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Negli stabilimenti della Renault di Valladolid, capoluogo della regione autonoma di Castiglia e León, a circa due ore di macchina da Madrid, i dipendenti hanno un obiettivo da raggiungere: riuscire a produrre, entro la fine dell’anno, almeno 160 mila esemplari della Captur, il suv compatto che la casa automobilistica francese ha deciso da tempo di costruire in Spagna, cioè al di fuori dei confini della madrepatria. Per centrare il risultato, agli inizi di giugno, la direzione di Renault ha messo in programma circa 450 nuove assunzioni, che certo non rappresentano una cattiva notizia per il disastrato mercato del lavoro iberico, dove il tasso di disoccupazione supera ancora, purtroppo, il livello-record del 25%. Tra i grandi marchi automobilistici internazionali che hanno deciso di puntare sulla Penisola Iberica, però, Renault non rappresenta affatto un caso isolato. Anche gli alleati giapponesi di Nissan, i concorrenti francesi di Peugeot-Citroen e gli americani di Ford stanno potenziando la propria presenza in Spagna, un Paese che si è ormai trasformato in un colosso dell’auto, con oltre 1,2 milioni di vetture prodotte soltanto nel 2013 (in crescita di circa il 5% rispetto all’anno precedente). Secondo i big delle quattro ruote, infatti, produrre nella Penisola iberica conviene, grazie a una serie di riforme dell’economia che il governo di Madrid ha messo in cantiere negli ultimi quattro-cinque anni e che stanno traghettando il Paese, seppur a fatica, fuori dalla crisi. Ma non è solo la Spagna a dare segni di vitalità, dopo una lunga recessione che non ha precedenti nella storia recente. A farle compagnia ci sono, infatti, anche gli altri Paesi della cosiddetta Europa periferica: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna; che, solo qualche anno fa, nella comunità finanziaria furono ribattezzati sprezzantemente con il nomignolo di “Pigs”, una sigla che raggruppa le iniziali di tutte e quattro queste nazioni ma che, in lingua inglese, significa anche “maiali”. Dopo anni di difficoltà, ora i “maiali d’Europa” sono tornati a crescere. Cresce il pil della Spagna (+1,2% nel 2014 ), quello del Portogallo (+1,1%) e persino quello della “cenerentola” Grecia che, nel 2015, avrà un incremento superiore addirittura al 2%. Per non parlare poi dell’Irlanda che, tra le quattro nazioni in questione, è probabilmente quella che è uscita per prima dalla crisi e che oggi ha un’economia in crescita di ben l’1,7%.

 

RIFORME E AUSTERITÀ

Certo, è ancora presto per dire che i problemi sono ormai definitivamente alle spalle. Sta di fatto, però, che tutti e quattro i Paesi europei di periferia oggi stanno molto meglio di prima. Come ci sono riusciti? Trovare un filo conduttore nelle ricette anti-crisi dei governi di Madrid, Lisbona, Atene e Dublino non è facile e tra gli economisti ci sono opinioni diverse anche su chi sia il vero artefice del ritorno alla crescita. Merito dell’austerity voluta dall’Europa? Oppure della discesa degli spread, che ha fatto calare anche il costo del debito pubblico? Forse, tra queste due alternative, c’è anche una terza spiegazione possibile. Buona parte del merito va tributato pure alle riforme strutturali che i Pigs sono riusciti a realizzare negli anni scorsi, con l’obiettivo di aumentare la produttività del loro sistema economico. La Spagna, per esempio, ha adottato delle contestatissime misure in materia di lavoro, che hanno ridotto le procedure burocratiche e il costo dei licenziamenti, hanno tagliato i contributi sociali e modificato la contrattazione sui salari, spostandola il più possibile dal livello nazionale alle singole aziende. Risultato: tra il 2009 e il 2013, il costo del lavoro spagnolo per unità di prodotto è diminuito di circa il 7%, mentre in Italia, nello stesso periodo, è cresciuto di quasi il 5%. E così, il Paese iberico ha recuperato l’appeal di un tempo e raccolto, negli ultimi quattro anni, più di 100 miliardi di euro di investimenti diretti esteri, oltre il 40% in più rispetto all’Italia. Alle misure adottate in materia di lavoro, il governo di Madrid guidato dall’(im)popolare Mariano Rajoy ha aggiunto altre riforme strutturali come un piano di tagli alla spesa pubblica per 10 miliardi di euro, uno snellimento della giustizia civile e, con l’aiuto dei finanziamenti dell’Ue, un complicato salvataggio del sistema bancario, che rischiava il collasso dopo la bolla immobiliare.

IL PEGGIO È PASSATO, MA PIANO CON L’OTTIMISMO
Intervista a Philippe Waechter, capo economista della società di gestione Natixis Asset Management

