Sono solo un quarto del totale delle imprese presenti nel vasto archivio del Cerved, ma i primi 214 mila bilanci relativi al 2012 depositati dalle società italiane non sono certo confortanti ed evidenziano una forte difficoltà sia sul fronte economico che sul fronte finanziario da parte del tessuto economico italiano, paragonabile all’”hannus horribilis” del 2009. Secondo le anticipazioni appena rese note dall’osservatorio Cerved a soffrire maggiormente lo scorso anno sono state le imprese del settore immobiliare, seguite dal quello dei servizi e infine dell’industria.

Il rapporto Cerved. Dopo la fragorosa caduta dei ricavi del 2009, seguita da due anni di lenta ripresa, nel 2012 le società italiane hanno di nuovo fatto registrare una contrazione del fatturato, che si è ridotto del 2,1% rispetto ai valori del 2011. Le imprese, si legge nell’analisi, hanno reagito alle difficoltà di mercato tagliando i costi esterni, ma in misura insufficiente per evitare una caduta del valore aggiunto, e cercando di contenere i costi del lavoro che, pur in frenata, hanno continuato ad aumentare. Il gap tra valore aggiunto e spese per il personale ha avuto pesanti conseguenze sulla produttività e sulla redditività, che è crollata, con un record del numero di imprese per cui i margini operativi lordi sono risultati negativi: il 17,3% delle società analizzate evidenzia un ebitda in rosso, contro una percentuale che si attestava al 15% nel 2009, al picco della prima recessione.
La recessione del 2012 è stata caratterizzata dalla fase più acuta del credit crunch, che ha determinato una riduzione dei debiti finanziari nei bilanci delle imprese analizzate nell’ordine del 4% tra 2012 e 2011 e un aumento dei costi del servizio del debito di circa mezzo punto. La forte caduta della redditività ha reso oneri e debiti finanziari meno sostenibili. La metà delle aziende vede cancellato il proprio risultato in conseguenza degli oneri finanziari. Unica tendenza contraria, obbligata dal comportamento delle banche, che è proseguita anche nel 2012 nonostante le difficoltà congiunturali, è quella che vede il rafforzamento della patrimonializzazione delle aziende: i dati indicano che il capitale netto delle imprese è risultato in aumento del 3,7% tra 2012 e 2011.
Un’analisi sui conti delle pmi con un volume di affari compreso tra 2 e 50 milioni di euro indica che la crisi non ha risparmiato alcun settore. L’industria, che aveva pagato il conto più salato alla crisi del 2009, pur evidenziando un deterioramento della situazione economica e finanziaria tra 2011 e 2012, presenta indici che sono ancora migliori di quelli della prima recessione. Viceversa, per le pmi che operano nel terziario e nell’edilizia, i record negativi del 2009 sono stati in gran parte superati. Pesantissima continua a essere la crisi per le pmi edili: il settore si caratterizza infatti come il comparto in cui più pmi hanno visto crollare il proprio fatturato (quasi la metà delle società analizzate ha ridotto i ricavi con tassi a due cifre), in cui la caduta della redditività è stata maggiore. Il settore è quello che conta il maggior numero di aziende che non hanno chiuso l’esercizio in utile e di pmi per cui il livello degli oneri e dei debiti finanziari risulta critico in rapporto ai margini lordi.