quindici anni prima, nel 1929, l’America era stata colpita dalla più grave crisi finanziaria della sua giovane storia, con il crollo di Wall Street che portò alla Grande Depressione; negli anni a seguire le conseguenze di quel crollo furono devastanti con industrie e banche che fallirono provocando un drammatico livello di disoccupazione. Sui libri di storia economica si legge che dal primo al 22 luglio del 1944 a Bretton Woods oltre 700 delegati provenienti dai 44 Paesi maggiormente industrializzati e che aderivano all’alleanza contro le dittature si riunirono per porre le basi di un nuovo sistema di politica monetaria internazionale. Ma, elemento da tenere ben a mente e non secondario, nello stesso periodo in cui avvenivano questi incontri e cioè nelle prime tre settimane di luglio del 1944, mentre gli economisti discutevano in questa ridente cittadina americana del futuro economico mondiale, dall’altra parte del pianeta si combatteva la più cruenta guerra che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.

Tra Usa, Uk e Russia
In questo clima gli Usa già si interrogavano su come sarebbe dovuto andare il mondo una volta vinta la guerra. Il fatto è che anche per il conflitto ancora in pieno svolgimento, le uniche nazioni in grado di poter esprimere un’opinione sulla situazione economica erano gli Usa, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica. Tanto è vero che le proposte in campo furono addirittura soltanto due, una americana presentata da Harry White e una inglese azzardata dall’economista John Maynard Keynes. Come era immaginabile, a prevalere fu la proposta dell’economista americano che stabiliva il dollaro Usa come unica valuta di riferimento per gli scambi fissi tra le valute e il cui valore era agganciato all’oro (35 dollari all’oncia). Consideriamo che oltre all’oro anche il petrolio, altra materia prima, si valuta in base al dollaro. In questo modo il biglietto verde diventava di fatto la valuta di riferimento di tutto il mondo. La seconda decisione fu la creazione come istituzioni di controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, alle quali i Paesi che avrebbero aderito dovevano versare una quota in base alle dimensioni della propria economia, per prevenire ulteriori crisi. I governi e gli organi finanziari stranieri che detenevano nelle loro casse notevoli quantità di dollari potevano acquistare oro dalla Federal reserve, la banca centrale americana. Tutti gli altri Paesi furono costretti ad accettare perché da lì a qualche anno tutti, nessuno escluso, avrebbero avuto bisogno degli aiuti americani per la ricostruzione necessaria dopo la fine del conflitto. I detrattori degli accordi potrebbero dire che gli Usa avevano deciso di incassare anticipatamente il dividendo della guerra, o il risarcimento per averla combattuta (e vinta) ponendo loro stessi e la loro moneta al centro del sistema finanziario mondiale. Ma, soprattutto, gli accordi stipulati al Mount Washington hotel permisero agli americani di impoverire il resto del mondo esportando inflazione. Nei documenti, infatti, fecero attenzione al fatto che non fosse stabilita da nessuna parte la quantità di dollari che gli Usa avrebbero potuto legittimamente stampare. Ciò significa che ne vennero stampati in tale quantità da far risollevare i consumi interni e l’economia, ma l’inflazione creata veniva scaricata sui partner commerciali che ricevevano una moneta sempre più debole teoricamente ma che, siccome era agganciata al valore dell’oro, era immutabile nel suo valore pratico.
Questa proposta venne preferita a quella di Keynes, che non prevedeva la costituzione di alcuna autorità sovranazionale, e proponeva che il regolamento tra debiti e crediti tra i vari Paesi avvenisse attraverso una nuova moneta chiamata Bancor. Infatti, evidentemente, l’intenzione americana era quella di creare un’egemonia oltre che politica anche economica a livello mondiale paragonabile a quella dell’Impero romano e del colonialismo britannico. E così è stato fino al 1971 quando Nixon, durante la disastrosa guerra del Vietnam, che stava dissanguando le casse americane, decise unilateralmente che il dollaro non era più convertibile in oro e gli accordi non erano più validi.

Dal 1944 a oggi
Ora: è possibile, oggi, ripetere Bretton Woods? Rispetto al passato gli Stati Uniti non sono più una superpotenza economica in grado di dettare le proprie condizioni come potevano fare 60 anni fa: oggi il debito pubblico americano è di oltre 10 mila miliardi di dollari, pari al 90% del Pil. A questo dato si deve aggiungere che il deficit con l’estero è passato dal 5% degli anni Sessanta all’attuale 50%. Nel resto del mondo nel frattempo le nazioni che avevano giocato per anni un ruolo secondario sono diventate a loro volta delle superpotenze. Come la Cina, che da sola regge in buona parte il deficit americano; la Russia che con la sua produzione di gas è in grado di controllare un intero continente; l’Unione Europea, che nonostante tutto, grazie alla moneta unica, è diventata una concorrente sui mercati monetari internazionali tanto da ambire a introdurre stabilmente l’euro come moneta di riferimento nell’acquisto delle materie prime, petrolio in primis. D’altra parte, proprio la Cina ha chiesto a più riprese che il dollaro venga sostituito dall’euro per gli scambi commerciali. Legato al petrolio e al gas c’è la questione delle fonti alternative, così come sottolineato da Tremonti nel suo libro, che necessitano una maggiore attenzione da parte di tutti i Paesi. Se a questo si aggiunge la necessità di una vera riforma del Fmi e della Banca Mondiale, le due istituzioni che avrebbero dovuto controllare che si evitassero nuove crisi, si capisce perché la proposta di Tremonti è stata accolta da tutti come una possibile soluzione. Lontana, difficile, ma forse l’unica che è necessario imboccare.