LE SPERANZE DI LISBONA

Non molto distante da Madrid, anche in Portogallo l’estate del 2014 si è aperta all’insegna dell’ottimismo. Agli inizi di giugno, infatti, l’economia lusitana ha fatto segnare un tasso di crescita tendenziale superiore alle attese degli analisti (1,3% contro l’1,2% previsto), mentre la disoccupazione è scesa di due punti nell’ultimo anno, dal 16,7% al 14,6%. Cifre confortanti, che hanno fatto seguito a un fortunato collocamento di titoli Stato, con cui il governo di Lisbona è tornato a emettere buoni del Tesoro di lunga scadenza, dopo una cura lacrime e sangue durata tre anni e fatta di tagli alla spesa e al deficit. Più che all’austerity di bilancio, però, il merito della ripresa dell’economia lusitana spetta in buona parte a due fattori. Il primo è rappresentato dalle misure a favore della produttività messe in cantiere anche dal governo di Lisbona, che somigliano molto a quelle spagnole: snellimento della giustizia civile, liberalizzazioni, riduzione dei costi dei licenziamenti e incentivi alla contrattazione aziendale. Il secondo elemento trainante per l’economia portoghese è, invece, il processo di ristrutturazione attuato in privato da molte aziende, che si sono sempre di più orientante all’export. «La bilancia commerciale del Portogallo», ha scritto in un recente report Antonio Garcia Pascual, analista di Barclays, «ha registrato risultati sorprendenti nell’ultimo anno e continuerà probabilmente a mettere a segno ottime performance». Con un volume di esportazioni che cresce a un ritmo del 5% annuo, le aziende lusitane stanno puntando sempre meno sulla concorrenza di prezzo, ostacolata da un euro molto forte sui mercati valutari, e si stanno spostando sempre di più su prodotti di qualità. È il caso di molte imprese dei distretti portoghesi delle calzature o di quelle produttrici di olio (una delle eccellenze dell’economia nazionale) il cui export, dal 2012, viaggia addirittura con tassi di crescita a due cifre. «Uscire dalla crisi non sarà però un gioco da ragazzi», aggiunge Garcia Pascual, che ricorda come il governo di Lisbona debba comunque gestire ancora un debito pubblico enorme, pari a ben il 129% del pil.

 

Mariano Rajoy

Grazie ad alcuni provvedimenti voluti dal premier, la Spagna sta muovendo i primi passi per uscire dalla crisi. Il pil cresce dell’1,2%, mentre il contesto si sta rivelando positivo per l’industria dell’auto favorendo nuove assunzioni. Tuttavia la disoccupazione rimanda al livello record del 25%.

Enda Kenny

Diversi indicatori dimostrano la voglia dell’Irlanda di rimettere il turbo all’economia. La disoccupazione ha perso due punti percentuali (12%) in un anno, mentre il governo del primo ministro Kenny ha scelto di lasciare invariata al 12,5% la tassazione sui profitti societari: la più bassa d’Europa.

Antonis Samaras

Atene comincia a sperare di poter finalmente allentare l’austerità. Nel 2013 ha raggiunto un avanzo primario di bilancio di circa 1,5 miliardi di euro. Anche se il governo di Samaras non ha certo di che esultare visto che la disoccupazione, pur scesa di un punto nell’ultimo anno, è a quota 26,6%.

Pedro Passos Coelho

Il primo ministro portoghese continua nell’azione di governo che ha fatto registrare un tasso di crescita dell’economia superiore alle attese: l’1,3% contro l’1,2%. Buone notizie anche sul fronte della disoccupazione, che è scesa di due punti nell’ultimo anno: dal 16,7% al 14,6%. Migliora la bilancia dei pagamenti: il volume delle esportazioni cresce al ritmo del 5% annuo. Infine, lo Stato lusitano è tornato a emettere buoni del Tesoro a lunga scadenza.

ATENE RISALE LA CHINA

Il problema dell’indebitamento è una zavorra anche e soprattutto per la Grecia, il Paese che negli ultimi anni ha sperimentato le ricette economiche più drastiche, a colpi di austerità. Persino Atene, però, sembra vedere un po’ di luce in fondo al tunnel dopo aver raggiunto nel 2013 un avanzo primario di bilancio (cioè prima del pagamento degli interessi) di circa 1,5 miliardi, ben superiore agli obiettivi prefissati. Nella Repubblica Ellenica, i dati sul mercato del lavoro sono incoraggianti, visto che la disoccupazione su base mensile è scesa di un punto nell’ultimo anno, dal 27,6 al 26,6%, pur restando su livelli stellari. Nel suo ultimo rapporto, la Banca di Grecia ha scritto chiaramente «la fiducia sta ritornando e il clima nel Paese è in via di miglioramento», grazie anche al rinnovato interesse degli investitori internazionali. Per vedere una ripresa più robusta, però, secondo la banca centrale di Atene bisogna che il governo continui deciso sulla strada delle riforme, in particolare quelle (già in parte attuate) per rendere più efficiente la pubblica amministrazione. Il cammino da compiere, per la Repubblica Ellenica, sembra dunque un po’ più lungo rispetto a quello di Spagna e Portogallo.

HANNO VINTO UNA BATTAGLIA, NON LA GUERRA
Intervista a César Pérez, responsabile investimenti di JP Morgan Private Bank per Europa, Medio Oriente e Africa

ALTRO CHE AL VERDE

Tutt’altro clima si respira invece in Irlanda, che oggi sembra aver recuperato quasi in pieno l’appeal di un tempo, quando era la meta preferita degli investimenti delle multinazionali, soprattutto nei settori della tecnologia e dei servizi. A Dublino, la disoccupazione è tornata sotto il 12% (dal 14% circa dell’anno scorso), mentre molti altri indicatori mostrano il segno più, a cominciare dai prezzi degli immobili, che ora viaggiano a un ritmo di crescita del 3% annuo. Dall’arrivo della crisi del 2008, il governo irlandese ha messo in atto un piano di austerity fiscale che è costato complessivamente ai cittadini quasi 30 miliardi di euro. Per continuare ad attirare gli investimenti esteri, però, l’esecutivo irlandese ha deciso di lasciare invariata al 12,5% la tassazione sui profitti societari, che è la più bassa in Europa. Per risanare i conti e al contempo ritrovare anche la strada della crescita, insomma, gli irlandesi hanno fatto una scelta precisa: non mettere i bastoni tra le ruote a chi vuole fare business e creare posti di lavoro.