Tra svalutazioni pilotate della moneta, sussidi diretti all’economia del proprio paese e standard di qualità più restrittivi per le merci provenienti dall’estero, l’ingegneria del protezionismo sta facendo passi da gigante. Eppure i vecchi e tanto disprezzati dazi vivono, in epoca di revanchismo statalista, una nuova giovinezza: non più e non solo semplici barriere contro il dumping, ma vere e proprie armi da usare alla bisogna nel risiko globale. Si affida ai dazi l’amministrazione di Obama per convincere l’Europa a comprare la carne americana agli ormoni (e farà lo stesso con Pechino per spingerla a ridurre il suo dumping monetario). Li applica il Vecchio Continente contro l’high tech del Far East. Li adopera la stessa Cina per tenere in casa le sue materie prime.
Certo, le cose andrebbero meglio se il mondo applicasse la regola enunciata tre secoli fa da Adam Smith - «Comperiamo le cose da chi le produce al costo più basso e staremo tutti meglio» -, ma la grande crisi, con lo stravolgimento degli equilibri economici e la poca liquidità, ha bloccato l’armonizzazione dei commerci. Infatti dallo scorso ottobre sono stati 89 i nuovi dazi introdotti sia dai Paesi ricchi sia da quelli poveri. Emblematico in quest’ottica il fallimento degli accordi del Doha Round nel luglio 2008 a Ginevra. L’India, a nome dei Paesi in via di sviluppo, provò a imporre una clausola di salvaguardia per poter alzare le tasse sui prodotti agricoli stranieri in caso di aumento delle importazioni. Gli Usa, baluardo delle economie mature, rifiutarono. E tanto è bastato per far saltare una piattaforma condivisa al 99% e che avrebbe avuto come effetto quello di far risparmiare alle imprese di tutto il mondo 130 miliardi di euro l’anno in tasse doganali. Come ha spiegato Giulio Tremonti, «non è che con i dazi risolvi tutto, ma almeno ti permettono di guadagnare un po’ di tempo per affrontare il problema». Infatti per il ministro italiano questo è lo strumento per frenare il mercatismo della Cina.
L’America, l’Unione Europea e il Giappone impongono in media dazi del 4% sui manufatti industriali come sui prodotti agricoli provenienti dall’estero. Tra i Paesi emergenti si sale invece a una media del 10% su tutto uello che viene importato. Più in generale questi balzelli incidono almeno sul 5% del commercio mondiale pari a 500 miliardi di dollari l’anno. Sarà anche vero quello che dice Tremonti, ma è un fatto che il 60% del valore di tutti i dazi imposti nel mondo riguardano le importazioni nei Paesi in via di sviluppo, che proprio con questi soldi riescono a trarre beneficio dall’esplosione del commercio mondiale. Non è un caso che, secondo il World Tariff Profiles 2008, l’area del mondo con i prelievi più alti è l’arretrata Africa.

Il libero scambio
Per abbattere queste barriere non è bastata l’azione del Wto, che ha imposto soglie massime di dazi nei commerci tra i suoi membri. E non è bastata nemmeno la nascita di 400 aree di libero scambio in tutto il mondo. La stessa legge soprannominata “Buy american” del presidente Barack Obama, che vincola l’erogazione di aiuti statali all’impiego di beni e materie prime domestiche, si applicherà soltanto se «conforme agli impegni internazionali degli Stati Uniti».
A dimostrazione che la difesa dai prodotti a basso costo provenienti dall’estero comincia (e se va avanti così lo sarà sempre di più) a essere un tema di dibattito non più accademico, è il fatto che la politica dei dazi è diventata centrale nell’attività diplomatica dell’Italia, che pure dovrebbe essere un Paese a vocazione esportatrice. Tremonti ne ha fatto il cavallo di battaglia in Europa (la materia è infatti di competenza comunitaria). A dargli man forte è la Lega, in particolare con il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, ma trova sostenitori anche tra persone politicamente molto lontane come Carlin Petrini, inventore di Slow Food, secondo il quale «la sovranità alimentare va salvaguardata anche a costo di aumentare le tariffe doganali».
Fosse solo questo! Il fatto è che quando si parla di dazi le alleanze internazionali si fanno e di disfanno a velocità supersonica. Per esempio: l’ultima guerra commerciale vede schierate assieme America e Unione Europea contro la Cina, accusata di limitare le esportazioni di materie prime che sono strategiche sia per gli Usa sia per la Ue. Washington e Bruxelles hanno denunciato al Wto Pechino per aver aumentato del 70% i dazi sulle esportazioni del fosforo giallo, del 15 sulla bauxite, del 40 sul carbon coke e fino al 35 sullo zinco. Ma solo poche settimane prima Stati Uniti ed Europa erano riusciti a chiudere un contenzioso che durava da vent’anni sulla carne americana agli ormoni che noi non volevamo. Alla fine della sua presidenza George W. Bush aveva risposto alle restrizioni del Vecchio Continente aumentando del 100% i dazi sui formaggi francesi e sulle acque minerali italiane scatenando il panico nel paesino di San Pellegrino Terme, in Val Brembana, che manda sulle tavole americana 200 mila delle 980 mila bottiglie che produce ogni anno. Il 6 maggio le delegazioni delle due macroaree hanno trovato un’intesa-ponte di 4 anni: la Ue promette di importare più bistecche e hamburger (purché non trattate con ormoni), Washington rinuncia ai superdazi.
Ma non è finita qui. La Vecchia Europa che fa del consumo di Roqueford una questione di libertà civile, impone su schermi, stampanti multifunzione e set top box per il Tv dazi tra il 6 e il 14%, che sono considerati fuori legge da Usa e Giappone. Tre prodotti non menzionati nell’Information Technology Agreement del 2000, nato per far risparmiare 5 miliardi di dollari l’anno ai consumatori finali. Se non bastasse, a dicembre Germania e Olanda hanno proposto alla Ue l’aumento delle tasse di importazione fino al 14% sugli smartphone.

