Cinque azioni strategiche per rilanciare l'economia italiana

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Nonostante la crisi economica e sociale che il nostro Paese si appresta ad affrontare, questo difficile momento può essere (anche) un’occasione di crescita per il sistema Italia. Ne sono convinti gli esperti di Cariplo Factory, secondo cui l’emergenza legata al Coronavirus potrebbe essere l’opportunità per investire nei grandi trend trasformativi e assicurare al nostro Paese un futuro rilevante nell’economia mondiale che verrà (e che probabilmente non sarà globalizzata come siamo stati abituati a pensarla negli ultimi trent’anni). L’innovazione sarà insomma uno strumento essenziale per affrontare le sfide che ci attendono perché, se il mondo non tornerà a essere quello che conoscevamo, la capacità di produrre cambiamento sarà una risorsa vitale.
Ma come promuovere l'innovazione? Tramite cinque azioni ambiziose che potrebbero trasformare questa crisi in un’occasione di crescita per il sistema Italia.

1. Facilitare i meccanismi di innovazione attraverso un procurement agile

Le proiezioni sull’intero 2020 mostrano un crollo del pil superiore al 10%, il dato peggiore nella nostra storia repubblicana. Molti analisti hanno già fatto scattare l’allarme per una depressione economica prolungata. In questo contesto, il rischio di paralizzare l’intero ecosistema congelando l’innovazione italiana per il prossimo decennio è concreto. Nella nostra esperienza, spiegano da Cariplo Factory, l’innovazione fiorisce laddove quegli agenti di cambiamento che sono le startup possono interagire con capitali o grandi aziende. Dei capitali ci occuperemo nei punti seguenti, qui ci concentriamo sulle aziende: i grandi gruppi, sicuramente quelli pubblici, ma non solo, sono vincolati ad agire in un perimetro normativo penalizzante, che non permette loro di muoversi in tempi rapidi e in modo efficace. E allora, visto che il momento è eccezionale, anche i provvedimenti devono esserlo: pensiamo a una piattaforma di smart procurement, gestita direttamente da un’agenzia collegata alla pubblica amministrazione, in grado di facilitare l’incontro e la collaborazione con le startup, già tracciate nel Registro delle imprese innovative, e i grandi gruppi presenti in Italia, organizzazioni sufficientemente strutturate per affrontare velocemente percorsi di open innnovation e coglierne i relativi benefici. Sono state proprio le startup a mostrarci, durante l’emergenza Covid-19, l’importanza del fattore velocità: lo smart procurement è uno strumento che permetterebbe lo sviluppo di servizi e prodotti innovativi in grado di rispondere ai nuovi bisogni con cui, certamente, ci troveremo a confrontarci nei prossimi 12/24 mesi. La proposta è in linea con i provvedimenti di semplificazione già adottati dal Governo nel decreto-legge Cura Italia del 17 marzo. 

2. Creare un piano strategico 2020-30 per accelerare la transizione verso l’economia circolare e i nuovi modelli di creazione del valore

Non sappiamo quando potremo dichiarare finita l’emergenza, ma già oggi sappiamo che difficilmente le cose torneranno come prima. A cominciare dalla globalizzazione. Il distanziamento sociale, ancora per un lungo periodo, sarà la regola. La mobilità di merci e persone un fattore di criticità. Il modello dei distretti produttivi, che hanno fatto la fortuna dell’Italia a partire dagli anni Cinquanta, probabilmente tornerà attuale perché le logiche di prossimità saranno centrali per sviluppare nuovi modelli di creazione del valore. Ai quali può contribuire in modo determinante anche il concetto di adattività, vale a dire la reingegnerizzazione dei processi produttivi. Un elemento in grado di contenere il rischio per medie, piccole e microimprese e valorizzare la resilienza delle comunità locali. 

L’economia circolare è la massima espressione di questi modelli sottolineano da Cariplo Factory. E per una volta l’Italia si trova nel ruolo della lepre: diversi indicatori sono concordi nel collocarci primi in Europa in molti settori dell’economia circolare. Siamo davanti anche a Francia e Germania che però, in virtù di una pianificazione più strutturata e di lungo periodo, stanno crescendo a una velocità superiore alla nostra. L’Italia utilizza al meglio le risorse destinate all’avanzamento tecnologico e ha un buon indice di efficienza (3,5 euro di pil per ogni chilogrammo di risorsa consumata, la media europea è di 2,24), tuttavia è penalizzata dalla scarsità degli investimenti (circa 2,5 volte più basso rispetto a quello della Germania e 2 volte inferiore a quello della Francia), che si traduce in carenza di innovazione (siamo all’ultimo posto per brevetti depositati), e dalle lacune sul fronte normativo. È urgente invertire la rotta: finora abbiamo agito con le leve dei bonus, degli incentivi e delle misure spot. È arrivato il momento di una misura strutturale, in grado di assicurare continuità agli investimenti e alle risorse. Bisogna definire una strategia nazionale di lungo periodo e un piano di azione decennale per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero assicurare al Paese un progetto di sviluppo (sostenibile) nel lungo periodo. 

