La Camera di commercio, industria,artigianato di Milano,una delle 105 presenti nel Paese. Dopo le proteste del mondo produttivo, l’ipotesi di eliminare gli enti camerali è finita in soffitta

Il signor Marco Buffoli, titolare con la moglie di un bed & breakfast a Ferrara, quasi non ci credeva: «Com’è possibile che vengano chiuse le Camere di commercio?», si domandava nella primavera del 2014, non appena venne presentata la riforma della pubblica amministrazione del governo Renzi.

Per Buffoli, un piccolo imprenditore come tanti che ha puntato sul turismo, l’ente camerale della sua città è sempre stato un punto di riferimento, in un Paese dove la burocrazia e la pubblica amministrazione mettono spesso il bastone tra le ruote alle aziende.

Per questo, ha deciso di scrivere al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per chiedergli di tornare sui suoi passi. Lo stesso hanno fatto decine e decine di piccoli imprenditori e pure qualche azienda medio-grande come la Maina Panettoni di Fossano (Cn), quella del Gran Nocciolato, che esporta anche dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, dal Canada agli Stati Uniti sino al Brasile.

Sono tutti esponenti del mondo produttivo italiano che non hanno esitato un minuto a spedire una sfilza di missive al premier (consultabili anche su Internet), per difendere le 105 Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura (le Cciaa) presenti nel Paese.

Assieme a loro, anche le principali associazioni di categoria italiane, da Confcommercio a Coldiretti, da Cna a Confagricoltura, hanno invitato il governo a fare marcia indietro.

Due servizi utilissimi che però, secondo alcuni osservatori, non possono esaurire il compito delle Camere di commercio.

«I servizi del sistema camerale sono indispensabili alle aziende», ha dichiarato Dardanello durante una lunga relazione di fronte alla Commissione attività produttive del Senato.

Con il dimezzamento dei contributi pagati dalle imprese, nelle casse delle Cciaa verranno a mancare più di 400 milioni di euro e non sarà più possibile realizzare tutte quelle forme di sostegno alle aziende sopra elencate.

Gli effetti sull’economia nazionale potrebbero essere ben più ampi. Considerando gli investimenti indiretti generati dalle iniziative delle Camere di commercio, infatti, nel sistema produttivo rischiano di venire a mancare ben 2,5 miliardi di euro di risorse, mettendo a repentaglio circa 2.500 posti di lavoro.

Come contropartita, le imprese avrebbero un beneficio limitato, in termini di minori oneri. Secondo i calcoli della Cgia, il risparmio generato da un loro calo al 50% (oggi completamente deducibili dalle tasse) consentirà a ogni azienda di ridurre mediamente i propri costi di soli 63 euro all’anno. Per risparmiare una manciata di euro, insomma, le aziende si priverebbero di molti servizi utili.

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TRA LE ISTITUZIONI PUBBLICHE

SONO QUELLE CHE RISCUOTONO

MAGGIOR CONSENSO NELLE IMPRESE

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VERSO L’AUTORINNOVAMENTO. Certo, non tutti i soldi da loro gestiti sono spesi bene. Non è un caso, però, che le maggiori associazioni di categoria delle imprese siano scese in campo per difendere queste istituzioni, pur presentando alcune proposte per riformarle.

L’unica voce un po’ fuori dal coro è quella di Confindustria, che non esclude l’ipotesi di abolirle nel caso in cui non si riuscisse a rendere più efficiente la loro struttura attraverso un processo riformatore.

A dire il vero, questo processo le Camere di commercio lo hanno già iniziato, dando il via a un programma di autoriforma basato essenzialmente su una riduzione delle strutture sul territorio, abbandonando l’attuale suddivisione su scala provinciale. Attraverso una serie di accorpamenti, il numero di Cciaa scenderà, infatti, da 105 a non più di 50-60 entro la fine del 2015, con una nuova ripartizione in distretti che abbiano ciascuno almeno 80 mila imprese insediate.

In alcune regioni, come il Veneto, l’Abruzzo o la Basilicata, le operazioni di accorpamento sono già iniziate. Una volta che questo processo di rinnovamento sarà in fase avanzata, forse sarà più difficile suonare le campane a morto per le “vecchie e care” Camere di commercio.

VOCAZIONE INTERNAZIONALE. Circa 83 milioni di euro l’anno, in media 365 euro per ogni impresa. È la cifra che le Camere di commercio destinano ai sostegni all’internazionalizzazione delle imprese.

Si tratta di risorse di per sé modeste ma che, secondo la Cgia di Mestre, portano benefici alle aziende del made in Italy, soprattutto a quelle piccole e medie, che non hanno la forza e la struttura per affacciarsi da sole sui mercati stranieri. In un Paese come l’Italia, dove l’export ha compensato in parte il crollo della domanda interna, il sostegno delle Cciaa all’internazionalizzazione è stato una risorsa preziosa.

Merito di una capillare rete composta da 81 Camere di commercio italiane all’estero, 38 Camere italo-estere e da ben 154 desk gestiti direttamente dal sistema camerale, di cui 61 in Asia, 34 in Europa, 26 in America del Sud, 16 in Africa, 13 nel Nord America e quattro in Oceania.

Nessuna associazione di categoria e nessun istituto bancario, secondo la Cgia, può contare su una struttura così vasta ed estesa. Senza dimenticare, poi, buone pratiche come il Carnet Ata, che consente agli operatori economici di esportare e importare temporaneamente le proprie merci a fini promozionali, senza pagare dazi doganali. Senza le Camere di commercio, questi strumenti rischiano di incepparsi all’improvviso.