Gara di non liberismo
E se pensate che gli usa siano più liberisti di noi vi sbagliate. Con la scusa che i tir provenienti dal Messico non sono sicuri e inquinano, gli usa ne hanno limitato i diritti di transito. In ballo ci sono 2,4 miliardi di merci agricole e industriali destinate a 40 Stati americani. Per tutta risposta i Latinos hanno aumentato i dazi su 90 prodotti “gringos”. L’effetto è stato che gli scambi tra Cina e America Latina hanno raggiunto nei primi nove mesi del 2008 il picco di 111,5 miliardi di dollari, con una crescita del 52% rispetto all’anno precedente. Quasi una dimostrazione pratica che i dazi possono essere perfino utili a chi li subisce perché impone di cercare nuovi mercati di sbocco per le sue merci, benché prima non fosse incentivata ad andarli a cercare.
In questa gara globale a chi è meno liberale non poteva mancare la Russia che ha imposto dazi tra il 15 e il 20% sull’import di ferro e acciaio, del 30% sulle auto, del 20% sui mezzi pesanti. La barriera alzata dall’India è quella che impone una tassa del 20% sulla soia mentre Argentina e Brasile hanno supertariffe per vino, mobili e tessili. Impressionati? Beh, allora bisogna considerare che tutto quanto sta avvenendo è poca cosa rispetto a quello che accadrà se non ci sarà un’intesa tra Usa e Repubblica Popolare Cinese sulla rivalutazione dello yuan, la moneta di Pechino. A differenza dei suoi predecessori l’attuale ministro dell’Economia americano, Timothy Geithner, parla di “manipolazione del cambio”, una fattispecie che autorizza gli Usa ad applicare ritorsioni commerciali contro chi giocherella con la moneta. E, infatti, subito è scattata la ritorsione che ha il clima come “scusa”. La nuova legislazione sul cap and trade (la vendita dei diritti di emissione di carbonio per le imprese più virtuose) varata dal segretario all’Ambiente, Steven Chu, impone al governo di applicare dazi sui beni provenienti dai Paesi inquinanti. Ovviamente tra questi c’è Pechino che, per ritorsione, ha bloccato una grossa operazione di Coca Cola in casa propria.

Le conseguenze sulle imprese
Mentre i governi si fanno la guerra, a restare con il cerino in mano sono però le imprese. In Russia le maxi tasse sulle auto d’importazione hanno scatenato violente proteste a Mosca. È dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa per caricare le migliaia di persone che vivono grazie al commercio di vetture giapponesi usate. A volte, però, le imprese si ribellano. Anche in Italia. E vincono. È quello che è successo alla Targetti di Firenze: accusata di aver aggirato le norme europee producendo in Cina e importando da lì lampade a risparmio energetico, ha vinto un ricorso alla commissione tributaria di La Spezia. E tanto è bastato perché la Ue revocasse i dazi su questi prodotti. Abolendo i dazi le imprese europee del settore sono state agevolate, ma devono anche subire la concorrenza scatenata di chi produce a bassissimo costo. E non è facile stabilire il confine tra benefici e svantaggi. Diverso il discorso per i mobilieri veneti che non sanno più che a santo votarsi dopo che la Russia ha alzato le tariffe doganali fino al 45% su questi beni. Con il risultato, ha spiegato il segretario generale della camera di commercio italo-russa Michele Brustia, che «l’export verso Mosca è crollato tra il 30 e il 40%». E parliamo di un business potenziale da 800 milioni di euro. In questa Babele di dazi, tariffe e ostacoli al commercio l’unica soluzione sarà quella, prima o poi, di tornare a sedersi attorno a un tavolo e riprendere le trattative interrotte nel luglio del 2008 a Ginevra perché crisi economica e ritorno dello Stato controllore potrebbero far prendere al mondo una strada disastrosa: quella di considerare le tariffe doganali come un bazooka da usare per difendersi dagli “invasori” stranieri. È già successo nel ’29 quando il crollo statunitense si trasformò in una recessione mondiale proprio per il boom dei dazi che ogni singolo Paese del mondo decise di imporre nascondendosi nell’autarchia produttiva. Per pensare dei dazi tutto il male possibile basterebbe dire che la Deutsche Bank ha stimato che i commerci mondiali a fine anno potrebbero segnare un -15% anche per colpa del rialzo delle tariffe doganali e che se sarà realmente applicato il “buy american” di Obama, ogni mille posti di lavoro creati in più comporteranno il licenziamento di 65 mila persone nelle imprese esportatrici, Italia compresa, naturalmente. Per non parlare dell’Africa, dove le restrizioni ai prodotti agricoli hanno finito per far crollare il valore terreni. Circa dieci anni fa Alan Greenspan predicò che «il protezionismo non fa altro che spostare forza lavoro da un Paese all’altro, a caccia dei salari più bassi mentre il libero scambio ha aumentato il reddito procapite e stimolato la trasformazione tecnologica». Quell’America aveva già il più alto deficit commerciale della sua storia e l’allora governatore della Fed pensò bene di arginarlo iniettando sui mercati liquidità a tassi bassissimi. I commerci mondiali ne ebbero una spinta, i Paesi emergenti conobbero standard di vita mai raggiunti prima, ma il prezzo di tutto questo lo abbiamo pagato nell’ultimo biennio con la bolla dei subprime e dei titoli derivati. Oggi come allora serve un giusto medium tra mercato e biodiversità, ma ricchi e poveri del mondo sapranno vincere gli egoismi e scrivere nuovi equilibri?