3. Stimolare la trasformazione digitale attraverso la defiscalizzazione degli investimenti in progetti innovativi

La pandemia ci ha permesso di toccare con mano le enormi potenzialità della trasformazione digitale. Nonostante le difficoltà di una situazione estrema, milioni di italiani hanno sperimentato i benefici dello smart working. Gli studenti di scuole e università, nel giro di pochi giorni, hanno cominciato a seguire le lezioni dietro a un tablet o un pc anziché in classe. La telemedicina è stata una panacea per assistere anziani, pazienti cronici e altri soggetti fragili, senza farli muovere da casa. Il digitale, insomma, ci ha permesso di tenere accesi i motori del Paese durante i giorni del lockdown. Ma non sono state tutte rose e fiori: mai come in questi giorni abbiamo capito che il digital divide non è una questione tecnologica bensì un tema di inclusione sociale: in Italia solo il 24% delle abitazioni è raggiunto da servizi di rete ultraveloce e ci sono molte zone a “fallimento di mercato” dove gli operatori non hanno convenienza a portare la loro offerta.  Tuttavia, il problema vero non è l’hardware, ma il software, cioè i nuovi contenuti, i nuovi servizi, i nuovi processi, le nuove soluzioni di efficientamento, i nuovi canali di vendita. In una parola, il change management. Enormi opportunità che rischiamo di non cogliere. Il digitale è il principale fattore abilitante per la crescita post emergenza e per la competitività delle nostre imprese, grandi e piccole che siano, nel lungo periodo. Per questo occorre una strategia che stimoli la trasformazione digitale: crediamo che defiscalizzare gli investimenti pubblici e privati destinati allo sviluppo di progetti innovativi sia il modo migliore per perseguire questo obiettivo. Soprattutto se questi progetti coinvolgono le startup in una logica di open innovation e di collaborazione con le imprese. 

Sostenere finanziariamente le startup con provvedimenti straordinari 

Le startup e le pmi innovative costituiscono il motore dell’innovazione. Sono imprese fragili, che esprimono numeri poco rilevanti da un punto di vista macroeconomico (il valore della produzione ammonta a circa 1,2 miliardi di euro per 12 mila posti di lavoro), tuttavia con un enorme potenziale di crescita. Lo stallo dell’economia, causa emergenza Covid-19, rischia di colpire prima di tutto loro. Prive di significative riserve di cassa, spesso esposte dal modello “as a service” e fortemente impegnate nella continua evoluzione della loro soluzione, una parte rilevante delle startup italiane rischia di non superare l’anno in corso. E, come detto, è un rischio che l’innovazione italiana non può permettersi di correre. Il perché è tutto in un numero: 10 miliardi di euro. È la valutazione media delle cosiddette startup unicorno (cioè con valutazione superiore al miliardo), poco meno di 500 aziende nel mondo che 30 anni fa non esistevano e che hanno utilizzato moltiplicatori di crescita possibili soltanto grazie a servizi e prodotti innovativi. 

Raddoppiare i fondi di Corporate Venture Capital attraverso il contributo di finanza pubblica

Creare le condizioni affinché le startup possano sopravvivere è condizione necessaria ma non sufficiente per alimentare l’innovazione in Italia. È necessario stimolare l’iniziativa privata, favorire quelle forme di contaminazione finanziaria, preludio al processo di osmosi di conoscenze, competenze e talenti, tra le grandi corporate e le startup. Lo strumento si chiama Corporate Venture Capital e ha già dimostrato buone potenzialità nel nostro Paese: i quasi 10 mila investitori in Corporate Venture Capital sono presenti nel capitale di una startup italiana su quattro. Inoltre, le startup partecipate da questo genere di investitori crescono di più e falliscono di meno rispetto a quelle partecipate solo dai fondi di investimento. E il 40% dei ricavi totali prodotti dalle startup italiane deriva da startup investite da Corporate Venture Capital. Il modello funziona, ma come spesso accade in Italia soffre di nanismo, cioè non ha una dimensione sufficiente per generare valore in modo significativo. 

 Alla luce di questa fotografia, le grandi corporate Italiane (e in generale le aziende di qualsiasi dimensione) dovrebbero essere stimolate alla creazione di fondi di Corporate Venture Capital prevedendo logiche di matching fund di finanza pubblica. Vale a dire che a fronte della costituzione di un fondo di Corporate Venture Capital, un contributo pubblico con la medesima quota di capitale ne raddoppierebbe la capacità di investimento. Crediamo che questa misura possa creare le condizioni ideali per permettere alle grandi aziende del nostro Paese di lavorare con il comparto startup e innescare virtuosamente l’innovazione made in Italy.